TIZIANO TERZANI.
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UN ALTRO GIRO DI GIOSTRA.
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Parte 2.
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2004. Longanesi & C. Editore, Corso Italia, MILANO.
ISBN 88-304-2142-1.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Indice di questa parte.
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INDIA.
Ritorno alle fonti.
La luce nelle mani.
La personalit delle erbe.
Colui che  passato da qui.
La forza delle preghiere.
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THAILANDIA.
Lisola della salute.
Fino all'ultimo respiro.
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STATI UNITI.
Terra incognita.
Concerto per cellule.
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HONG KONG.
Nel regno dei funghi.
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INDIA.
Il Senzanome.
Il teatro fa guarire.
Un miracolo tutto per me.
Il medico per i sani.
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FILIPPINE.
Salvi per magia.
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HIMALAYA.
Polvere di mercurio.
Un flauto nella nebbia.
.. e il bicchier dacqua?
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ARRIVO.
Nelle nuvole.
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Fine Indice.
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INDIA.
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RITORNO ALLE FONTI.
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Chi ama lIndia lo sa: non si sa esattamente perch la si ama.  sporca,  povera,  infetta; a volte  ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne pu fare a meno. Si soffre a stame lontani. Ma cos  lamore: istintivo, inspiegabile, disinteressato. 
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Innamorati, non si sente ragione; non si ha paura di nulla; si  disposti a tutto. Innamorati, ci si sente inebriati di libert; si ha limpressione di poter abbracciare il mondo intero e ci pare che lintero mondo ci abbracci. LIndia, a meno di odiarla al primo impatto, induce presto questa esaltazione: fa sentire ognuno parte del creato. In India non ci si sente mai soli, mai completamente separati dal resto. E qui sta il suo fascino. 

Alcuni millenni fa i suoi saggi, i rishi, coloro che vedono, ebbero lintuizione che la vita  una, e questa esperienza, rinnovata religiosamente di generazione in generazione,  il nocciolo del grande contributo dellIndia allincivilimento delluomo e allo sviluppo della sua coscienza. Ogni vita, la mia e quella di un albero,  parte di un tutto dalle mille forme che  la vita. 

In India questo pensiero non ha pi bisogno dessere pensato.  ormai nel comune sentire della 
gente.  nellaria che si respira. Il solo esserci induce una inconscia assonanza con quella ormai antica visione. Senza difficolt si entra in sintonia con nuovi suoni, nuove dimensioni. In India si  diversi che altrove. Si provano altre emozioni. In India si pensano altri pensieri. 

Forse perch in India il tempo non  sentito come una linea retta, ma circolare, passato, presente e futuro non hanno qui il valore che hanno da noi; qui il progresso non  il fine delle azioni umane, visto che tutto si ripete e che lavanzare  considerato una pura illusione. 

Forse perch qui la realt percepita dai sensi non  generalmente presa per vera -non  la Realt 
Ultima -, lIndia infonde, anche in chi non crede in tutto questo, uno stato danimo di distacco che rende il paese cos particolare e la sua realt, a volte proprio orribile, in fondo accettabile. Accettabile perch cos  la vita:  tutto e il contrario di tutto,  stupenda e crudele. Perch la vita  anche la morte, e perch non c piacere senza dolore, non c felicit senza sofferenza. 

In nessun altro posto al mondo la contrapposizione degli opposti -bellezza e mostruosit, ricchezza 
e povert - cos drammatica, cos sfacciata come in India. Ma  stata proprio questa visione 
dellinevitabile dualit dellesistenza che spinse i rishi a cercarne il significato recondito, che ancora oggi sembra agire come un catalizzatore spirituale in chi ci si avventura. 

Basta metterci piede, in India, per provare questo mutamento. Innanzitutto ci si sente pi in pace. 
Con se stessi e col mondo. Io in India non avevo pi bisogno di rimedi per sentirmi in pari, per avere il mio, altrimenti instabile, caleidoscopio fisso su un colore piacevole. Il rimedio era tutto attorno. In niente di specifico, ma in ogni dettaglio. 

LIndia  una esperienza che ti accorcia la vita, mi disse Dieter Ludwig il giorno in cui, anni fa, arrivai a Delhi per piantarci definitivamente le mie tende. Poi aggiunse: Ma  anche unesperienza che d senso alla vita. 

Dieter, un vecchio, carissimo amico fotografo, aveva organizzato una festa per darmi il benvenuto e 
presentarmi alcuni colleghi che gi vivevano l. A suo modo voleva mettermi in guardia, ma anche 
congratularsi con me per la scelta che avevo fatto di finire la mia carriera giornalistica in un posto come lIndia in cui di solito le carriere incominciano. Dal suo barsati, un appartamento sul tetto con una terrazza piena di piante e rampicanti che Dieter accudiva e di cui parlava come fossero la sua famiglia, la cupola di una vecchia tomba Moghul stagliata contro il cielo turchese del tramonto era di una bellezza che sembrava fatta apposta per consolare la misera umanit che brulicava ai suoi piedi. 

Ceravamo conosciuti in Indocina durante la guerra e lui molto prima di me aveva deciso di mettersi in cerca del senso della vita a costo di accorciarsela. Quando, dopo tanti mesi passati nella igienica sicurezza di New York, rimisi piede a Delhi e per prima cosa andai a salutarlo fra le sue piante, gli ricordai quella frase che allora mi aveva cos colpito. Per me era ora pi vera che mai. 

Chemioterapizzato, operato e irradiato comero, dovevo fare ancora pi attenzione di prima a non 
ammalarmi e attenermi alle vecchie regole di ogni prudente viaggiatore in India: mai bere lacqua che non sia stata bollita (per cui mai bere quella che ti viene offerta); mai mangiare verdure crude e mai niente di fritto e rifritto in oli dallincerta natura. Ero debole, vulnerabile. Ma se il corpo dovette stare attento a quel che beveva e mangiava, lo spirito, o quella parte di noi che non bada a questo -forse perch si nutre daltro -, mise le ali. 

Tornare a Delhi dopo tutto quel tempo in America fu una gioia davvero struggente come il 
rincontrare loggetto di un amore. Venivo dal mondo della benedetta ragione che spiega tutto, dal 
mondo dellefficienza, della perfetta organizzazione, e mi ritrovavo in uno dove la ragione si ferma prestissimo per far posto allassurdo e subito dopo alla follia; un mondo in cui tutto  precario, un mondo in cui la sola certezza  lincertezza di tutto. 

In India niente pu essere dato per scontato: una linea telefonica  quasi sempre muta (per questo, 
potendo, se ne hanno almeno due); lelettricit manca per ore e ore; il fax si guasta in continuazione a causa degli sbalzi di tensione, e lacqua pu venire a scroscio nellorinatoio pubblico davanti a casa perch qualcuno si  portato via il rubinetto di plastica, e mancare cos per giorni in tutti gli appartamenti. Ma in India ci si adatta, si accetta, e presto si entra in quella logica per cui niente  davvero drammatico, niente  terribilmente importante. In fondo tutto  gi avvenuto in maniera simile tante altre volte prima e si sa che avverr infinite volte dopo. LIndia resta se stessa, e a suo modo questo  acquietante. LIndia ti fa sentire semplicemente umano, naturalmente mortale; ti fa capire che sei una delle tante comparse in un grande, assurdo spettacolo di cui solo noi occidentali pensiamo di essere i registi e di poter decidere come va a finire. 

Venivo da un edificio lussuoso nel centro di Manhattan, con portiere in livrea, lavanderia automatica e un uomo tutto fare, sempre a disposizione per rimettere in marcia qualunque cosa non funzionasse; e mi ritrovavo in un vecchio, scortecciato appartamento nel centro di Delhi nellingresso del quale una delle tante vacche che pascolano pacificamente in mezzo al traffico delle strade aveva scelto di fare la sua stalla. 

Anche qui, come a New York, cerano i cani; ma non quelli di razza, ben tenuti, che vedevo a 
Central Park, ognuno al guinzaglio del suo padrone, ognuno con la sua medaglina, alcuni con nome, 
indirizzo e numero di telefono incisi sul collare. Qui erano branchi di bastardi magri e randagi. Di loro 
si occupava Bhim Devvarma, un mio vicino di casa, un uomo della mia et, piccolo, caloroso, nipote 
del maharajah di Kuchlehar. Da bambino era cresciuto in un palazzo con centinaia di stanze e centinaia di elefanti. Ora, dal suo piccolo appartamento, andava ogni mattina col suo servo-cuoco a dar da mangiare ad alcune centinaia di cani a giro nel nostro quartiere: ogni mattina, col vento o con la pioggia, puntualissimo, a bordo di una vecchia automobile sulla quale ogni tanto caricava, per portarsela a casa, una bestia ferita o moribonda raccattata per strada. 

Roberto Rossellini in un magistrale documentario sullIndia di tanti anni fa aveva fatto vedere come 
nelle campagne uomini e bestie vivono gli uni accanto alle altre, in continua simbiosi.  ancora cos 
persino nel centro della capitale: un costante, naturale rammentarsi che uomini, animali e piante sono 
tutti aspetti della stessa cosa, fasi diverse della stessa esistenza. 

Anche con la differenza di fuso orario, la sveglia automatica che ho dentro di me mi fece alzare 
allalba e cos gi la prima mattina tornai ai Lodhi Gardens, uno dei pi bei parchi di Delhi, appena un 
chilometro da casa. Per anni ci avevo fatto delle lunghe, sudatissime corse, ora ci potevo solo 
camminare, ma era ugualmente bello. Tutto era ancora come lo avevo lasciato: gli avvoltoi appollaiati 


sulle cupole della piccola moschea abbandonata; i praticanti di yoga coi loro tappetini distesi sullerba; 
quelli che in circolo, con le braccia per aria, si spanciavano dalle risate (un buon esercizio terapeutico, 
si dice, e comunque un bel modo per cominciare una giornata!) Centinaia di corvi, piccioni, pappagalli e 
scoiattoli si contendevano come sempre le croste di pane messe apposta per loro dai passanti sulle 
rovine delle tombe. E cera sempre il vecchio, magro, con la barba bianca, che si aggirava per i prati a 
versare da un sacchettino di stoffa una mistura di farina e zucchero in certi buchi nella terra. Come 
prima che partissi, lui ogni giorno dava da mangiare alle formiche! Succede solo in India. 

In ogni altra parte del mondo la gente reagisce alle formiche sterminandole: fuoco, DDT, acqua 
bollente sono i mezzi pi usati. Ogni volta una ecatombe. In India invece la gente fa con le formiche 
quel che Lakshmana, uno degli eroi del Ramayana, fece con la cognata Sita per cercare di proteggerla 
quando un giorno dovette partire. Davanti alla porta della sua capanna tracci per terra con la punta 
dellarco una riga e le disse: Questa non la devi mai oltrepassare. Invece dellarco, gli indiani usano 
oggigiorno un gessetto fatto di una combinazione di erbe con cui segnano la soglia di casa e fanno 
cerchi bianchi attorno alle gambe dei loro letti e delle dispense. Le formiche hanno orrore di quel 
gessetto e non oltrepassano mai la traccia che lascia. Il gessetto si chiama: la riga di Lakshmana. 

Ogni cosa in India sembra riferirsi a unaltra. Di solito il riferimento  a un mito, a una leggenda, a 
una delle tantissime storie antiche di quel mondo di fantasia in cui gli indiani paiono essere molto pi di 
casa che in quello di tutti i giorni. A volte il riferimento  semplicemente al buon senso. Se le formiche 
ci sono, perch ammazzarle? Non occorre pensare che siano la reincarnazione di un nonno o di uno 
zio. Basta rendersi conto che sono parte del creato come lo siamo noi. Allora, perch sterminarle? 
Anche questa  una importante dimensione dellIndia. 

Lidea che luomo sia superiore alle bestie e che per questo ha il diritto di sfruttarle e di ucciderle a 
piacimento in India  semplicemente inconcepibile. La natura non  l perch luomo ne faccia quel che 
vuole. Niente  suo. E se luomo si serve di quel che c, deve dare qualcosa in cambio: almeno un 
ringraziamento agli dei che lhanno creato. E poi, luomo stesso  parte della natura. La sua esistenza 
dipende dalla natura e lindiano sa che la rana non beve lacqua dello stagno in cui vive. 

In qualche modo anche noi in Occidente cominciamo a renderci conto che qualcosa non funziona 
nel nostro modo di comportarci con la natura. A volte abbiamo persino limpressione che la nostra 
vantata civilt, tutta fondata sulla ragione, sulla scienza e sul dominio di ci che ci circonda, ci abbia portati in un vicolo cieco, ma tutto sommato pensiamo ancora che proprio la ragione e la scienza ci aiuteranno a uscirne. Cos continuiamo imperterriti a tagliare foreste, inquinare fiumi, seccare laghi, spopolare oceani, allevare e massacrare ogni sorta di animali perch questo -ci dicono gli scienziati economisti - produce benessere. E col miraggio che pi benessere vuol dire pi felicit, investiamo tutte le nostre energie nel consumare, come se la vita fosse un eterno banchetto romano in cui si mangia e si vomita per poter rimangiare. 

Quel che  sorprendente  che facciamo ormai tutto questo con grande naturalezza, ognuno 
convinto che quello  il suo diritto. Non ci sentiamo in alcun modo parte del tutto. Al contrario. 
Ognuno si vede come unentit separata, a s; ognuno si sente forte del proprio ingegno, delle proprie capacit e soprattutto della propria libert. Ma  proprio questo sentirci liberi, disgiunti dal resto del mondo, a causarci un gran senso di solitudine e di tristezza. Diamo per scontato solo quel poco che abbiamo attorno e con questo limitato punto di vista non riusciamo a sentire la grandezza del resto di cui siamo pur parte. I rishi direbbero che abbiamo perso il nostro collegamento cosmico, che siamo diventati come kup manduk, la rana del pozzo, protagonista di una vecchia storia indiana.
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Un giorno, nel piccolo pozzo in cui una rana  vissuta tutta la sua vita, salta una rana che dice di venire dalloceano. Loceano? E cos? chiede la rana del pozzo. Un posto grande, grandissimo, dice la nuova arrivata. Grande come? Molto, molto grande.  La rana del pozzo traccia con la zampa un piccolo cerchio sulla superficie dellacqua: Grande cos? No. Molto pi grande. La rana traccia un cerchio pi largo. Grande cos? No. Pi grande. La rana allora fa un cerchio grande quanto tutto il pozzo che  il mondo da lei conosciuto. Cos? No. Molto, molto pi grande, dice la rana venuta dalloceano. Bugiarda! urla kup manduk, la rana del pozzo, allaltra. E non le parla pi.
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Anche gli indiani si sentono liberi. Non liberi dalla tela di ragno dellesistenza cosmica in cui tutti siamo presi, ma liberi di pensare. Dopo essere vissuto per anni in Cina, dove sembrava che ognuno temesse ancora il supplizio dei mille tagli come punizione per avere avuto un pensiero suo, la libert di testa di cui gli indiani godevano era un sollievo. Per loro  quasi sempre stato cos. In tutta la loro storia nessuno  mai stato messo al rogo per le sue idee. A nessuno  mai stato impedito di riflettere su quello che gli pareva. Gli indiani non hanno mai avuto tab, non hanno mai sentito alcun limite al loro arrovellarsi in cerca di conoscenza. Questo perch sin dallantichit il vero potere non era mai considerato quello temporale dei re o dei guerrieri, ma quello dei sapienti. In nessunaltra cultura, come in quella indiana, abbondano le storie di saggi ed eremiti che i re vanno umilmente a trovare nella foresta per rendere loro omaggio o per chiedere loro consiglio. I re potevano essere ricchi e potenti, ma i saggi vedevano (da qui la parola rishi), vedevano al di l delle apparenze e questa loro conoscenza era considerata pi importante di ogni ricchezza e di ogni potere.
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I rishi, personaggi mitici ma anche storici -di alcuni si conoscono i nomi -, non si interessavano 
tanto al mondo che avevano attorno, quanto allessere. E lessere lo studiavano attraverso se stessi, non 
in quanto corpo, ma in quanto mente. Quella, la mente, era il loro laboratorio di ricerca, il luogo di tutti 
i loro esperimenti. Della mente cercarono di capire il funzionamento, le propriet, e con ci il modo di 
controllarla. Rifletterono sui diversi stati della mente a seconda che lio sia sveglio, sia addormentato o 
sogni chiedendosi ad esempio quale sia la differenza fra una tigre incontrata nella foresta e una tigre 
sognata, visto che tutte e due mettono paura e fan sobbalzare il cuore. 

Ramakrishna, il grande mistico indiano, lui stesso considerato un rishi moderno, raccontava la storia 
del taglialegna che sta sognando di essere un re quando viene svegliato da un amico. Si arrabbia. 

Stavo seduto su un trono. Mi occupavo degli affari di Stato; i miei sette figli, esperti di guerra e delle 
arti, erano al mio fianco; e tu vieni a disturbarmi! 

Ma era solo un sogno, dice lamico. 

Tu non capisci, ribatte il boscaiolo. Essere un re in sogno  vero quanto essere un boscaiolo da 
sveglio. 

In Cina dicevano la stessa cosa con la vecchia storia del monaco che, essendosi visto nel sonno 
come una farfalla, una volta sveglio non sa pi se  un monaco che ha sognato di essere una farfalla, o 
una farfalla che sta sognando di essere un monaco. 

Dallo studio della mente i rishi erano passati a chiedersi che cosa ci stava dietro, che cosa la 
sosteneva, e avanti, avanti fino a cercare qualcosa che legasse, che sostenesse il tutto, dando senso e 
significato alla vita. 

Altri popoli hanno avuto per obbiettivo il conquistare, larricchirsi, il navigare, lo scoprire. Per gli indiani, che negli ultimi duemila anni non hanno invaso nessun paese, n conquistato terre altrui, lobbiettivo  sempre stato la conoscenza. E non la conoscenza del mondo, ma la conoscenza di s. Conoscere quello vuole dire conoscere tutto perch il fondo di quel s, secondo loro,  ci che resta immutabile nell'eterno mutare di tutto. 

Per questo la storia non li ha mai interessati. Non lhanno mai scritta; non ci hanno mai riflettuto molto sopra. Per loro quel succedersi di fatti  come sabbia sollevata da folate di vento: mutevole e irrilevante. E proprio perch considerano il mondo che noi chiamiamo reale molto simile a quello del sogno, non si sono mai particolarmente preoccupati di cambiarlo o di migliorarlo. Quel mondo  una realt parziale, per cui anche la sua conoscenza non pu essere che parziale. A loro invece interessa la conoscenza della totalit. Quella  il bene supremo. E su quella hanno riflettuto a non finire. 

Sono per questo diventati dei grandi filosofi? Non nel nostro senso. In tutta la lunghissima storia del pensiero indiano non c un Aristotele, un Platone, un Kant o un Hegel. E questo perch la filosofia, nel vero senso di amore del sapere, non  mai stata in India unattivit intesa a costruire astratti sistemi di valori, ma piuttosto intesa a dare sostegno e direzione alla vita. 

Penso alla mia esperienza con la filosofia. Lho studiata per tre anni al liceo. Ero anche bravo, 
prendevo ottimi voti, ma solo ora mi rendo conto di come non capissi assolutamente nulla. Era un 
esercizio intellettuale, una materia come la fisica, le scienze naturali, qualcosa da imparare per far bella figura alle interrogazioni, per passare agli esami, una roba fine a se stessa. Nessuno di quei bravi professori che mi facevano lezione di filosofia, come fosse un susseguirsi di idee - una che negava laltra -, riusc a farmi capire che quella roba aveva a che fare con la mia vita. 

In India tutti sembrano saperlo. La filosofia qui non  una forma di ginnastica, non  il monopolio 
dei colti, non  riservata alle accademie, alle scuole, ai filosofi. La filosofia in India  parte della vita,  il filo di Arianna con cui uscire dal labirinto dellignoranza. La filosofia  la religione grazie alla quale gli indiani contano di raggiungere la salvezza che nel loro caso  conoscenza. Non la conoscenza utile, quella per manipolare, possedere, cambiare, dominare il mondo (la scienza non  mai stata il loro punto forte); bens, come dicono i testi sacri, quella conoscenza che una volta conosciuta non lascia pi niente da conoscere: la conoscenza di s. 

A noi occidentali tutto questo ormai suona strano e forse superato. Per noi, la sola conoscenza che 
conta e che si rispetta  quella utile, quella applicabile, quella che serve a trovare un lavoro o a procurarsi un piacere. Noi non ci chiediamo pi chi siamo e guardiamo a noi stessi e agli altri in termini puramente utilitaristici. 

Agli inizi degli anni Trenta un avventuroso inglese di nome Paul Brunton fece un lungo viaggio in 
India sulle tracce della sua sapienza che lui vedeva minacciata dallirresistibile avanzare della mentalit occidentale. Uno dei bei personaggi che Brunton incontra  un vecchio yogi che nel corso della conversazione gli dice: Solo quando i sapienti occidentali rinunceranno a inventare macchine che corrono pi svelte di quelle che gi avete e cominceranno invece a guardare dentro di s, la vostra razza scoprir un po di vera felicit. Lei non creder che il poter viaggiare sempre pi velocemente renda la vostra gente pi felice? 

Sono passati pi di settant'anni. Molti indiani son capaci ancora oggi di porci quella stessa domanda. Ma noi ce la siamo mai posta? 

Pare proprio di no, visto che il correre sempre pi velocemente  diventato il nostro modo di essere. Tutto  ormai una corsa. Si vive senza pi fare attenzione alla vita. Si dorme e non si fa caso a quel che si sogna. Si guarda solo la sveglia. Siamo interessati solo al tempo che passa, a farlo passare, rimandando al poi quel che si vorrebbe davvero. Sul poi, non sullora, si concentra lattenzione. Nelle citt in particolare la vita passa senza un solo momento di riflessione, senza un solo momento di quiete che bilanci la continua corsa al fare. Ormai nessuno ha pi tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, di inorridirsi, di commuoversi, di innamorarsi, di stare con se stessi. Le scuse per non fermarsi a chiederci se questo correre ci fa pi felici sono migliaia e, se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle. 

Da ragazzo ho conosciuto uomini che avevano tempo. Erano i pastori dellOrsigna nellAppennino 
toscano, dove andavo in vacanza. Stavano per ore con un filo derba in bocca, distesi su un prato in cima a un monte a guardare da lontano il loro gregge e a riflettere, a sognare, a formulare dei versi che a volte scolpivano nelle pietre delle fonti o cantavano la domenica nelle gare di poesia attorno a una damigiana di vino. In India tutti hanno tempo e spesso hanno anche una qualche semplice riflessione da spartire con chi passa, come luomo che su una strada di campagna ha un misero baracchino per fare il t. Te lo porge in una ciotola di terracotta e ti insegna a scaraventarla poi al suolo facendoti notare che torna a essere parte della terra con cui si faranno nuove ciotole. Come succede anche con noi. 

Gli antichi greci, incontrando gli indiani nei bazar dellAsia Minore, rimasero colpiti da questa loro inclinazione a riflettere e dicevano: Non sono mercanti. Sono filosofi. Perch il saggio in India oggi, come secoli fa, non  necessariamente un bramino a capo di un tempio o il pandit che conosce a memoria i Veda; pu essere chiunque.
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Alcuni dei pi grandi saggi -o santi, o rishi -degli ultimi centocinquantanni sono stati personaggi di origini semplicissime e autodidatti. Nisargadatta Maharaj morto solo recentemente, rispettatissimo, era un venditore di sigarette, uno di quelli che in un cubicolo di legno su un marciapiede arrotolano il tabacco in speciali foglie facendo quei sigarini che gli indiani chiamano bidi-bidi. Lessenza del suo pensiero  raccolta in due libri, uno intitolato Io sono quello e laltro, basato su conversazioni con un suo allievo, The Ultimate Medicine.
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Ramakrishna, il grande rishi dellOttocento di cui scrissero personaggi come Max Mller e Romain Rolland, era nato contadino, cos come un secolo dopo Ramana Maharishi, luomo che considerava il silenzio uno dei pi efficaci modi di comunicare. Con quel suo silenzio, Ramana cambi la vita a migliaia e migliaia di persone. E la sua influenza continua ancora oggi. 

Un altro grande semplice era Kabir, uno dei pi amati poeti dellIndia, anche lui un rishi, vissuto nel 16esimo secolo a Benares dove faceva il tessitore. Fra i suoi discepoli aveva ricchi e potenti personaggi del suo tempo. Alcuni gli offrirono di smettere di lavorare e di non andare pi al mercato a vendere le sue stoffe, ma Kabir si rifiut. Tessere  il mio modo di pregare, diceva. 

Quando Kabir mor, ind e musulmani si contesero il diritto di fargli un funerale secondo la propria tradizione. Ma lui aveva lasciato detto: Copritemi con un velo e la decisione sar l. Cos fecero. E quando alzarono il velo, il cadavere era scomparso. Al posto di Kabir cera un cumulo di fiori e alle due comunit non rimase che dividersi quelli. 

Anchio a Delhi avevo il mio saggio personale. Anche lui era un uomo del bazar: il gioielliere di 
Sundar Nagar nel suo negozio allantica, sempre in penombra, coi ritratti degli antenati e degli dei ai muri e laria sempre magnificamente segnata da un filo profumatissimo dincenso. Quel vecchio era la sola persona con cui potevo parlare di come stavo e di quel che mi passava per la testa senza suscitare commiserazione. Il modo con cui aveva reagito quando per la prima volta gli avevo accennato al mio malanno era stato delicatissimo e la sua storia del musulmano che, buttato fuori dalla moschea, rotola gi lungo la scalinata, ma a ogni colpo che batte pensa a Dio, e alla fine  dispiaciuto dessere arrivato in fondo, mi aveva molto colpito. 

Ogni tanto passavo a trovarlo. Una mattina arrivai nel momento in cui dal suo negozio stava 
pomposamente uscendo la moglie di un ambasciatore europeo, con la macchina targata 01, l'autista in livrea con le mostrine del colore della bandiera del suo paese. Mi venne da dire una delle mie solite cattiverie sulla malriposta arroganza di certi funzionari dello Stato e delle loro consorti che, invece di usare di s per rappresentare i loro paesi, usano dei loro paesi per rappresentare se stessi. 
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Il gioielliere non comment. Mi chiese solo se conoscevo la storia del dio Indra e col tono di chi 
racconta una favola cominci. Indra su incarico degli altri dei aveva ammazzato il drago gigante che nel suo ventre teneva imprigionate le acque del mondo. Cos facendo Indra aveva ridato vita alla terra e felicit agli uomini, ma, fiero di essere riuscito in quellimpresa, si era montato la testa e aveva chiesto allarchitetto, dio delle arti, di costruirgli un grande palazzo adatto a un eroe. Larchitetto gliene fece uno bellissimo, ma Indra voleva sempre pi stanze e pi giardini. Larchitetto and da Brahma a lamentarsi. Questi ne parl con Vishnu il quale decise di intervenire. Nelle spoglie di un bambino si present alle porte della citt di Indra e chiese di essere ricevuto dal re. Indra dapprima rise dellimpertinenza di questo piccolo questuante, ma alla fine lo fece venire e dallalto del suo scanno gli chiese cosa voleva. Il bambino avvicinandosi si mise a ridere perch dietro di lui era comparso un esercito di formiche che stava invadendo la sala del trono. E quelle chi sono? chiese Indra, preoccupato. Quelle? rispose il bambino. Quelle sono tutte state Indra nelle loro vite precedenti.  Indra cap. E capii anchio: lui, il gioielliere, era il vero diplomatico. 
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Unaltra volta avevamo cominciato a parlare di figli. Anche lui ne aveva due e io gli avevo chiesto 
che cosa potevamo ancora dare loro. Dare? Dia loro tutto quello che ha. Ne hanno pi bisogno di lei. Alla nostra et dobbiamo coltivare ci che non muore. Il resto, via! Conosce la storia di Guru Nanak? Sapevo che Guru Nanak  il grande santo dei sikh. Ma quale storia? 

Guru Nanak era sempre in viaggio attacc il gioielliere. Un giorno arriva in un villaggio. Vede una bella casa con tante bandiere colorate che sventolano allingresso. Gli dicono che l sta luomo pi ricco del paese, un prestasoldi. Ogni volta che mette da parte unaltra cassa piena di monete, alza una nuova bandiera e fa una festa. Guru Nanak va alla casa e chiede se possono dare qualcosa da mangiare anche a lui. Il padrone, riconoscendolo come un santuomo, gli fa portare cibo e bevande. Quando ha finito, Guru Nanak chiede al prestasoldi se gli pu fare un favore. Certo, dice quello, felice di fare unopera buona e con ci acquistare dei meriti sul suo karma. Far quel che volete. 
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Guru Nanak dalla sua saccoccia tira fuori uno spillo di ferro tutto arrugginito: Tienimelo in 
deposito. Me lo restituirai quando ci rincontreremo nella prossima vita. Lo prometto, dice il prestasoldi. E non vi faccio nemmeno pagare. Guru Nanak si rimette in cammino e luomo va dalla moglie a raccontarle la storia. Cretino, dice quella. Come credi di poter mantenere la tua promessa? Quando muori, non potrai portarti dietro nulla, neppure quello spillo! Luomo capisce. Corre dietro al santuomo, si butta ai suoi piedi e gli chiede di poterlo seguire come suo discepolo.
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Il gioielliere godeva come me delle sue storie e alla fine di questa, come se parlasse a s, continu: La morte ci toglie tutto. Se riuscissimo ad alleggerirci prima ci sentiremmo pi liberi. Gi! Perch aspettare lultimo momento per fare un po di piazza pulita, per buttare a mare la zavorra di cose ed emozioni che ci portiamo dietro? Meglio farlo ora, coscientemente, quando se ne hanno ancora le forze. Questa s che sarebbe una liberazione!
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Certo, disse il gioielliere. La morte arriver. Perch farsi sorprendere? Se non  al mercato  a Samarcanda. Conosce la storia? Quella la conoscevo. Lavevo riletta da poco in Robert Musil.  una vecchia storia dellAsia Centrale, ma feci finta di non saperla per farmela riraccontare da lui. 
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Un giorno il Califfo manda il suo Visir a sentire cosa dice la gente al bazar. Quello va e nella folla nota una donna magra e alta, avvolta in un gran mantello nero, che lo guarda fisso. Terrorizzato, il Visir scappa via. Corre dal Califfo e lo implora: Sire, aiutami! Al bazar ho visto la Morte.  venuta per me. Lasciami partire, ti prego. Dammi il tuo migliore cavallo. Con quello, a tappe forzate, stasera sar in salvo a Samarcanda. Il Califfo acconsente e fa portare il suo cavallo pi veloce. Il Visir balza in sella e galoppa via a spron battuto. Incuriosito, il Califfo va lui stesso al mercato. Nella folla vede la donna dal gran mantello nero e la avvicina.
Perch hai fatto paura al mio Visir? le chiede. Non gli ho neppure parlato, risponde la Morte. Ero solo sorpresa di vederlo qui, perch il nostro appuntamento  stasera a Samarcanda. 
Queste erano le mie chiacchierate col gioielliere: il gioielliere indiano.
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E dove, se non in India, si trova un dentista come il dottor Siddhartha (il nome di Buddha) Mehta 
del Khan Market? Per togliermi un dente mi fece un po di anestesia, prese le tanaglie, mi avverti che avrei sentito uno scricchiolio, si concentr, tir con forza e il dente venne via liscio. Riponendo le tenaglie sul tavolinetto, alz lo sguardo al cielo. Grazie, disse al suo dio. Poi, rivolto a me, aggiunse: Mi aiuta sempre, sa .. 
...
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...
LA LUCE NELLE MANI.
...
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La parola reiki, assieme ai suoi due ideogrammi, lavevo vista per la prima volta alla bacheca 
dellOpen Center di New York. Il cartellone invitava a iscriversi al corso Livello Uno di reiki, che si sarebbe tenuto nel fine settimana. 

Fui attratto da quei due caratteri. In cinese significano energia universale, ma l si diceva che il corso era sulle qualit terapeutiche dellenergia spirituale. E gi questo mi insospett. Poi lessi che il fondatore di questa pratica, con cui curare se stessi e gli altri, era stato un giapponese di centocinquantanni fa e lasciai cadere lidea di andarci anche solo a curiosare. Ero vissuto a lungo in Giappone e conoscevo bene labilit che hanno i figli del Sol Levante nellappropriarsi di cose e idee altrui, per poi rimetterle sul mercato come prodotti giapponesi. In Hokkaido avevo visitato la prima piramide del mondo -giapponese naturalmente! -, la tomba di Cristo e la casa di Babbo Natale.
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A New York, dunque, non avevo voglia di vedere che cosa un signore giapponese dellera Meiji, quando il suo paese copiava di tutto per diventare moderno, era riuscito a combinare col vecchio e cinesissimo concetto del qi (scritto anche ki), lenergia vitale. Ero stato da Master Hu e questo mi bastava. 

Ma a Delhi? Un corso di reiki tenuto da due maestri indiani? La combinazione era troppo insolita 
perch resistessi. Telefonai, mi iscrissi e subito dopo ricevetti per fax le istruzioni: presentarsi con abiti 
di puro cotone o pura lana, comodi, e non avere addosso alcun profumo perch poteva interferire con la libera circolazione dellenergia. 

Il corso si svolgeva in una scuola appena fuori Delhi, poco lontano dal Qutab Minar, laltissimo 
minareto in pietra rossa costruito novecento anni fa dagli invasori afgani come simbolo del dominio 
musulmano sullIndia. Il posto era pulito e piacevole. Grandi stanze vuote davano su un bel giardino 
assolato. In quella dove eravamo riuniti cera una stuoia ricoperta da lenzuoli bianchi. Noi studenti o 
clienti, visto che avevamo pagato una ragguardevole cifra per i tre giorni, stavamo seduti in fila per 
terra. I due maestri, un uomo e una donna sulla cinquantina, tutti e due riciclatisi da chi sa quale passato -forse insegnanti -stavano su una bassa piattaforma di legno, anche loro seduti nella posizione del loto o, come un tempo si diceva in Europa, del sarto: una posizione naturale ed elegante .. se ci si sa stare. Anche una posizione sana. Io, a forza di sedermi a quel modo anche a leggere e a scrivere, mi son curato il mal di schiena. 

Eravamo una trentina, la maggioranza donne, e ognuno dovette presentarsi. Io dissi dessere 
pensionato e mi guardai bene dallaggiungere altro. Nel corso delle presentazioni mi colp che la 
scolaresca, pur tutta indiana a parte me, fosse composta di gente molto simile a quella che a New York frequentava lOpen Center: persone particolari ma in crisi; colte ma insoddisfatte. Ognuno era in cerca daltro, di una consolazione, di una via duscita. Cerano donne di mezza et con problemi matrimoniali e giovani donne libere, ma sole. Fra gli uomini cerano un radiologo, un pubblicitario e un fotografo. 

Erano tutte vittime della stessa societ dei consumi che in America e in Europa manda la gente a 
consolarsi ai corsi di meditazione, yoga, tarocchi o qi gong, e che aveva spinto il mio anestesista di New 
York a diventare un sufi del Kashmir. Questi erano indiani, ma della nuova India, lIndia urbana e 
benestante, lIndia che da anni persegue sogni di modernit occidentale e che ora comincia a soffrire 
degli stessi malesseri dellanima di cui soffre lOccidente. 

Questa nuova India  pi o meno quella stessa che in passato  stata colonizzata e ferita, come 
scrive V.S. Naipaul, dalla sprezzante dominazione inglese e che ora, di nuovo attratta su una strada che 
non  indiana, cerca di mettersi al passo col dominio della nuova, grande potenza imperiale, gli Stati 
Uniti dAmerica.  lIndia della emergente borghesia di Delhi, Bombay e Calcutta; lIndia che volta le spalle ai milioni di villaggi dove continua a vivere la stragrande maggioranza, mai colonizzata, della 
popolazione indiana.  lIndia che non  pi vegetariana, che beve alcool, che si veste in blue jeans, che 
manda i figli a studiare allestero e ostenta la sua occidentalizzazione.  lIndia che ha voluto la bomba atomica: un suo diritto, naturalmente, ma anche labdicazione alla sua tradizionale ricerca di una forza che non fosse quella banale delle armi. LIndia che ha rifiutato Gandhi. 

I due maestri sapevano a che tipo di persone parlavano e il discorso che fecero per presentare il 
reiki avrebbero potuto farlo esattamente uguale a New York: il mondo intero soffre degli stessi 
problemi; i rapporti umani sono sempre pi inesistenti; si vive sempre pi isolati e soli; la Terra  in 
pericolo a causa del progressivo inquinamento; la razza umana corre il rischio di estinguersi e, se anche sopravvivesse, nel giro dei prossimi vent'anni la societ cambier. Quindi scienziati e santi debbono ora unire le loro forze per salvare il mondo. 

Per la stragrande maggioranza degli indiani sarebbe stato un discorso irrilevante. I problemi di cui trattava non erano i problemi delle centinaia di milioni che vivono nelle campagne o lungo le rive del Gange, dove nessuno sembra essersi ancora accorto che luomo  andato sulla Luna. 

Come potete continuare ad adorare il sole e la luna come fossero degli dei? chiede un viaggiatore 
occidentale a un vecchio bramino. Il sole, ormai lo si sa, non  che una esplosione di gas. Quanto alla luna, ci sono gi arrivati gli americani a piantarci la loro bandiera. 

Oh no, risponde il bramino, beato e tranquillo nel suo tempietto in mezzo ai campi. Il sole e la luna che noi veneriamo sono altri. Sono molto pi lontani, sono al di l. Il sole e la luna che vediamo sono i discepoli del Sole e della Luna che veneriamo. 

I miei compagni non erano pi di quellIndia antica, saggia e sorprendente. Loro appartenevano 
allIndia che ho visto cambiare sotto i miei occhi. 

Quando con Angela arrivammo a Delhi nella primavera del 1994, trovammo la citt tappezzata di 
cartelloni che dicevano: Eccomi, son tornata! Era la Coca-Cola che annunciava la sua riapparizione sul mercato indiano dopo esserne stata bandita per diciassette anni. Enormi bottiglie di cartone attaccate a tutti i pali della luce deturpavano la citt, e solo alcune centinaia di indiani protestavano davanti allalbergo dove si svolgevano i festeggiamenti per questo grande ritorno. 

LIndia aveva deciso di rinunciare al suo tentativo autarchico, al voler fare da s, e stava cedendo alle 
tentazioni del mercato. Resistere alla spinta della globalizzazione era diventato impossibile senza una 
ideologia sentita e vissuta. Quella gandhiana era morta pi o meno nel momento stesso in cui il paese 
era diventato indipendente, e con la progressiva modernizzazione era cominciata la progressiva 
occidentalizzazione. 

Qua e l cerano stati tentativi di resistenza, ma alla fine, specie dopo lascesa al potere di Rajiv 
Gandhi, figlio di Indira e nipote di Nehru, la resa fu pressoch totale. Insieme alla Coca-Cola, 
arrivarono i telefonini, la catena dei ristoranti McDonalds, il pollo fritto del colonnello Sanders, le 
confezioni di junk food, la centrale nucleare della Emron, la televisione via cavo e i programmi 
televisivi americani tradotti nelle varie lingue locali. Le citt hanno assorbito il nuovo con volutt e, 
assieme al nuovo, nel giro di poco tempo  arrivato anche il resto: pi libert sessuale, meno matrimoni 
tradizionali (organizzati tra famiglie), pi divorzi, pi desideri, pi inquietudine, pi insicurezza. 

Non cera bisogno della globalizzazione per insegnare al paese il Kamasutra, la gioia del sesso, ma la nuova cultura individualistica dellOccidente ha sganciato quella gioia dalla sua funzione sociale -il mantenimento del matrimonio -e ha fornito tutte le giustificazioni per una rottura con la tradizione. Le riviste femminili indiane hanno cominciato a parlare del diritto allorgasmo, di infedelt, di rapporti omosessuali fra donne, e della nuova moda -tutta urbana, ovviamente -delle feste in cui i mariti finiscono per scambiarsi le mogli pescando a caso, da un vassoio in cui vengono gettate arrivando, le chiavi della macchina con cui tornare a casa. 

LIndia, la cui base filosofica  stata per millenni il concetto che tutto  uno, ha ora le sue riviste distiche in cui proprio quel concetto, riciclato in chiave new age, viene usato per vendere corsi di benessere psicofisico e altre fandonie. 

Strani personaggi occidentali approdano ormai regolarmente in India a portarle lantica sapienza dei maya o quella degli egizi. Un americano tiene corsi sugli insegnamenti di Lemuria, il continente scomparso, di cui proprio lui deterrebbe il segreto di espandere e rinvigorire i poteri psichici che permettono di rimanere legati alla dimensione di Dio. 

Un australiano insegna il metodo Melchizedek (lEterno Signore della Luce) con cui allineare se 
stessi al battito del cuore delluniverso e creare cos un equilibrio fra corpo e mente. Il metodo -si 
legge nella pubblicit -veniva praticato sulla terra al tempo di Atlantide, dove era stato insegnato 
alluomo dai delfini e dalle balene. Dimenticato da tempo,  stato recentemente rivelato allaustraliano 
in questione, un seguace di Sai Baba, dal maestro asceso Toth. I corsi -ovviamente a pagamento comprendono 
lattivazione delle olografie orbitali, la merkaba di amore-corpo leggero, il nuovo 
platino, le magiche energie ermetiche, il ridirezionamento degli elementi in modo da conformarli a ogni 
partecipante e migliorarne la realt. Col metodo Melchizedek -e qui  la trappola -in due giorni una 
donna sarebbe riuscita a guarirsi dal cancro al seno. Anche i malati di AIDS avrebbero molto da 
sperare. 

LIndia, dove specie nel secolo scorso erano accorsi tanti occidentali nella speranza di trovarci i 
segreti per una cura dellanima che poteva essere indispensabile alla sopravvivenza dell'Occidente, si ritrova ora a importare quei segreti, mercificati e ri-impacchettati, dallOccidente stesso. Si sa, quel che viene da lontano, quel che  misterioso attrae, molto di pi di quel che si ha sottomano. 

Il reiki  la medicina spirituale per molte malattie, disse il maestro durante la prima mattina del 
corso. Nelle nostre vite c troppo stress, troppa fatica, troppa tensione. Il reiki vuole ristabilire 
lequilibrio fra i diversi livelli dellessere umano: fisico, mentale, emotivo e spirituale. Ognuno di noi 
possiede una forza di origine divina. Si tratta di imparare a raccoglierla e a trasmetterla attraverso le 
nostre mani. Il reiki  il metodo segreto per invitare la felicit a entrare nella nostra vita, continu. Si 
pu impararlo in tre giorni. 

Ovviamente, perch potesse essere credibile e potente, bisognava che il reiki avesse una storia, un 
fondatore, un filo che riconducesse anche questa pratica a una misteriosa fonte di segreti. La Societ 
Teosofica dovette inventarsi dei maestri dai nomi esotici che, da chiss dove nel Tibet, davano 
istruzioni ai suoi fondatori. Gurdjieff, loriginalissimo personaggio che fond listituto per lo Sviluppo 
Armonioso dellUomo ed ebbe fra i suoi adepti romanzieri come Katherine Mansfield e Ren Daumal e 
fra i suoi ammiratori un grande architetto come Frank Lloyd Wright, lasciava vagamente intendere 
daver imparato alcune importanti lezioni viaggiando prima nellAsia Centrale, poi anche lui in Tibet, e 
di aver trovato finalmente la risposta ai suoi quesiti in certi segretissimi manoscritti armeni, recuperati 
nel monastero di Sarmung, fra lUrmia e il Kurdistan. 

Anche il reiki aveva un suo pedigree. Quello raccontato dalla maestra del mio corso viene 
sciorinato pi o meno con le stesse parole in centinaia di corsi che si svolgono ormai in tutto il mondo, 
visto che il reiki  diventato di gran moda e fra tutte le pratiche new age  quella in maggiore 
espansione. C gi il Reiki dell'Arcobaleno, il Reiki dello Yin e Yang e il Reiki Trascendentale. 

Questa dunque la storia del reiki. Nel 1865 nasce, in una famiglia giapponese di antico lignaggio 
samurai, Mikao Usui. Dopo aver fatto i suoi studi, Usui va a insegnare in una piccola universit 
cristiana. L i suoi allievi lo sfidano a spiegare i miracoli di Cristo, il suo saper curare gli ammalati e risuscitare i morti. Usui non ha la risposta, e decide di andarsela a cercare. Viaggia in Cina, in India e in Tibet. Poi finisce negli Stati Uniti dove vive per alcuni anni e si laurea in medicina allUniversit di Chicago.
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Tornato in Giappone, Usui va in ritiro sul monte Kurama a nord di Kyoto. Intende restarci per tre 
settimane a digiunare e meditare. Per tenere il conto dei giorni che passano mette dinanzi a s ventun pietre e a ogni levar del sole ne butta gi una dalla montagna. Quando arriva allultima, Usui vede la pietra che ha appena tirato tornare indietro e venirgli incontro come una grande palla di luce e di energia. Usui cerca di mettersi al riparo, ma non fa in tempo. La palla viaggia a grandissima velocit e lo colpisce in testa. Quando riprende i sensi, Usui ha trovato la risposta che cercava: quella forza luminosa e divina, quella energia universale  la fonte di tutte le guarigioni, di tutti i miracoli e deve essere gestita attraverso limposizione delle mani. Il metodo  il reiki. 

Il dottor Mikao Usui, sempre secondo la versione del pedigree, dapprima sperimenta il suo metodo 
fra i mendicanti e i senza tetto di Kyoto; poi, avendo riscontrato grandi successi, si trasferisce a Tokyo 
dove apre una piccola clinica. Durante il disastroso terremoto del 1923 Usui partecipa ai soccorsi e col 
suo reiki cura tantissimi feriti. Nel 1926 muore e i suoi discepoli erigono in suo onore una stele nel 
tempio di Saihoji, fuori Tokyo. 

Tutto sarebbe finito l, non fosse stato per la signora Hawayo Takata, una giapponese delle Hawaii, 
che attorno al 1970, dopo aver imparato il metodo da Chujiro Hayashi, un allievo diretto di Usui, si 
mette a insegnare il reiki negli Stati Uniti. Attraverso i ventun allievi (tanti quante le pietre!) della 
signora Takata, il reiki si diffonde in tutto il mondo, gli allievi di quegli allievi diventano maestri che 
formano altri allievi, che a loro volta diventano maestri. Decine di libri sul reiki vengono pubblicati in 
tutte le lingue. In ognuno figura la bella, vecchia foto di un carismatico giapponese di mezza et, con 
capelli e barba brizzolati, il sorriso benevolo, lo sguardo profondo, le sopracciglia folte sopra gli 
occhialini tondi, lespressione sorniona e consolante: la perfetta immagine della misteriosa saggezza 
orientale. 

Prima di sperimentare su noi stessi il metodo che stavamo imparando, dovemmo fare alcuni esercizi 
intesi, dicevano i maestri del corso, a concentrare la nostra attenzione e a guardare al di l. In uno bisognava stare seduti a occhi chiusi e immaginarsi lesperienza che aveva fatto Usui sul monte Kurama il ventunesimo giorno del suo digiuno; in un altro bisognava guardare il cielo per cercare di vedere i pallini di energia che circolano nellaria. 

A me faceva ridere, ma per i miei compagni la cosa era seria. Alcuni dissero di vedere la luce, altri lenergia. Una donna, come invasata, raccont di essersi sentita avvolgere da un gran bagliore. Bene, vi siete fatti unidea del mondo invisibile, concluse il maestro. 

Da l ai miracoli il passo era breve e il maestro ne raccont uno fatto dalla signora Takata. Era 
stata chiamata al capezzale di unamica, ma quando arriv quella era ormai morta da mezzora. La 
Takata non si scoraggi: le fece il reiki nella zona del cuore e la donna, mentre stavano gi mettendola nella bara, si alz per vivere altri cinque anni. 

Si trattava dunque di imparare a usare quella forza che, come ci spiegavano i maestri,  
nelluniverso e in ognuno di noi. Il sistema  facile: si socchiudono leggermente le mani e le si tengono a una distanza di dieci, quindici centimetri dal corpo da trattare. 

Per impratichirsi, ognuno dovette trattare il proprio vicino e poi farsi trattare da lui. Non era facile tenere le mani ferme e le braccia tese per una decina di minuti finch la corrente di energia fosse passata. Per una pulizia del corpo le mani dovevano agire successivamente sui vari suoi organi. Una seduta durava da una a due ore. 

Mai fare il reiki sulla testa, dove  localizzato il Chakra della Corona. E mai sullombelico, spieg il maestro. 

Ai malati di cancro mai, mai fare il reiki sul Chakra della Radice, quello alla base della spina 
dorsale. Drizzai le orecchie. 

Tutte le malattie, continu, nascono da uno scompenso fisico o emotivo. Un grande oncologo  
arrivato alla conclusione che il cancro  causato da una mancanza di amore e per questo suggerisce 
come cura una grande dose di abbracci almeno tre volte al giorno. I pazienti che hanno sperimentato 
questa terapia sono migliorati notevolmente. 

Avrei potuto alzarmi, dargli due schiaffi e andarmene, ma invece dellenergia mera venuta addosso 
una gran voglia di ridere e dovetti controllarmi per non mettere tutti in imbarazzo. Il problema si fece ancora pi grave quando venne il mio turno di andare a mani giunte alla cerimonia della 
sintonizzazione, il rituale con cui il maestro sintonizza la forza che ognuno ha dentro di s con la forza universale. 

Entrai in una piccola stanza semibuia; il maestro era in piedi davanti a un altarino su cui 
risplendeva un lume a olio. Disse delle parole che non capii, batt con un legno su una ciotola di 
bronzo e quel suono, mi spieg, doveva risvegliare la mia forza interiore e allinearla alla frequenza del reiki. Lui, il maestro, aveva stabilito quel mistico collegamento e io ero ora in diretto contatto con lenergia delluniverso e potevo usarla per curare altri. 

Eravamo l, luno dinanzi allaltro, non cera modo di sfuggirgli e io avevo solo paura di schiantare in una gran risata. E da ridere ce nera! Tornato in aula, il maestro, parlando delle propriet del reiki, disse che poteva essere fatto con successo anche al proprio computer! 

Gli strumenti che usiamo sono estensioni del nostro corpo, spieg. E avete notato? si ferm, 
tenendoci col fiato sospeso. Avete notato come le macchine che usiamo e da cui dipendiamo hanno la 
tendenza a non funzionare quando il nostro stato danimo  negativo e tutto sembra andarci storto? 
Questo, secondo lui, era un punto importante: Quando non siamo mentalmente sintonizzati con 
luniverso, tutto attorno a noi tende a soffrirne: anche il nostro corpo. 

Poi il maestro spieg che il reiki pu essere fatto anche alle piante e agli animali. E come se 
parlasse a me, aggiunse: Piante e animali non sono scettici. Piante e animali sono molto pi aperti di mente di tanti esseri umani. 

Resistetti, e alla fine del terzo giorno ricevetti il diploma del Livello Uno. Con quello, dopo ventun giorni di reiki fatto su me stesso per ripulirmi, avrei potuto iscrivermi al Livello Due, col quale avrei imparato a fare il reiki a distanza, a curare cio persone lontane, e mi sarei sintonizzato su una frequenza pi chiara e pi potente della forza universale. A quel punto avrei potuto proseguire per il Livello Tre, in cui avrei imparato a sintonizzare altri, ossia a essere io un maestro. 

Ma questo non era nei miei piani. 

Il corso mi lasci addosso una strisciante irritazione. Il propagarsi di tanta superficialit, con tutti i pericoli impliciti per chi avrebbe potuto considerarlo una cura per una malattia seria, mi pareva unoffesa allintelligenza. Eppure il successo mondiale del reiki era innegabile. Soltanto a Delhi cerano pi di duemila maestri. Il fatto che tutto fosse nato in Giappone mi incuriosiva, perch l, gi una volta, ero stato coinvolto in una stranissima storia che aveva a che fare con limposizione delle mani. 

A met degli anni Ottanta viaggiavo nel Nord dello Honshu, la principale isola giapponese, con un 
carissimo collega di Tokyo il cui nome di famiglia, quella davvero di origini samurai, significa Grande Amico. Eravamo arrivati nella cittadina di Takayama a notte fonda e ceravamo appena accomodati sui tatami di un vecchio ryokan, la tradizionale taverna giapponese, quando sentii, gi in strada, voci di persone che, passando, parlavano in italiano. Tesi lorecchio. Parlavano addirittura in toscano! Mi alzai, aprii la finestra e li chiamai. Erano dei giovani di Pistoia arrivati in quellangolo sperduto del Giappone per le grandi celebrazioni di una nuova religione di cui io non avevo mai sentito parlare, ma di cui loro - a Pistoia! - erano adepti. 

Rividi i miei programmi e la mattina dopo, invece di tornare a Tokyo, li seguii in uno straordinario, opulentissimo tempio dai tetti immensi che parevano i cavalloni dorati di un mare scintillante. In fondo alla sala del tempio tutta foderata di rosso cera un palcoscenico che poggiava su un gigantesco acquario illuminato da una luce azzurra e in cui nuotavano, lente, delle grandi carpe bianche e rosse. Quando si alz il sipario, in mezzo a un paesaggio di finte montagne e di vere cascate dacqua comparve, avvolta in veli bianchi, la sacerdotessa della setta a dare il benvenuto alle delegazioni arrivate da tutto il Giappone e dal resto del mondo. Avevo scoperto la setta Mahikari. 

Era stata fondata negli anni Trenta da un ufficiale giapponese. Lispirazione gli era venuta, come 
succede, cadendo da cavallo mentre era di stanza in Vietnam. Il colpo laveva illuminato e la chiamata era stata chiara: doveva fondare una religione esclusivamente dedicata ad alleviare il dolore e a curare le malattie dellumanit. Aveva toccato la corda giusta e in poco tempo il numero degli adepti si era moltiplicato. Lui era morto, la figlia aveva preso il posto di sacerdotessa e il Mahikari era diventato una delle pi ricche e una delle pi solide sette fra le tante che ogni anno fioriscono -e a volte sfioriscono in Giappone. 

Gli adepti erano ormai alcune decine di migliaia e mi fu facile poi riconoscerli, specie nelle stazioni della metropolitana dove si appostavano per fermare qualcuno nella folla, per mettergli una mano sulla fronte e proporsi come guaritori dei suoi malanni. 

Perch questo  il segreto del successo del Mahikari: chi ne diventa membro acquisisce il potere di 
guarire altri con la semplice imposizione della mano. Lenergia  quella delluniverso, viene dal cielo; la setta funge da cabina di smistamento. Ma c un trucco: per mantenere questo potere ogni membro deve pagare alla setta una quota mensile, una sorta di bolletta che gli permette di rimanere attaccato alla luce. 

Il reiki funziona in maniera molto simile, solo che il pagamento avviene una tantum e, una volta 
sintonizzati, non c pi pericolo di vedersi tagliare i fili. 

Mi incuriosiva saperne di pi. Scrissi al Grande Amico a Tokyo e gli chiesi di trovarmi tutto quel che poteva su Usui e sul suo sistema di guarigione. La risposta arriv dopo un paio di settimane e fu interessante. In Giappone il reiki non aveva seguaci (il mercato della imposizione delle mani era gi occupato dai Mahikari) e Usui era praticamente sconosciuto. La stele al tempio di Saihoji esisteva, ma di Usui il mio amico non era riuscito a trovare altre tracce. Il suo nome non figurava fra i medici dellinizio del secolo scorso ed era comunque molto improbabile che si fosse laureato a Chicago perch al tempo in cui Usui, secondo la storia, ci sarebbe stato la Facolt di medicina in quella universit non esisteva ancora. Lamico giapponese sugger che forse il dottor Mikao Usui non era mai esistito e che la sua storia, con tanto di vecchia foto, dettagli sulla vita e miracoli, era tutta una abilissima messa in scena per vendere una nuova tecnica di guarigione. 

Comunque stessero davvero le cose, loperazione era stata di enorme successo. Il reiki stava facendo adepti in tutto il mondo; alcuni maestri stavano diventando ricchi con i loro siti internet, i loro libri e soprattutto col monopolio sulla discendenza divina, cio sul loro diretto rapporto col fondatore. S, perch il reiki si  strutturato come una catena di santAntonio in cui solo chi ha studiato con un allievo, o un allievo di un allievo, o un allievo di un allievo di un allievo di Usui  un maestro. Solo quella discendenza diretta garantisce lautenticit dellinsegnamento e la sintonizzazione con la forza. Scoprii poi che cera anche unaltra versione di come il reiki, sempre attraverso Usui, sarebbe arrivato nel mondo: una versione pi avventurosa e pi americana.
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Secondo questa versione Usui, che fin da piccolo si era interessato alle scritture buddhiste, nel 1899 compra, in un negozio di libri usati di Kyoto, un fascio di vecchi manoscritti. Fra questi c un testo che Usui cercava da anni, Il Tantra del Fulmine che cura il Corpo e illumina la Mente, sulla trasmissione di energia a fini terapeutici. Il testo, originariamente tibetano, risale al settimo secolo dopo Cristo e sarebbe stato portato in Giappone, attraverso la Cina, dal fondatore della setta buddhista Shingon.
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Da quel testo Usui impara il reiki e comincia a praticarlo. Dopo il grande terremoto di Tokyo, 
sentendo la propria salute venire meno, Usui mette tutto quel che ha sul reiki, comprese le sue note e i suoi diari, in una scatola di lacca e poco prima di morire, nel 1926, la consegna al suo allievo prediletto. A questo punto la storia della scatola di lacca diventa rocambolesca. Lallievo, richiamato alle armi nel corso della Seconda Guerra Mondiale, affida la scatola a un tempio. Nel 1942 lallievo viene ucciso a Manila; subito dopo il tempio viene bombardato e la scatola, messa in salvo da un gruppo di monaci, viaggia per il Giappone, finch un giorno un giovane ufficiale americano delle forze di occupazione interessato al buddhismo la compra. Lufficiale, diventato generale, porta la scatola in America e se la dimentica nella soffitta di casa sua dove, nel 1994, viene trovata dal figlio che -guarda caso! -si scopre essere la reincarnazione di un importante lama tibetano. 
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Secondo i documenti nella scatola di lacca il reiki risalirebbe addirittura a Buddha nella sua 
espressione terapeutica di Signore della Luce di Lapislazzulo. In altre parole, il reiki, che oggi simpara in un fine settimana, avrebbe una storia non di 150, ma di oltre 2500 anni. Proprio quel che attira la gente.
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Allora: il reiki  solo una presa in giro?  da evitare? Per niente. Tutto pu servire a innescare un processo di guarigione: la meditazione, la fede in un santo, lo yoga, le preghiere e certo anche il reiki. Basta credere nella sua efficacia. Limposizione delle mani  una vecchia pratica religiosa e non c dubbio che lavvicinarsi amichevolmente a unaltra persona, il toccarla con calore  consolante,  confortante,  terapeutico. Non so quanto possa curare i malati di cancro o far risuscitare i morti, ma certo riduce la tensione, calma la mente, ispira pensieri positivi che di per s, come le risate, sono sicuro, fanno un gran bene e rafforzano il sistema immunitario. 

Il fatto , per, che in tutte le tradizioni, compresa quella cristiana, lefficacia dellimposizione delle mani  sempre stata legata alle qualit della persona che compiva quellatto e non allatto in s. Solo una persona di grande spiritualit e di animo puro poteva avere il tocco magico. 

Il reiki ha stravolto questa verit trasformando il potere magico di guarire in un metodo che tutti possono imparare in pochi giorni e che non dipende affatto da chi lo pratica e dalle sue qualit psichiche o morali. Quello che era un dono di dio  diventato un semplice prodotto da acquistare. Funziona lo stesso? 

Secondo i taoisti, no. Se luomo sbagliato usa i mezzi giusti, i mezzi giusti agiscono in modo 
sbagliato, dicevano quei saggi. Ma chi ascolta pi i vecchi cinesi? 

Alla fine dei conti, qualunque fossero state le qualit dei maestri, anche quel corso non mi parve completamente inutile. Certo era preferibile a un altro fine settimana passato fra shopping e televisione. Almeno uno aveva avuto la possibilit di uscire dalla routine, di vedersi in maniera diversa e magari di riportare a casa qualcosa di nuovo. 

Io ad esempio avevo imparato che se si mastica un boccone trentadue volte si mangia un terzo di 
meno e ci si nutre molto di pi. Almeno cos avevano detto i miei maestri. 

Una sera, in casa di amici indiani, raccontai della mia esperienza col reiki e dissi della mia 
frustrazione: ero venuto in India convinto di trovarci una cultura forte, sicura di s, capace di resistere 
alla violenza omogeneizzante della globalizzazione, e invece, vivendo a Delhi, mi pareva che anche 
lIndia non facesse altro che correre dietro ai prodotti, alle idee e alle mode dell'Occidente. 

Il padrone di casa, un barbuto, colto produttore cinematografico, moderno di testa, ma ancora ben 
radicato nella sua tradizione, non condivideva il mio pessimismo. 

Non preoccuparti, disse. LIndia corre dietro a tutto, ma va molto, molto piano. Vedrai che finir per arrivare tardi anche al funerale della cultura occidentale. Secondo lui lIndia avrebbe digerito lattuale processo di occidentalizzazione come aveva digerito tutte le altre invasioni del passato, da quelle musulmane a quella inglese. 

Per millenni questo paese, come gran parte dellAsia, Cina compresa,  stato guidato da aspirazioni 
prevalentemente spirituali e questa inclinazione in qualche modo continuer a vivere e prosperare. 
Niente qui viene completamente dimenticato e sepolto; niente viene mai distrutto e sostituito col 
nuovo. LIndia  unarca di No in cui anche ci che da tempo  morto altrove sopravvive. Qui sono 
conservati i semi di tutto il meglio che luomo abbia mai pensato. Anche nel campo della medicina, 
come mi resi conto appena cominciai a fare la mia personalissima ricerca di una possibile cura. LIndia  il solo paese al mondo in cui si pratica ancora lunani, lantica medicina greca fondata da Ippocrate e arrivata qui al seguito di Alessandro Magno nel quarto secolo avanti Cristo.
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Lunani -in urdu significa appunto Grecia -cura soprattutto le malattie nervose oltre allinsonnia e allipertensione. Il principio di fondo di questa medicina  il mantenimento dellequilibrio fra i vari elementi del corpo al fine di attivare la capacit di autoconservazione. La terapia si fonda soprattutto su una dieta esclusivamente vegetariana. I medici si chiamano akim. Oggi in India ce ne sono circa cinquantamila. 
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In India coesistono i pi svariati sistemi di medicina. Accanto alla medicina occidentale c, ultima arrivata, layurveda, lantica medicina locale, c lomeopatia, la naturopatia, la medicina cinese e soprattutto quella tibetana. 

Nei miei tempi giornalistici avevo aperto un incartamento chiamato Medicina, in cui mettevo tutto 
quello che la stampa indiana pubblicava sullargomento. Col passare degli anni avevo accumulato tante storie. Alcune strane come questa. Una volta allanno, nella citt di Hyderabad, migliaia di persone fanno la fila per ingoiare delle sardine di cinque o sei centimetri nella cui bocca  stata messa una misteriosa composizione di erbe: una cura miracolosa contro lasma. La ricetta  il monopolio della famiglia Goud fin dal 1845, quando un loro antenato ricevette in dono la formula segreta da un santuomo che diceva di discendere dal mitico fondatore dellayurveda. 

Pi di mezzo milione di pazienti ricorrono oggi a questa cura che, si dice, funzioni soltanto ai primi di giugno quando una certa costellazione appare in cielo e rende potente la combinazione delle sardine con la pozione. Lafflusso di asmatici  ormai tale che i pesci vengono spesso a mancare e il governo deve intervenire per garantirne il rifornimento. Per questo miracolo delle sardine la famiglia non si fa pagare. Le donazioni sono per benvenute. 

Fra i miei ritagli cerano cure ugualmente bizzarre -una a base di musica -per il diabete e 
lipertensione. Fra quelle pi antiche cera la cosiddetta terapia dellacqua, un eufemismo giornalistico per descrivere labitudine di bere ogni mattina a digiuno un bicchiere della propria urina per combattere ogni sorta di malattia. Fra i pi illustri adepti di questa terapia cera anche un ex Primo Ministro. 

Le cure del cancro raccolte nel dossier erano tantissime. A Calcutta cerano degli omeopati a 
promettere la salvezza. Nella periferia di Delhi cera un medico che diceva davere messo a punto un vaccino anticancro a base di cianuro di potassio. Tre gocce di questo vaccino somministrate a un bambino di tre anni sono la sua migliore assicurazione sulla vita: potr fumare e mangiare quanto vorr; non si ammaler mai di cancro, aveva dichiarato annunciando di voler brevettare il suo ritrovato. 

Alla ricerca di qualcosa che facesse per me avrei potuto seguire mille piste, avrei potuto prendere 
mille direzioni. In quel mio dossier cerano nomi, indirizzi, numeri di telefono. Ma decisi di cominciare con qualcuno di cui nessuno aveva mai scritto, qualcuno che non era ancora stato scoperto, che non si faceva pubblicit, ma di cui mi avevano parlato bene degli amici indiani. Era un giovane medico ayurvedico che stava dallaltra parte dellIndia.
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LA PERSONALIT DELLE ERBE.
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Ogni volta che un aereo comincia a traballare, immancabilmente penso che quella di volare non  la 
condizione pi naturale delluomo e che meglio avrei fatto a restare coi piedi per terra e a prendere il 
treno. Gli aerei indiani si prestano particolarmente a questo tipo di riflessioni perch sembrano avere 
una loro speciale predisposizione a scuotere e a scricchiolare pi degli altri. Quello su cui volavo, ad 
esempio, doveva atterrare a Visakhapatnam, una importante citt-porto dellAndhra Pradesh sul golfo 
del Bengala, ma le nuvole erano cos dense e basse che il pilota non riusciva a vedere la pista e cos, 
invece di aspettare una schiarita stando al di sopra della tempesta, lui preferiva starci dentro, dando a 
tutti i passeggeri una buona occasione per riflettere sul loro destino. Il mio, visto da quelle altezze, 
aveva una sua ironia: in cerca di una cura, ero diretto in un posto pressoch sconosciuto, il cui nome 
non figurava in nessuna guida turistica, a circa duecento chilometri dallaeroporto, e ancor prima di 
atterrare stavo forse per trovare la cura di tutte le cure. 

Quella mi fu risparmiata. Dopo vari balzi e sobbalzi e un ennesimo salto nel vuoto, laereo si pos a 
terra e la solita disperante, meravigliosa India si precipit ad accoglierci: tassisti scalzi, procacciatori di 
alberghi, e tanta gente sfaccendata che, in mancanza di altri spettacoli, si mette dinanzi a quello della 
vita. Scelsi lautista che a prima vista mi parve il pi affidabile: il pi anziano e il solo che avesse delle 
ciabatte. 

Visakhapatnam , per grandezza, il quarto porto del paese e uno dei poli di sviluppo, cio una delle 
citt pi impegnate nellattuale corsa alla modernizzazione. Una nuova, imponente autostrada si 
diparte ora dallaeroporto lasciando al perso decine e decine di piccoli negozietti, baracche, bettole e 
banchetti di frutta accalcati prima lungo la vecchia strada. Per raggiungere uno di quegli stabbioli gialli 
che fungono da cabine telefoniche dovetti attraversare cumuli di rena, resti di costruzioni e calcinacci. 
Da l chiamai il medico per fissare un appuntamento. Gli amici di Delhi lo avevano gi avvertito e lui 
mi aspettava. 

La strada correva fra strane colline. Fino a pochi anni prima, mi disse lautista, erano coperte da 
grandi alberi. Ora erano come tante teste calve. La storia  sempre la stessa: le foreste vengono tagliate, 
la terra si erode, cede, il clima cambia, periodi di grande siccit si alternano a grandi alluvioni. 
Lequilibrio  rotto. Ma la modernit avanza, lastricando di vittime il suo cammino. Quella bella 
autostrada, ancora senza spartitraffico e senza alcuna barriera di protezione ai lati, era uno dei fronti 
dellavanzata. Ogni pochi chilometri cera un camion ribaltato col suo carico sparso sullasfalto o un 
groviglio di macchine da cui era difficile immaginarsi che qualcuno fosse uscito vivo. Tutti i giorni  
cos, disse lautista. Una vera ecatombe. 

Nei villaggi che attraversavamo le scene erano quelle solite dellIndia: crocchi di uomini oziosi, 
accucciati a fumare, a chiacchierare, a osservare la strada e i suoi disastri. A un passaggio a livello la 
macchina dovette fermarsi e lo sguardo mi cadde su degli uomini al lavoro: alcuni caricavano, a mani 
nude, zolle di terra su un barroccio, altri con arnesi rudimentalissimi aggeggiavano attorno a delle 
buche; un vecchio cercava di tagliare un grosso tronco dalbero con una piccola scure. Da lontano gli 
feci cenno di usare una sega. Cap benissimo: sorrise e scosse le mani in aria con un gesto che in India 
vuole dire: Non ce lho. Ai banchetti lungo la strada i venditori spezzavano le noci di cocco con le 
accette o affettavano i manghi con piccoli falcini. 

A guardare la campagna indiana con occhi occidentali c da disperarsi. Mai un campo fatto ad arte. 
Terra e piante pi che coltivate paiono lasciate a se stesse. Lattivit prevalente sembra essere quella di 
aspettare: aspettare che la terra produca qualcosa, che gli alberi facciano frutti da vendere sui banchetti. 
In India viene spesso da chiedersi se lattuale miseria del paese non sia anche dovuta a questa ignavia, a 


questo senso che  inutile far alcunch, che niente cambia, che tutto  gi stato fatto, visto, provato, e 
che impegnarsi non serve a nulla. Il mondo  maya, illusione. Quel che conta  fare tutto il possibile per 
evitare di rinascerci, e non far qualcosa per viverci meglio. 

Era la stagione dei manghi e dovunque non si vedevano che manghi. Cumuli di manghi al margine 
della strada, cumuli di manghi sulle carrette. Manghi, solo manghi. Mai un cavolo, una mela, una 
qualche verdura. 

Lautista volle fermarsi a bere un succo di canna da zucchero. Il banchetto era avvolto da nugoli di 
mosche, ma nessuno sembrava preoccuparsi che finissero anche loro spiaccicate fra i denti arrugginiti 
delle due ruote che strizzavano i tronconi. Un ragazzino faceva girare distrattamente il marchingegno. 
Poi, da un contenitore di plastica tirava fuori dei pezzi di ghiaccio giallognolo, li metteva in un sacco 
nero ricavato da un copertone dauto, ci picchiava sopra con un bastone, e aggiungeva una manciata di 
quella fresca poltiglia nei bicchieri. 

Passammo attraverso una cittadina in cui tantissimi uomini e i bambini erano rapati a zero. Ci sar 
stata unepidemia di pidocchi, pensai. Lautista mi dette una spiegazione migliore. Il tempio del posto 
era dedicato a una dea che esige, da chi la va a visitare, una mezza noce di cocco e un taglio completo 
dei capelli.  certo una buona cosa per la capigliatura della gente e forse anche una buona cura 
contro i pidocchi. 

Pi ci allontanavamo dal polo di sviluppo della citt-porto, pi tutto tornava a essere lIndia che 
conoscevo: costruzioni lasciate a mezzo, una casa abbandonata, una senza tetto. Qua e l, consolanti, 
vecchi villaggi con le capanne di bamb, i tetti di foglie di palma fino a terra e solo una piccola apertura 
come porta. In lontananza, le sagome di antichi carri tirati da grandi buoi. 

Convinto come sono che basta seguire un filo per arrivare a qualcosa, lidea di andare a trovare un 
medico l dove nessun straniero ha altrimenti ragione di andare mi piaceva. Ma larrivo a Kakinada 
non fu esilarante. Nonostante il suo strano nome, era una delle solite, sporche cittadine indiane. Per 
giunta dominata dalle ciminiere di due grandi fabbriche di fertilizzanti che sputavano in aria una 
pestilenziale nebbia grigiastra. Era appena piovuto e le strade, mancando le fognature, erano ridotte a 
un pantano su cui caracollavano i carretti carichi di manghi, le donne sempre regali nei sari colorati, gli 
uomini miseri nei dothi sporchi e altri, ancora pi miseri, in pantaloni e camicie sintetiche 
alloccidentale. Vestito col mio solito kurta pijama9 di cotone tessuto a mano come lo si trova in tutti i 
Negozi di Gandhi, mi pareva dessere lunico indiano a giro. 

Il medico, un giovane, piccolo e magro, sui trent'anni, ci aspettava davanti a casa. Mi colpirono i 
suoi occhi ardenti, pieni di calore. Era chiaramente una persona particolare, con una sua carica. 

La casa era nuovissima, moderna, tutta di cemento grigio, neppure imbiancato. La famiglia ci stava 
da appena due mesi e la prima cosa che mi tocc fare fu sfogliare lalbum con le foto 
dellinaugurazione. Secondo il rito vedico una mucca e una vitella erano entrate per prime in ogni 
stanza. Sul tetto-terrazza il medico sera costruito una tettoia di cocco sotto la quale meditava. L, 
diceva, le vibrazioni erano ottime perch venivano riflesse da un vecchio, strano albero che dominava il 
giardino col suo tronco lucido, color verde bottiglia, e con le grandi foglie spesse e venate, rese brillanti 
dalla pioggia. 

In un angolo del giardino svettava ancora una vecchissima palma di cocco le cui radici erano in gran 
parte scoperte e che sembrava potesse rovesciarsi da un momento allaltro. No, non era pericolosa, 
disse il medico; anzi, era utilissima. Prese un pezzo di radice e con un sorriso felice mi disse che quella 
era la migliore medicina per files siles. Non capivo. Allora il medico mise con molta disinvoltura 
la sua mano sul mio sedere. 

Ah, s, per le emorroidi ho capito! 

Yes, piles, le emorroidi, ripet il medico, staccando unaltra radice dai piedi dellalbero. La si 
trita fine fine, la si pesta nel mortaio e la si applica qui, spieg il medico, questa volta mettendo, 

9 Camicione a tre bottoni, lungo fino ai ginocchi, con pantaloni semplicissimi legati in vita con un cordoncino. 


fortunatamente, la mano sul suo qui e non sul mio. 

Il medico viveva nella casa di cemento con la madre e i due fratelli pi piccoli. Il padre, un 
impiegato dellospedale locale, era morto alcuni anni prima, ancora giovane. Improvvisamente 
cominci a vomitare sangue: una reazione ai prodotti chimici inglesi specie allaspirina! mi spieg. 
Per un medico, quello era uno strano modo di descrivere una malattia, ma non mi cera voluto molto 
per capire che il mio era comunque uno strano medico e gi mi chiedevo con quale scusa sarei 
riuscito a ripartire il prima possibile, senza imbarazzare nessuno. 

Gli accordi, presi per telefono dagli amici di Delhi che me lo avevano raccomandato (dicevano che 
aveva curato una loro parente ammalata di leucemia), erano che sarei rimasto a Kakinada almeno una 
settimana per fare innanzitutto la depurazione del corpo mentre lui preparava la medicina vera e 
propria che avrei dovuto prendere dopo. 

Avessi fatto subito marcia indietro, avrei provocato una grande delusione. Perch, se io ero andato 
fin l con la curiosit, e forse anche con un po di speranza, di trovare una qualche cura miracolosa, 
appena arrivato capii che l la cura ero io. Io ero lo sperato miracolo: un giornalista internazionale col 
cancro (certamente mi avevano presentato cos), venuto dallItalia a farsi curare a Kakinada! I vicini gi 
si affacciavano alle finestre; i bambini sinfilavano in casa senza ritegno per seguire in corteo la visita 
guidata che il medico mi faceva fare. 

Queste sono tutte erbe, solo erbe, disse, indicando due grosse balle di canapa in una stanza che lui 
chiamava il laboratorio e che a me pareva pi un polveroso ripostiglio. Da sotto un acquaio il 
medico tir fuori un grosso mortaio di pietra e il batacchio, anche quello di pietra, con cui le erbe, gi 
fatte arrivare apposta per me, sarebbero state lavorate. Lo studio, unaltra stanza polverosa, aveva la 
sua libreria: sugli scaffali in muratura stavano pile di vecchie scartoffie e qualche libro. 

La madre mi volle offrire un caff, un t o dellacqua, mentre il medico, per darmi il benvenuto nel 
salotto di cui erano orgogliosissimi, corse ad accendere un enorme televisore a colori che stava 
trasmettendo un film di guerra americano, ambientato in Vietnam. 

Linglese del medico era molto elementare. Spesso non ci intendevamo, ma anche a questo si 
erano preparati e la soluzione arriv presto a bordo di una Vespa. Luomo si present come lo zio 
anche se era solo un paio danni pi vecchio del medico. Era stato professore di inglese in una scuola 
media; poi, avendo sposato una ragazza di casta leggermente inferiore alla sua, ma di famiglia molto pi 
ricca, era dovuto diventare venditore di assicurazioni sulla vita. 

A me volle vendere innanzitutto il medico suo nipote. Dalla sua borsa tir fuori le lettere 
plastificate di alcuni pazienti guariti, le ordinazioni di medicine provenienti da varie citt dellIndia e per 
ricapitolare fece la lista di tutte le malattie che il medico era capace di trattare: dallobesit allasma, 
dallartrite alla psoriasi. Per le cateratte aveva sviluppato degli impacchi a base di oppio e miele che in 
tre giorni risolvevano il problema, senza dover ricorrere alloperazione. Quanto al diabete, lui in due 
settimane era capace di ridurre a zero Fuso dell'insulina. Unaltra sua specialit era la cura della sterilit. 

Ecco la lettera della prima donna curata gi nel 1989! Dopo il trattamento fece tre figli. Il tutto le 
cost solo 3000 rupie. Ovviamente il trattamento del cancro e della leucemia dura molto pi a lungo, 
per cui anche i costi sono pi alti, disse lo zio. Fu il primo riferimento ai soldi. 

Il medico era chiaramente a disagio dinanzi a questo affondo pubblicitario, ma non poteva farci 
nulla. Lo zio era in qualche modo il suo padrone, il suo controllore, e doveva lasciargli fare la sua 
parte. 

E cos quello raccont che la loro era una vecchia famiglia di bramini ortodossi, purtroppo ormai 
messi in disparte dai bramini modernizzati -sofisticati li chiamava lui -come i suoi suoceri che si 
erano dati al commercio arricchendosi. Quanto a lui, aveva rotto con la tradizione. Trovava i complicati 
rapporti sociali imposti dalla religione assurdi e insopportabili. Quel che contava non era la casta, ma il 


successo personale di ogni individuo. Si considerava un ateo dichiarato e disprezzava tutto ci che 
apparteneva al passato. 

I riti? Le cerimonie? Pura follia, disse. Per darmi un esempio mi raccont come ogni anno per la 
festa del Serpente i contadini delle campagne attorno a Kakinada costruivano ancora piccoli tumuli in 
cui rovesciavano secchi e secchi di latte, invitando i serpenti a venirlo a bere, nella speranza che poi, 
quando li avessero incontrati nei campi, per riconoscenza non li avrebbero morsi. 

Che atteggiamento  questo? disse. Nei campi temono il serpente e cercano di ucciderlo. Al 
tempio invece lo venerano come fosse un dio, gli si inginocchiano davanti e gli offrono tutto quel latte. 
Non sarebbe meglio darlo ai bambini per strada? I bramini sono dei terribili egoisti. Raccont che 
quando il padre del medico mor, nessun bramino del quartiere and al funerale perch la credenza  
che, tornando dal luogo della cremazione, uno pu essere seguito da certi spiriti che poi si installano in 
casa. Il padre aveva aiutato molta di quella gente quando ancora lavorava allospedale, ma allultimo 
ognuno pens solo a s. 

Il medico era imbarazzato dal tanto parlare dello zio e fu solo quando quello and via e noi ci 
avviammo verso il vecchio centro di Kakinada per visitare la casa dei suoi nonni che riusc a 
raccontarmi un po della sua vita. 

La casa dove il medico era nato, cresciuto e dove aveva abitato fino a due mesi prima, era parte del 
racconto. Piccola, buia, cadente, in un vicolo sterrato era stata costruita pi di duecento anni fa e 
sembrava non fosse mai stata n riparata, n rimbiancata. I lastroni del tetto erano sconnessi, le travi 
marce e, perch non piovesse nella stanza principale dove i due nonni vivevano, un telone azzurro era 
steso sotto il soffitto. Dovunque cera un gran disordine. Un cumulo di assi qua, una bicicletta senza 
ruote l, una moto, una poltrona sgangherata su cui il nonno si riposava. Eppure bast che la nonna 
aprisse la puja room, la stanza delle preghiere con la statua di Hanuman, il dio scimmia, i ritratti di altri 
dei, un cumulo di noci di cocco, le lampade a olio e gli stoppacci con cui tre volte al giorno facevano le 
offerte, per sentire che quello era un altro mondo, un mondo tenuto assieme da fili che non erano 
quelli dellefficienza: il mondo di vecchi bramini pii e ortodossi la cui unica, vera attivit era quella di 
celebrare con regolarit e precisione gli immutabili riti. 

Acqua dolce, disse il medico, indicandomi nel cortile un vecchio pozzo da cui la famiglia aveva 
attinto da bere per generazioni. Gli occhi gli si illuminarono. Acqua dolcissima, ripet prendendone 
una manciata. Anche l, in un angolo del cortile, cera una maestosa palma di cocco, almeno tre volte 
pi alta della casa, con le sue radici terapeutiche mezze scoperte. L affondavano anche tutte le radici 
del mio medico. 

Era il primo di tre figli e in famiglia avevano temuto che non sarebbe stato normale, perch il padre 
aveva sposato una nipote, la figlia di suo fratello. Da piccolo il medico era sempre stato malato e 
aveva passato gran parte della sua infanzia e delladolescenza a letto. Varie allergie, unasma che gli 
toglieva letteralmente il fiato e le continue bronchiti gli avevano impedito di giocare con altri ragazzi. 
Non aveva mai avuto un amico. Pi che a scuola, era stato in ospedale dove, grazie al padre che ci 
lavorava, veniva rimpinzato gratis di medicine occidentali. Anche tanti ormoni e steroidi, disse. 

Nessuno, neppure il fratello del nonno, che era un famoso medico ayurvedico, era riuscito a curarlo. 
Era cresciuto cos, col sogno, un giorno, di trovare da s la medicina che facesse per lui. Era un avido 
lettore e aveva divorato tutti i libri che gli erano capitati sottomano. Qualunque cosa leggesse se la 
ricordava anche a distanza di anni. Un swami, venuto da Rishikesh, poi un altro, di passaggio da 
Benares, lo avevano aiutato nella lettura dei testi sacri. Fin da ragazzo aveva raccolto ogni foglia di 
palma con un testo in cui si parlasse di ayurveda, di astrologia o di erbe: tutti aspetti, secondo lui, della 
scienza medica. Le scartoffie che avevo notato nella libreria della nuova casa erano la sua collezione. 

Gi a cinque anni aveva cominciato a riconoscere le varie erbe, a parlarci, come diceva, e a 
preparare su istruzione del fratello del nonno, l'ayurvedico, i suoi primi decotti. Le erbe erano state i 
suoi giochi, i suoi amici. Le erbe erano per lui persone: ognuna col suo carattere, le sue qualit, le sue 


reazioni. A sedici anni era riuscito a identificarne otto utili alla sua condizione e, combinandole nella 
giusta misura, si era curato di tutti i suoi malanni. 

Un medico occidentale, a quel punto della storia, avrebbe detto che era stata la pubert a guarirlo, 
ma a osservare con quale passione il medico parlava di erbe e del modo di combinarle, non cera 
alcun dubbio che la spiegazione pi razionale, come spesso avviene, non spiegava tutto. I suoi problemi 
erano finiti forse anche perch si era convinto di aver preso in mano la propria vita, perch sera reso 
conto daver trovato la sua strada e che da ammalato era diventato guaritore. 

Dopo la sua autocura il ragazzo si era messo in viaggio ed era andato a trovare i vari guaritori e 
medici della regione imparando da ognuno di loro qualcosa e sempre riportando a casa delle erbe. 
Presto aveva avuto i suoi primi pazienti e i suoi primi successi. Un giorno un ministro dello Stato di 
Andhra Pradesh lo aveva fatto andare in un albergo a cinque stelle per farsi curare un acciacco, e fu 
allora che il nome del medico era cominciato a circolare fuori da Kakinada. Attraverso lefficiente 
passaparola, alimentato dalla speranza, era arrivato fino a Delhi e cos anche a me. 

Lo zio ci raggiunse e assieme mi accompagnarono allHotel Jaya de luxe che gi lungo lautostrada 
avevo visto annunciato da grandi cartelloni come il pi elegante della citt. Era difficile immaginarsi 
come fossero quelli meno eleganti! Vestito da indiano comero, dovetti comunque darmi da fare per 
avere una camera e non essere messo alla porta come un hippy insolvente, o un viaggiatore col sacco in 
spalla che aveva sbagliato indirizzo. Le lenzuola erano grigie e grinzose, ma le coprii col sarong che mi 
porto sempre dietro. 

Disteso sul letto a guardare il soffitto fatto di pannelli di amianto -un materiale considerato oggi fra 
i pi cancerogeni -mi venne un gran ridere. Mi immaginavo la faccia che avrebbero fatto i miei 
aggiustatori di New York se, per un incantesimo, avessero potuto vedermi l, nellalbergo de luxe di 
Kakinada, alla vigilia di essere curato da quel loro collega. 

A svegliarmi fu un rivoltante puzzo di cipolle fritte che entrava dalla finestra. La cucina dellalbergo 
stava preparando i suoi intrugli de luxe per la colazione. Non potei approfittarne perch alle otto il 
medico mi aspettava a stomaco vuoto per lesame clinico-astrologico, dopo il quale avrebbe deciso i 
dettagli della terapia. 

Nella hall giovani camerieri strusciavano stracci sporchi e bagnati sui pavimenti di grisaglia. Fuori 
dalla porta dellalbergo, il cumulo di spazzatura che avevo notato la sera prima era nel frattempo 
cresciuto e cani, maiali, capre, vacche e corvi - i grandi spazzini dellIndia - erano gi al lavoro. 

Decisi di andare a piedi allappuntamento. La strada era breve, ma era anche la meno adatta a 
prepararmi psicologicamente ad avere nella cura del medico quella fiducia che  indispensabile per la 
sua efficacia. Il liquame grigiastro nelle cloache a cielo aperto ribolliva e respirava come avesse una sua 
malefica vita. Una mucca si ferm indolente, bevve placida quella poltiglia e si rimise in cammino, 
strisciando il muso per terra, come in India sembrano fare sempre tutti gli animali: forse per non 
perdere mai loccasione di un boccone. Pensai al latte che avrebbe prodotto e che qualcuno avrebbe 
bevuto. Pensai che la vita media in India  sui cinquantadue anni e mi tornarono in mente le storie 
raccontate dallo zio: nessuno nella loro famiglia era arrivato a sessant'anni. Anche il famoso medico 
ayurvedico, fratello del nonno, maestro del mio guaritore, era morto secco a cinquantotto anni di un 
infarto. Si racconta per che lo avesse preannunciato. 

Il medico gi mi aspettava radioso, sorridente, gli occhi pi luminosi che mai. Mi fece sedere su 
uno sgabello, si mise davanti a me e, tenendomi le braccia alzate, con le mani che stringevano i miei 
polsi, a occhi chiusi, cominci con lascoltare il pulsare del sangue nelle mie vene. Disse che qualcosa 
non andava nella parte sinistra del mio corpo. Una infezione. Mi fece spogliare e distendere su una 
stuoia. Sulla sinistra avevo la grossa ernia lasciatami dalloperazione, ma lui non ci fece caso. Gli 
interess invece il lungo taglio che mi attraversava il ventre e girava verso la schiena. Spiegai che avevo 
tre diversi tipi di malanni e che quel taglio era stato fatto per rimuovere quello nel rene. 


Loperazione  stata fatta in India? 

No, in America, risposi. Era sorpreso. In India si arriva al rene dal di dietro, non dal davanti, 
disse. 

Mi esamin con grande attenzione le gambe, le ginocchia e la zona del fegato, poi gli occhi. 
Guardandomi la lingua sillumin. Come avesse fatto una scoperta, disse: Ecco, ecco linfezione! e 
pose due interessanti domande. 

Avevo mai avuto le emorroidi? 

S, da ventanni. 

Avevo mai avuto mal di schiena? 

S, spesso, specie negli ultimi tempi, prima di ammalarmi. 

Era felice, come avesse trovato la chiave del mistero. Allorigine di tutti i miei guai cerano, secondo 
lui, le emorroidi. 

Voi occidentali non ci fate caso, ma sono una malattia importante, un segnale da prendere molto 
sul serio, disse. 

Anche Mangiafuoco si era interessato a quelle. E quelle secondo il medico avevano causato 
linfezione al centro del corpo, attorno allo stomaco. Da l linfezione era passata nel rene. Il rene - mi 
spieg -ha dentro di s una molla.  cos lunga che potrebbe fare il giro del mondo. Quella molla mi si 
era guastata. Ma che non mi preoccupassi: lui poteva rimetterla in funzione con la medicina adatta. 
Prima di tutto, per una settimana, dovevo fare una pulizia dello stomaco. 

Al momento  pieno di vermi e in queste condizioni la medicina non farebbe alcun effetto, 
sentenzi. 

Vermi? Nel mio stomaco? No, i vermi non ci sono! 

E lei, come fa a saperlo? chiese come per sfida. 

I medici di New York ci han guardato dentro varie volte. 

Sorrise come se gli avessi detto una bugia, e pass alla seconda parte della visita: quella astrologica. 
Con una lente dingrandimento guard a lungo le righe, non quelle nel palmo della mano, ma quelle nei 
miei pollici. Poi, con grande cura esamin la pelle del mio corpo in cerca di segni, di nei, di macchie 
nere o rosse. Alla fine fece dei grandi calcoli con la mia data e ora di nascita, sottrasse, moltiplic e 
arriv a un numero: il 2526. Quello era per me importante. Dovevo ricordarmelo e non rivelarlo mai a 
nessuno. 

Secondo lui le varie costellazioni mi erano favorevoli. Solo Marte aveva un cattivo influsso su di me 
per cui dovevo fare una grande attenzione ai raggi di quel pianeta. Lui conosceva per le piante e le 
erbe che assorbono i raggi capaci di contrastare i raggi di Marte. Quelle erbe sarebbero state parte della 
pozione che mi avrebbe preparato. La mia malattia era soprattutto nel sangue, ma sarei riuscito a 
superarla. 

In quanto tempo? 

Se avessi preso le erbe in combinazione con dei metalli -lui suggeriva loro -sei mesi di cura 
sarebbero stati sufficienti. Senza i metalli avrei dovuto continuare almeno per un anno. 

Loro? 

No. Non dovevo preoccuparmi, spieg. Prima di somministrarmelo, lo avrebbe ridotto in cenere 
attraverso un procedimento a caldo. Comunque si sarebbe trattato solo di alcuni milligrammi. Ma quelli 
avrebbero potenziato la sua formula. 

Lo zio, che durante tutta la visita aveva fatto da traduttore, a questo punto tir fuori carta e penna 
per fare dei conti: lunit di misura di ogni cura  un mandai, cio la quantit di medicine necessarie per 
quarantun giorni. Per poterla fare per sei mesi avevo bisogno di quattro mandai e mezzo. Nella 
combinazione con loro, lintera terapia, a parte la pulizia dello stomaco che avrei cominciato nel 
pomeriggio, mi sarebbe costata 12.000 rupie, grosso modo 250 euro. Per Kakinada era una bella cifra, 
ma non una follia. 


Il medico disse che durante la cura avrei dovuto fare molta attenzione a quel che mangiavo. A 
parte le cipolle e laglio, ingredienti per me benefici perch raffreddano linfiammazione, dovevo 
assolutamente evitare tutto ci che cresce al buio, sotto terra, come le carote, le patate e le barbabietole. 
Anche le melanzane, i cetrioli e le zucche non facevano pi per me. Mi avrebbe invece fatto bene 
mangiare qualsiasi tipo di grano e di riso, specie se vecchio di sei mesi o pi, qualsiasi tipo di insalata, 
cavolo, fagioli, ceci e ogni genere di frutta. 

Lui consigliava assolutamente loro. Con quella combinazione mi garantiva una buona salute vita 
natural durante. Senza loro, invece, la sua garanzia sarebbe stata solo per ventanni. 

Venti? Sono gi troppi, dissi io e lui volle ricontrollare le mie mani. Me le fece congiungere e 
osserv il modo con cui i polpastrelli dei due mignoli e dei pollici combaciavano. Disse qualcosa che lo 
zio tradusse con radiazioni, ma non capii se si riferiva a quelle di Marte, che mi facevano male, o a 
quelle di New York, di cui lui non sapeva, ma di cui magari aveva visto l qualche traccia. Perch certo 
anche quelle, da qualche parte, dovevano aver lasciato un segno, forse pi preciso e pi malefico di 
quelle marziane. 

Rimanemmo daccordo che avrei cominciato con un mandai e che nel pomeriggio sarei tornato a 
veder preparare le medicine e a prendere la prima pozione per la ripulitura dello stomaco. Avevo deciso 
di stare al gioco o, meglio, di cambiare punto di vista. Invece dessere deluso per non aver trovato la 
medicina che cercavo, volevo approfittare dellinsolita situazione e guardarmi un mondo sul quale 
altrimenti non avrei mai messo gli occhi. Non pensai pi che stavo perdendo tempo e tutto divenne 
molto pi bello e interessante. 

Rientrando in albergo avevo una gran fame, ma il ristorante con le sue tende tirate, le finestre chiuse 
e i tavoli ancora appiccicosi, coi resti lasciati da chi ci aveva mangiato prima, me la fece passare. 
Seguendo la vecchia regola di ogni viaggiatore che per evitare guai cerca di nutrirsi solo di uova sode e 
banane (dopo averci tolto le due estremit), chiesi se non potevo avere qualcosa del genere. Uova? Era 
come se avessi chiesto di mangiare la mano del cameriere. Quello era un ristorante strettamente 
vegetariano, vegan, e le uova erano vita. Se proprio insistevo, per, potevo mangiarle in camera. 

Nel pomeriggio la casa di cemento del medico era in fermento: Un paziente, in cura per il diabete 
e incaricato di trovare alcuni ingredienti per la mia pozione, era venuto con un sacco pieno di erbe che 
aveva rovesciato sul pavimento polveroso del laboratorio e le stava smistando. Una grossa, sformata 
ragazza di quattordici anni era appena arrivata da Visakhapatnam, accompagnata dalla madre. Ogni 
settimana tutte e due facevano cinque ore di autobus per curare la ragazza della sua obesit e di una 
brutta psoriasi. Ora, disse la madre, le erano venuti anche i pidocchi! 

Come gli altri pazienti che venivano da lontano, le due donne sarebbero rimaste a dormire l, e per 
sdebitarsi dellospitalit si erano messe, ognuna con un grosso pestello di legno, a ridurre in polpa 
manciate e manciate di radici e di erbe buttate nel mortaio di pietra. 

Il lavoro si svolgeva tutto per terra, nel cortile, senza che fosse stato spazzato. Durante il ritmico 
lavorio dei pestelli, capitava che erbe e radici saltassero fuori dal mortaio. Venivano raccolte col palmo 
della mano e ributtate dentro, polvere compresa. A un certo punto vidi la madre togliere dai capelli radi 
della figlia obesa quel che doveva essere un pidocchio, spiaccicarlo con lunghia per terra, e rimettersi al 
lavoro con le mani nella mia poltiglia. Alla fine del pomeriggio rimpasto verdastro venne diviso in 
piccole porzioni che, ridotte in tante palline, sarebbero poi state messe al sole a seccare. 

Gli unici indifferenti al gran trambusto del laboratorio erano i due fratelli minori del medico. 
Prima avevano guardato alla televisione un rumoroso film, poi serano messi ad aggeggiare con un 
giochino elettronico. Uno dei due era appena tornato da Hyderabad, la capitale dello Stato, dove aveva 
partecipato a un concorso per un lavoro in banca. Se non gli fosse andata bene, avrebbe riprovato e 
riprovato fino a vincerlo. Lui voleva a tutti i costi un lavoro da colletto bianco, disse. 

Quando stavo per rientrare in albergo, il medico arriv sorridente con un bicchiere pieno di un 


intruglio verde che aveva preparato personalmente e che voleva bevessi l, davanti a tutti. Era la 
medicina per ripulirmi dai vermi. Fortunatamente avevo con me una bottiglietta dacqua. La vuotai, ci 
misi dentro lintruglio, e dissi che lavrei bevuto prima di addormentarmi. 

Lo zio cap. Non bisognerebbe mai vedere come vengono preparate le medicine, disse. 

Chiesi qual era la composizione della mia pozione anticancro. Era fatta di ventinove diverse 
sostanze vegetali. Con laiuto di due dizionari, il medico cominci a dirmi che fra le erbe cerano la 
Anacyclus pyrethrum e la Celosia cristata. Poi, preoccupato, si ferm. Perch volevo sapere la formula? 
Volevo forse passarla agli scienziati, come li chiamava lui? Gli giurai che non era nelle mie intenzioni, 
ma questo non bast. Invece di continuare col resto della composizione, disse che per produrre il 
fabbisogno di quarantun giorni, un mandai, cerano voluti dodici chili di erbe e di radici, ridotti alla fine 
della lavorazione a cinquanta grammi di pillole. 

Accompagnandomi in strada, il medico mi preg di capire la sua reticenza. Non voleva affatto 
tenere segreta la sua formula anticancro, anzi, aveva un piano in cui io lo dovevo aiutare. Voleva 
mettere quella formula a disposizione dellOrganizzazione Mondiale della Sanit perch tutti la 
potessero usare. Io avrei dovuto scrivere al direttore generale, raccontargli della mia visita e cercare di 
ottenere dei fondi con cui lui avrebbe potuto continuare le sue ricerche. Questo era il suo piano e non 
era necessario, disse, che ne parlassimo in presenza dello zio. 

In albergo, dinanzi alla bottiglia con il liquido verde ramarro, pensai che avrei anche potuto berlo. 
Almeno assaggiarlo, una volta! A non farlo mi pareva di tradire la buona fede, lentusiasmo del 
medico. A farlo sarei andato invece contro il mio istinto e il tutto fin, gorgogliando, nel lavandino. 
Fosse anche stato ottimo e potente, non mi avrebbe fatto granch perch in fondo non ci credevo. La 
mattina dopo ovviamente mentii al medico. 

Rimasi a Kakinada ancora i giorni necessari perch le pillole seccassero. Ne approfittai per visitare 
alcuni vecchi templi della regione, per vedere quel che resta del porto dove, due secoli fa, serano 
installati da colonialisti i francesi cercando di far concorrenza agli inglesi, e per parlare ancora un paio di 
volte, da solo, col medico. 

Era un personaggio insolito, con un bel fondo di disarmante sincerit. Mi disse che da poco era 
diventato brahmacharya, cio aveva preso un impegno di castit, e che non intendeva sposarsi. Si 
sentiva votato alla medicina. Era convinto che negli shastra, le antiche scritture sacre, cera 
linterpretazione di tutti i fenomeni delluniverso. Si trattava di saperci leggere col cuore. 

La sua visione del mondo era un misto di scienza, astrologia, religione e filosofia. Questo  qualcosa 
che scandalizza la mente occidentale, abituata com a separare non solo la scienza da tutto il resto, ma 
le varie scienze luna dallaltra. Per un indiano tradizionale invece questo  un normalissimo 
atteggiamento perch, ai suoi occhi, tutto  interdipendente, tutto  parte di una totalit indivisibile e 
luomo, non essendo solo un corpo, ma anche una mente e unanima, non pu, quando si ammala, 
esser trattato esclusivamente in un suo aspetto. Per giunta il pi grossolano: il corpo, appunto. 

Fisica e metafisica non sono nella visione indiana contrapposte; si integrano. Lastrologia, in quanto 
la prima e la pi antica di tutte le scienze, resta parte della scienza medica; mentre religione e filosofia, 
avendo un ruolo regolatore della vita quotidiana attraverso la combinazione di principi etici ed esercizi 
fisici -basti pensare allo yoga -, non possono esser tenute fuori dalla diagnosi e dal trattamento di una 
malattia. 

Il medico aveva le sue radici in questa tradizione e mi parlava della personalit delle erbe, dei raggi 
dei pianeti, della molla nel rene, della funzione terapeutica dei suoni e del dio con la testa di maiale, alla 
cui forza bisogna appellarsi per tenere pulito il corpo, perch il maiale mangia i magma che escono da 
tutti i buchi delluomo: la cispa degli occhi, il muco del naso, lo sputo, gli escrementi, disse. Poi 
aggiunse: La pulizia, sia esterna che interna, del corpo  importantissima per la salute. Ma ancor pi 
importante  tenere pulita lanima e calma la mente. 


Per noi, moderni occidentali, tutto questo  strano da accettare, ma lidea indiana  che la salute del 
corpo non  fine a se stessa, ma un mezzo per ottenere la salute dellanima. Per gli indiani la vita non  
fatta per essere semplicemente vissuta, ma per essere capita. In altre parole non si vive per vivere, ma 
per scoprire il senso del vivere. La salute del corpo  una condizione favorevole per arrivarci, ma non la 
sola. Il contrario della salute, cio la malattia, pu ugualmente essere unottima occasione di elevazione 
spirituale. Insomma: impossibile, in questa ottica, fare i ragionamenti scientifici a cui noi occidentali 
siamo abituati. Ma questa  lottica della tradizione ayurvedica. 

Ayuh in sanscrito  il periodo che intercorre fra la nascita e la morte, veda significa la conoscenza. 
Ayurveda  dunque per estensione la scienza della vita,  quel che bisogna sapere sul cibo, la 
respirazione, il moto e le medicine per mantenere sano, o meglio in equilibrio con se stesso e luniverso, 
il corpo fisico, cos che altri nostri corpi, quello della mente e quello dellanima, possano sviluppare al 
meglio i loro poteri. Il fine ultimo? Non quello che noi chiamiamo salute, ma moksha, la liberazione dal 
ciclo della vita e della morte. 

A proposito di salute e salutarsi, il medico disse che il modo indiano di congiungere le mani 
davanti al petto significa anche augurare allaltro benessere fisico perch, facendo quel gesto, si 
uniscono i propri punti di trasmissione di energia. Il salutare invece una persona pi anziana, pi colta o 
di rispetto andando a toccarle i piedi serve a caricarsi della sua energia. Quel gesto toglie forza alla 
persona e il permetterlo  considerato un gesto di generosit. 

Il corpo sta in piedi grazie ai piedi, disse. Nei piedi,  tutto il potere. E pi  potente colui a cui si 
toccano i piedi, pi  grande la carica di energia che se ne ricava. 

Ascoltavo il medico descrivere, infervorato, il rapporto fra suoni sacri, come OM, e salute, fra 
piante e pianeti, e questi per noi insensati accostamenti mi affascinavano. Sentivo che, a suo modo, il 
medico di Kakinada aveva una visione delluomo pi vasta, pi complessa e anche pi magica dei 
miei bravissimi aggiustatori di New York. Per lui era ovvio che il corpo non  solo una macchina, che la 
malattia non  solo un fatto fisico e che per questo anche la terapia non pu essere solo una questione 
di chimica. La sua cura per il mio cancro infatti teneva di conto anche degli influssi dei pianeti! 

Mi piaceva il suo descrivere le erbe, le piante, gli animali come fossero individui. Ma in fondo mi 
piaceva lui: un puro, schiacciato fra lincudine della tradizione e il martello della modernit, fra 
laspirazione di capire il mistero della vita e la spinta a fare di tutto un affare. Senza amici, senza 
sostegno, con due fratelli banali, diviso fra i nonni bramini, pii e ortodossi, e lo zio bramino, 
sofisticato e ateo, si sentiva solo e incompreso e pensava di aver trovato in me, che lo stavo ad 
ascoltare e prendevo note, un legame col mondo di fuori. 

Quando partii, mi porse religiosamente, a due mani, come fossero una reliquia, le medicine che 
aveva preparato. Per un attimo pensai che le avrei prese. Per solidariet, per simpatia. Ma quei 
bussolottini di plastica, riciclati da un qualche altro uso precedente, pieni di palline marroni, si persero 
presto fra le tante cose che uno, tornando da un viaggio, posa da qualche parte e si dimentica. 

Non mi sono invece dimenticato di lui, il medico dagli occhi ardenti in quella cittadina lontana da 
tutto, allombra di due fabbriche di fertilizzanti, e rimango con un leggero senso di colpa. Non ho fatto niente per aiutarlo. Nemmeno una lettera allOrganizzazione Mondiale della Sanit! 
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COLUI CHE  PASSATO DA QUI.
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Viaggiare. Il piacere di una vita. Un desiderio dadolescente diventato un mestiere, un modo di 
essere. Sempre lo stesso, eppure sempre diverso: prepararsi a partire, andare, scriverne. Ma il senso di tutto questo? Sinceramente, non mero mai fermato a chiedermelo. 

Ora, seduto sulla terrazza del Ganges View Hotel a Benares, a guardare leterno scorrere del fiume 
pi sacro del mondo e quello, qui ugualmente ineffabile, dellumanit pi antica, quel senso mera 
chiaro. La ragione di tutto quel muovermi, di quellandare continuamente fuori in cerca di qualcosa era semplice: io non avevo niente dentro di me. Ero vuoto. Vuoto come  vuota una spugna, pronta per a riempirsi di quello in cui  tuffata. La metti nellacqua e dacqua simbeve, la inzuppi nellaceto e diventa acida. Non avessi viaggiato non avrei mai avuto niente da dire, da raccontare; niente su cui riflettere. 

Viaggiare mi esaltava, mi ricaricava, mi dava da pensare, mi faceva vivere. Larrivo in un paese 
nuovo, in un posto lontano era ogni volta una fiammata, un innamoramento; mi riempiva di emozioni. 
Ricordo, come fosse ieri, il mio primo varcare una frontiera, a quindici anni, quando andai in Svizzera a fare lo sguattero, anni dopo lattraversare da solo in macchina il Sud Africa, e poi il primo giorno a Saigon, la vista di Angkor Vat, larrivo a Samarcanda, a Kashgar, e a cavallo a Lo Mantang, la capitale del regno del Mustang. Ogni volta la sensazione di una scoperta. 

E ora continuavo? In questo la chemio e la radioterapia non mi avevano mutato. Anzi, mi 
spingevano a ripetermi. Prima andavo in cerca di avventure e di idee, ora cercavo un medico, unerba, una formula magica, un miracolo, una soluzione per il mio malanno. Ma allo stesso modo di sempre: fuori, a giro nel mondo.  cos che luomo ha sempre fatto, mi dicevo. Ha sperato che lontano da s, in un altro posto o in un altro tempo, ci fosse la chiave che apriva la porta di tutti i segreti. Si trattava solo di trovarla, nascosta magari in una caverna, nel sarcofago di un faraone, sepolta nella sabbia del deserto o fra le rovine di Atlantide negli abissi pi profondi delloceano. E ogni tanto qualcuno, a rischio di tutto, si  messo in cammino a cercare. Per questo in ogni civilt c il mito del viaggiatoreeroe; il figlio degli dei che si perde e torna, prodigo, dopo un lungo peregrinare; Gilgamesh, il re sumero che viaggia e viaggia per non morire; Ulisse determinato ad andare oltre le colonne dErcole, il limite ultimo del mondo conosciuto. 
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Il viaggio poi  sempre stato considerato un mezzo di crescita spirituale, come se muovere il corpo 
contribuisse a elevare lanima. In India si dice dei sadhu, i santi mendicanti, che debbono essere come lacqua: muoversi in continuazione, altrimenti stagnano. 

Anchio fossi stato fermo, certamente sarei stagnato. 

Ma ora? Gi a Kakinada mero chiesto se, continuando a viaggiare, non finivo per scoprire sempre di 
meno. Ogni tanto avevo persino limpressione che la vecchia emozione dellandare cominciasse a 
risuonare fioca come un vaso cinese andato a pezzi e rimesso assieme con la colla. E poi fin dove 
dovevo andare? Ogni angolo del mondo aveva una sua promessa. Dovevo andare indietro nel tempo 
delle mie vite precedenti come suggeriva la terapia regressiva del dottor Brian Weiss secondo il quale un malanno come il mio di oggi ha le sue radici in qualche trauma subito secoli fa? O dovevo fare un 
viaggio astrale, tipo quelli che avevo sperimentato con Nica? Questo per per raggiungere un posto di 
cui avevo letto in un altro libro new age. Attraverso dei guaritori brasiliani si fissa un appuntamento con lOspedale Astrale, unarea psichica in cui si riuniscono i grandi medici e i guaritori di tutte le tradizioni e di tutte le epoche per elaborare l, tutti assieme, una terapia personalizzata a base di colori, profumi, suoni e raggi laser in grado di curare le malattie di ognuno. Forse ero solo stanco, ma il pensiero che fosse venuto anche per me il momento di fermarmi non era pi cos ripugnante. Ero arrivato al Ganges View Hotel per riposarmi di un ennesimo viaggio e affidarmi alle cure del premuroso proprietario Shashank che, dopo essersi occupato ogni mattina 
allalba del suo dio Hanuman, il Re delle Scimmie, nel tempietto ai piedi della terrazza, si dedicava per il resto della giornata con altrettanta devozione ai suoi ospiti offrendo loro la sua colta conversazione, semplicissimi ma puliti pasti vegetariani, consigli e concerti serali di sitar. 

Ne avevo bisogno. Questa volta venivo dallo Stato del Bihar, uno dei pi belli, ma anche uno dei pi sudici e disperanti dellIndia; una terra dove un tempo erano fiorite ricche repubbliche e grandi imperi governati da saggi, diventata ora una delle regioni pi povere, la pi banditesca e violenta del paese. Il Bihar  anche stato la culla del buddhismo e per questo cero andato. 

Avevo visitato Rajgir dove, sulla Collina degli Avvoltoi, ci sono ancora le caverne in cui Buddha e 
Ananda, il suo discepolo preferito e cugino, si ritiravano a meditare; ero stato sulle rovine di Nalanda, la 
grande, famosa universit buddhista, santuario della vita interiore di unepoca, da dove fra il IV secolo e 
il 13esimo secolo dopo Cristo erano passate le pi grandi menti filosofiche dAsia finch gli invasori musulmani la raser al suolo, massacrarono i diecimila maestri e studenti spingendo il buddhismo a trovare rifugio oltre la catena dellHimalaya in Tibet, in Cina e poi in Giappone. 

Ero poi stato a Bodhgaya, dove sotto il Ficus religiosa, lalbero che ancora oggi esiste, ributto di un 
ributto delloriginale, Buddha raggiunse lilluminazione e da l avevo fatto la strada per Benares con un 
autista che sera per rifiutato di partire prima dellalba per paura dei briganti che, diceva, col buio 
fermavano e derubavano le macchine. 

Ero voluto andare sui luoghi storici del buddhismo per sentirne lo spiritus loci, per vedere coi miei 
occhi quella minuscola parte di mondo -praticamente solo una pianura circondata da sette colli -, dove 
2500 anni fa  nata una leggenda che, come quella di Mos prima, quella di Ges e Maometto dopo, ha 
determinato il corso della storia umana. 

Una dopo laltra avevo voluto ripercorrere le tappe del cammino di Buddha perch anche il suo -mi 
diventava sempre pi chiaro - sostanzialmente il mito di un viaggio. Un viaggio che parte da ci che 
luomo ha di pi fisico e materiale, il corpo, per arrivare a ci che ha di pi spirituale: nel caso di 
Buddha il vuoto della mente, il nulla del Nirvana. E il mito, siccome comunica quel che 
inconsciamente tutti sentiamo vero dentro di noi, continua ad avere la sua forza. 

Gautama Siddhartha era un principe. Era giovane, ricco e felice. Era sposato a una bella donna e 
quella aveva dato alla luce un figlio maschio. Suo padre era il sovrano del piccolo regno dei Sakya e a lui 
sarebbe toccato succedergli. Ma un giorno, uscendo dalle porte della citt dove era cresciuto fino allora 
protetto da tutto, simbatt in un malato, in un vecchio e in un morto e si rese conto che il corpo 
umano - anche il suo - non era solo fonte di gioia, ma anche di dolore. 

Quel pensiero non lo lasci pi. Quel pensiero lo spinse ad abbandonare moglie, figlio e regno, a 
cambiare completamente vita e a cercare, non solo per s, ma per lumanit, una via di uscita dalla 
sofferenza. Allinizio pens che tutto fosse dovuto al corpo e prov a staccarsi da quello, non 
ascoltando le sue richieste di cibo, di acqua, di coperte. Per sei anni visse da eremita nella foresta 
mangiando solo un chicco di riso o di sesamo al giorno. Ma essendo diventato quel macabro e 
commovente scheletro rappresentato in alcune delle pi belle statue del Gandhara, incapace ormai di 
stare in piedi e dessere cosciente, cap che non curarsi del corpo significava non curarsi della mente e 
che questo gli impediva di meditare. Allora decise di recuperare la sua salute. 

Vivendo di quel che la gente gli offriva continu, in silenzio, a cercare e un giorno and a sedersi sotto lalbero diventato poi lalbero della bodhi, lilluminazione, deciso a non alzarsi finch non avesse trovato la risposta. Varie furono le tentazioni cui dovette resistere, ma lui prevalse su tutte, compresa per ultima lapparizione di tre bellissime danzatrici che cercarono di sedurlo. Allalba aveva vinto. Ora so tutto quel che c da sapere, ho tutto quel che c da avere. Non ho bisogno di nientaltro, disse. Era solo e dovette prendere la terra a testimone della sua Illuminazione.
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Oltre a quelle ovvie dei sensi, ne ebbe anche una che mi piace chiamare la tentazione della politica: il nemico di Buddha, Mara, il diavolo per intenderci, prese le forme di un messaggero che disse di venire da parte della sua famiglia a implorarlo di tornare a casa. Il trono era stato 
usurpato, suo padre messo in prigione, i suoi beni, sua moglie e suo figlio erano diventati propriet degli usurpatori. Solo lui, Buddha, poteva intervenire per riportare la giustizia e la pace. 
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Per sette settimane il principe, diventato ora Buddha, lilluminato, o il Risvegliato, rimase attorno allalbero a cui doveva cos tanto, poi si spost a Samath, alla periferia di Benares e l, per la prima volta, davanti a cinque discepoli, mise in moto la Ruota della Legge. Cominci a insegnare che, fra il cieco perseguimento dei piaceri del corpo e lascetico rifiuto del corpo e di tutto il resto, c una Via di Mezzo, una via che porta al distacco dalle passioni, alla pace interiore e con ci fuori dalla sofferenza: la via del dharma, il giusto modo di vedere, parlare, comportarsi, sforzarsi, vivere, avere aspirazioni, essere coscienti e meditare. 

Quel che esattamente era stata per Buddha lilluminazione rimase un mistero. Lui non ne parl mai 
con precisione. Non sempre le parole aiutano a capire, diceva. Ognuno doveva fare quellesperienza per conto suo. Lui aveva indicato la via da seguire. Agli altri percorrerla. 

Da tutte le storie che il mito ci ha tramandato, Buddha viene fuori come un uomo di buon senso, 
contrario al credere fideistico, allocculto, ai dogmi. A un discepolo che lo tempestava di domande 
intellettuali e che era tornato alla carica chiedendogli se lanima gi esiste prima della nascita, Buddha rispose con la storia del soldato trafitto dalle frecce che viene portato durgenza dal cerusico perch gliele tolga e lo salvi, ma lui insiste a voler sapere prima chi lo ha ferito e con quale intenzione lha fatto. 
Con questo aneddoto Buddha vuole spiegare allallievo che la sua domanda  irrilevante perch, 
qualunque sia la risposta, quel che conta  capire il significato del nascere, dellinvecchiare, del morire e del soffrire. A Buddha non piacevano le definizioni. Sapeva che potevano essere trappole, come le parole. Una volta i discepoli gli chiesero se, quando fosse morto, lui ci sarebbe stato ancora. E la risposta fu: Se dico di s, do adito a una confusione, se dico di no a unaltra. Dopo la morte Tathagata sar senza confini come loceano. 

Tathagata era il modo con cui lui parlava di s e il nome con cui voleva essere chiamato. Significa 
Colui che  passato da qui. Con questo voleva sottolineare di non essere nessuno di particolare, di non essere n il primo n lultimo Illuminato, di non essere dio, ma solo un uomo come gli altri, uno che  passato da qui, da dove possono passare tutti quelli che lo seguono sulla Via. 

Mor a ottantanni, avvelenato dal cibo che gli aveva offerto con sincera devozione un intoccabile. 
Una versione vuole fosse un piatto di funghi, unaltra della carne di maiale. Le sue ultimissime parole, rivolte ai discepoli, furono: Tutto ci che esiste decade e marcisce. Allora lavorate diligentemente alla vostra salvezza. 

Nei secoli che seguirono la dottrina dell'Illuminato si propag attraverso lIndia. Vari re si 
convertirono con tutti i loro sudditi, e si convert il grande imperatore Ashoka che port la dottrina del dharma fino nellisola di Ceylon da dove poi si diffuse nel Sudest asiatico. 

Il buddhismo con la sua negazione dei riti, col suo rifiuto delle caste e lintroduzione del concetto di compassione, estraneo allinduismo, rappresent in India una vera e propria rivoluzione, la sola, forse, che il paese abbia conosciuto nella sua lunga storia. Ma in quanto rivoluzione, pur essendo di natura spirituale, in pratica era una rivoluzione contro il potere religioso, e con ci il potere politico dei bramini, la casta pi alta nellordine sociale indiano. La loro reazione fu lenta e solo attorno al ottavo secolo dopo Cristo i bramini, grazie a Shankaracharia, un personaggio santo e studioso, grande commentatore dei Veda, vissuto proprio a Benares, riuscirono a coordinare una controffensiva ideologica e a indebolire la presa del buddhismo sulla popolazione delle caste inferiori. I musulmani fecero il resto. Alla fine del 13esimo secolo la dottrina dell'Illuminato era praticamente morta nel paese in cui era nata. E cos  rimasta fino a oggi.
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Buddha  entrato a far parte dellimmenso pantheon induista, il buddhismo  ufficialmente 
rispettato, concetti buddhisti, come quello di dharma, che avevano comunque origini ind, sono 
radicati nella comune visione della gente, ma gli indiani hanno praticamente dimenticato che Gautama Siddhartha era uno di loro e io mi ero divertito a chiedere ai tanti venditori di ricordini a Bodhgaya come mai il Buddha delle loro statuette per turisti aveva gli occhi a mandorla. 

Buddha  ormai cinese, giapponese, tibetano, indocinese, thailandese, mongolo, ma non pi indiano. 
Specie in India. 

Dallalto della terrazza del Ganges View, guardavo ogni mattina il sole sorgere dallaltra riva del 
Gange e sulla mia riva la folla dei fedeli chinarsi verso lacqua, prenderne una manciata, alzare le mani al cielo e offrire ai primi raggi le gocce che cadevano scintillando. 

Uno stranissimo spettacolo: su questa sponda del fiume per alcuni chilometri decine di migliaia di 
persone rivolte allacqua, ai piedi delle scalinate, dei templi, delle case, e dei palazzi, in mezzo ai canti, le preghiere, e i suoni di campanelle; sullaltra sponda nessuno, niente, solo un velo di misteriosa caligine sulla terra completamente deserta. Il pieno e il vuoto, la luce e lombra, il suono e il silenzio: unaltra grande metafora dei due opposti che fanno Uno, della Verit che  armonia di contrasti. Perch Benares  sacra, ma solo a Ovest. E solo chi muore sulla sponda occidentale del Gange, la sponda affollata, rumorosa e assolata, sulla sponda dove notte e giorno bruciano gli avidi fuochi delle pire, si salva dal rinascere. Sullaltra sponda non succede mai nulla, tranne lapprodare di qualche cadavere di bambino o di sadhu che la corrente deposita sulla sabbia. Neonati e sadhu infatti non vengono cremati, ma lasciati alle acque. L niente esiste o diviene. L la morte non  liberazione.
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 cos, da quando luomo ricorda. Benares  la pi antica citt vivente e da quattromila anni milioni e milioni di indiani sono venuti qui a morire, certi di non dover tornare a vivere. Perch quella sponda occidentale del Gange  lunico posto sulla terra dove gli dei lo permettono. Per questo Benares, la citt sacra, la citt della morte,  fuori dal mondo, appartiene a una diversa realt, vive in una diversa dimensione. 

A volte avevo davvero bisogno della protettiva distanza della terrazza per non perdermi e cercare di capire. Per noi occidentali  difficile identificare il sacro con lo squallore, lo sporco, il putridume. Ma quella indiana  anche la civilt che ha come ideale di vita i mendicanti, dovevo ricordarmi, e anchio ero preso da quel sacro fervore di morte che non aveva in s alcuna tristezza. 

Succede che, osservando un dettaglio, si  colpiti dallinsieme in cui quel dettaglio  insignificante. Una mattina, quasi senza farci caso, seguii con lo sguardo una donna che, premurosa e diligente, annaffiava e accomodava una bella corona di fiori arancioni al collo di una piccola dea di pietra in riva al Gange, sotto la mia terrazza. Arriv una capra nera e gliene port via un boccone. Stava per farsene un altro, ma venne cacciata da una mucca che in un sol colpo ingurgit tutta la bellezza e le preghiere che la donna stava ancora offrendo alla sua dea. Nessuno si ribell e presto la donna, la capra e la vacca si allontanarono ognuna per la sua strada, avendo ognuna fatto la sua parte nellimmensa commedia- illusione di miliardi e miliardi di persone e animali, esseri visibili e invisibili che in quello stesso momento in miliardi di diversi pianeti nelleterno tempo dellinfinito universo continuavano a girare nella ruota dellessere. 

Angela, arrivando anni prima su quella terrazza, aveva detto: Da qui si vede il mondo come lo deve 
vedere Iddio .. e si capisce che non possa occuparsi di tutto quello che succede. 

 possibile che parte della nostra inquietudine di occidentali ci venga dal fatto che vogliamo invece occuparci di quel che succede nel mondo e spesso anche cambiarlo? Che ci sia davvero una grande saggezza nel pensiero orientale secondo cui ci che  fuori da noi  immutabile e che la sola speranza  cambiare dentro noi stessi? 

Questo era anche il messaggio dell'Illuminato per il quale per il cambiare se stessi doveva essere 
frutto di uno sforzo, di un lavoro diligente. La salvezza non veniva, secondo lui, semplicemente 
morendo a Benares. E non a caso era andato ad annunciarlo a Samath. 

Camminando dal Gange View Hotel verso Nord, lungo le scalinate che scendono al fiume, si 
incontrano due campi di cremazione dove il compito di disporre dei corpi, in pubblico, sotto gli occhi di tutti, non cessa mai. Passai ore a osservare landirivieni dei morti e dei vivi, il continuo affaccendarsi 
attorno ai fuochi degli addetti ai lavori e dei parenti. Mi colp che nessuno, mai, piangeva. La morte era 
un fatto contro cui nessuno sembrava ribellarsi. E noi occidentali invece abbiamo tanta difficolt ad accettarla! Per noi la morte  sempre una sconfitta, qualcosa contro cui dobbiamo combattere con ogni mezzo e anche in extremis sperare magari in un miracolo che induca la natura a cambiare, almeno per una volta, le sue immutabili leggi. 

Una volta una donna si present allilluminato con in braccio il suo bambino appena morto e gli 
chiese un miracolo, di ridargli la vita. Buddha disse che lo avrebbe fatto, ma a una condizione: che la donna gli portasse un pugno di riso di una famiglia che non fosse mai stata visitata dalla morte. La donna corse via, and di casa in casa, di villaggio in villaggio, ma dovunque si rivolse cera stato un morto. La donna torn da Buddha, rassegnata. Ma aveva capito e Colui che  passato da qui la consol. Ora erano tutti e due sulla stessa strada. 

E il corpo? A guardare quelli che sbrigativamente venivano mandati in fumo sulle pire pensavo a 
quanto noi ci identifichiamo col nostro corpo e a come ci  impossibile staccarcene. Persino le nostre speranze di immortalit e di resurrezione hanno a che fare col corpo. Noi non riusciamo come gli ind o lilluminato a vedere nel corpo uno strumento che, una volta usato,  da buttar via senza rimpianti. 
Per le strade di Benares si incontrano in continuazione le processioni dirette ai campi di cremazione. 
Il cadavere, avvolto in un lenzuolo, la faccia scoperta al sole,  disteso su una barella di bamb portata a 
spalla da quattro uomini. Il corteo non ha niente di funereo, di lento, di strascicato. Al contrario. 
Avanza a passo di marcia, quasi correndo, senza tanto riguardo per il morto che, precario nella barella, 
sobbalza e scuote la testa. Non c musica funebre che lo accompagna; solo il veloce, martellante grido 
di alcuni: Ram nama satya hey, solo il nome di Ram  verit, e la risposta del coro che ribatte: Satya hey, satya hey, verit, verit. E avanti, alla svelta verso la pira dove il primogenito del defunto che si  
appena rasato la testa, appicca il fuoco, osserva le fiamme che divorano la legna e la carne e alla fine butta sulle ceneri una ciotola dacqua sacra del Gange; poi, senza voltarsi, va a fare le abluzioni di purificazione e torna nella ruota del mondo. 

Il funerale non  di suo padre, ma del suo corpo, una materia ormai inutile, senza alcun valore di cui  necessario e facile sbarazzarsi. 

A noi occidentali invece  naturale vedere il defunto nel suo corpo e fare di quel corpo loggetto del nostro dolore. Quando poi si tratta del nostro proprio corpo lidentificazione  ancora pi grande. Per questo quellandare in fumo ci fa paura e non ci basta la visione sufi del mio amato Rumi che scrive: 

Sono gi morto minerale e diventato pianta 
Son morto pianta e mi sono elevato ad animale 
Son morto animale e ora, eccomi uomo. 
Perch aver paura? 
Quando mai son diventato di meno 
Morendo? 

Un giorno Shashank venne a sedersi accanto a me sulla terrazza. Mi aveva portato un libro su 
Benares che, disse, dovevo assolutamente leggere. Aveva ragione. Fra le tante belle storie su questa citt 
fuori dal mondo, ci trovai anche un passo dei Brahmano, parte degli antichi testi sacri dellIndia. Sono i 
versi in cui Indra, il dio protettore dei viaggiatori, incoraggia un giovane di nome Rohita a intraprendere 
una vita sulla strada: 

Non c' felicit per chi non viaggia, Rohita! 
A forza di stare nella societ degli uomini, 
Anche il migliore di loro si perde. 



Mettiti in viaggio. 
I piedi del viandante diventano fiori, 
La sua anima cresce e d frutti 
E i suoi vizi son lavati via dalla fatica del viaggiare. 
La sorte di chi sta fermo non si muove, 
Dorme quando quello  nel sonno 
E si alza quando quello si desta. 
Allora vai, viaggia, Rohita! 


Ovviamente Indra aveva trovato un modo di parlare anche a me. Alcuni giorni dopo tornai a Delhi 
e da l, avanti. Non ero pronto a fermarmi, tanto meno sotto un albero. In fondo ero sempre solo una 
spugna e i miei piedi pensavano ancora di poter diventare dei fiori. 
...
.
...
LA FORZA DELLE PREGHIERE.
...
.
...
La stazione della vecchia Delhi di notte  uno di quei posti dove un viaggiatore occidentale che non 
abbia fatto labitudine allIndia pu essere preso dal panico e aver solo voglia di scappare. Se uno poi ci 
arriva venendo dal lusso profumato di uno degli alberghi trompe loeil dove i turisti stranieri di solito 
alloggiano serviti da camerieri travestiti da maharajah, pu credere di aver sbagliato secolo o pianeta; 
pu pensare di esser caduto nella bocca dellinferno o in una riproduzione animata di quel che per noi  
lera oscura del Medioevo. 

Niente, in nessunaltra parte del mondo,  come quella continua fiumana di folla, povera e colorata, 
che sale e scende per i cavalcavia, i grumi di corpi distesi a dormire sotto pensiline, i poliziotti coi loro 
minacciosi bastoni di bamb, i contadini sikh nelle loro tuniche azzurre e con al fianco le spade 
luccicanti, i santoni vestiti darancione e armati di tridenti, i facchini con le spolverine rosse e pile di 
bagagli in bilico sulla testa, i binari cosparsi di spazzatura su cui scorrazzano i ratti, raspano i raccatta-
plastiche coi loro sacchi e le picche e le bande di ragazzini che vivono di resti e di furti in quella che  
casa loro: la stazione. 

Da quella stazione partono tutti i grandi treni del paese; quelli che in una notte di rumoroso 
sferragliare portano ai piedi dellHimalaya o nel deserto del Rajasthan, sulle rive del Gange o nelle 
pianure dellIndia centrale; i treni che deragliano, quelli che si scontrano, quelli che saltano in aria, ogni 
volta con decine di morti che per qualche ora fanno notizia, dopo di che tutto riprende con regolarit: 
le partenze, i deragliamenti, gli scontri, le esplosioni, la folla medioevale di santoni, poliziotti, contadini 
e facchini vestiti di rosso. 

Il mio treno era diretto a nord e alle sei del mattino sarebbe arrivato a Pathankot, la stazione pi 
vicina a Dharamsala, sede desilio del Dalai Lama, centro spirituale e politico della diaspora tibetana nel 
mondo, meta di tanti giovani occidentali, come la ragazza inglese a cui era stata assegnata la cuccetta 
sotto la mia. 

Perch vai a Dharamsala? 

Come tutti. Perch sono infelice, mi rispose. 

Non era il mio caso. Io ci andavo a cercare una medicina per il mio malanno. Ma, pur nella diversit 
di intenti, tutti e due eravamo attirati a Dharamsala dalla stessa forza, la forza del mito: il mito del Tibet 
rifugio di serenit, ricettacolo di misteri e poteri miracolosi. 

Il mito  vecchio. Allinizio era dovuto al fatto che di tutti i paesi del mondo il Tibet, protetto dalla 
catena himalayana, era il solo inaccessibile; che la teocrazia al potere, con a capo il Dalai Lama, 
considerato dio e re, impediva a qualsiasi straniero di entrarci; e che i pochi riusciti ad avventurarcisi a 
rischio della propria vita ne erano tornati con mirabolanti storie di grandi ricchezze e di monaci dai 
magici poteri come quello di correre alla velocit del vento o di sopravvivere, nudi, nella neve. 

Luomo ha un innato bisogno di pensare che da qualche parte esiste un El Dorado, un paradiso 
dove gli esseri umani sono in pace con se stessi e dove, non pi sottoposti alle leggi della natura, sono 
liberi da tutto. Magari anche dalla morte. Il Tibet, un immenso altipiano di rara bellezza, con pascoli 
verdissimi in mezzo a imponenti montagne, misteriosi monasteri aggrappati alle rocce e laghi cristallini 
sulla cui superficie alcuni lama, si diceva, sapevano leggere il futuro, era il posto ideale per collocare 
questo sogno. L si trovava Shambhala, il mitico regno della purezza, anticamera del Nirvana, ultima 
meta dei buddhisti; l era la Valle della Luna con Shangri-La, dove chi ci arrivava e rinunciava a ripartire 
poteva aspirare allimmortalit. L, nel Tibet, tutto era magico e nessuno riusciva a sottrarsi al suo 
fascino. Neppure un ufficiale dellimpero coloniale di Sua Maest Britannica! 

Nel 1903, quando la prima colonna militare straniera penetra nel paese e arriva alla capitale, il 


comandante della spedizione, il giovane colonnello Francis Younghusband, smonta da cavallo, sale 
sulla collina che domina la piana di Lhasa e ha una travolgente esperienza spirituale. Ero fuori di me 
dalla gioia, lintero mondo mi pareva bruciare dello stesso ineffabile amore che bruciava dentro di me. 
Contro ogni logica sentii la profonda bont di tutti gli esseri umani e mi convinsi che ogni uomo in 
cuor suo  divino, scrisse poi. Da allora la sua vita non fu pi la stessa e il mito continu a crescere. 

Nel 1959 i comunisti cinesi su ordine di Mao invasero il Tibet, misero a ferro e fuoco i monasteri, 
massacrarono migliaia di monaci e costrinsero il Dalai Lama a fuggire in India. Il Tibet, come paese 
misterioso e indipendente, era finito; ora veniva colonizzato, distrutto e rifatto alla cinese. Ma il mito 
sopravvisse. Anzi, divenne il simbolo della civilt dello spirito martoriata dal materialismo comunista. 

Quando il Dalai Lama, uno dei pochi grandi del nostro tempo, nel 1989 riceve il Premio Nobel 
per la Pace, il Tibet  allapice della sua popolarit,  la causa di cui si fanno paladini tutti gli idealisti, e 
Dharamsala, o meglio McLeod Ganj, la cittadina pi a monte dove Sua Santit risiede,  la meta di 
tutti quelli in cerca di felicit. 

Arrivano migliaia di giovani europei e americani, e a decine si fanno monaci. Arrivano famosi attori 
di Hollywood, scrittori, artisti. Arrivano persino tanti giovani israeliani che, brutalizzati dal loro servizio 
militare, sperano lass di togliersi di dosso lodio di cui sono stati imbevuti. Due kolossal vengono girati 
quasi contemporaneamente sulle vicende del Tibet e la vita del Dalai Lama. Tutto quel che  tibetano, 
dallarte al buddhismo, alla medicina, acquista valore e credibilit. 

Anche a me Dharamsala era sempre piaciuta. Ci ero stato varie volte per intervistare il Dalai Lama, 
per scrivere dei tibetani e della loro causa ormai senza speranza. Stavo di solito al Kashmir Cottage, un 
bungalow che il Dalai Lama, arrivando in India, aveva comprato per sua madre e dove lei era morta. Il 
bungalow era passato al pi giovane dei fratelli, Tenzin Cheogyal, conosciuto da tutti come T.C., che ne 
aveva fatto la sua residenza e una piccola, quieta pensione. 

Lultima volta cero stato nel gennaio del 1996 con Angela e Leopold, vecchio amico e compagno di 
tante avventure. Eravamo andati lass apposta per lui. Leopold non stava bene. Aveva venduto la 
fabbrica di gioielli a Bangkok perch non voleva pi, come diceva, passare la vita a produrre cose 
inutili; aveva fondato una rivista, sera messo a scrivere, ma spesso gli venivano a mancare le forze. Si sentiva debole. 

I medici di Parigi gli avevano trovato qualcosa al fegato, forse una epatite. Ma prima di pronunciarsi definitivamente volevano fare altri esami, altri accertamenti e Leopold aveva preferito rimandare tutto questo per mettersi in viaggio. Era venuto a trovarci a Delhi, avevamo parlato di epatite e io gli avevo raccontato di due cure miracolose di cui avevo sentito dalle mie parti. Una era praticata a Peshawar, la cittadina pakistana al confine con lAfghanistan. Mi era stata descritta da un vecchio musulmano, commerciante di tappeti, che giurava di essersi curato cosi: si prende una capra, la si scuoia, ci si mette nudi nella pelle sanguinolenta e ci si dorme dentro per alcune notti. In capo a una settimana il fegato  completamente risanato, assicurava. 

Laltra cura era quella tibetana somministrata dal medico personale del Dalai Lama. Il fegato era la sua grande specialit. Avevamo deciso di provare quella e cos, alloggiati al Kashmir Cottage, 
raccomandati da T.C., Leopold, Angela e io fummo ricevuti al Men-Tsee-Khang, letteralmente listituto Medico-Astrologico, per incontrare il suo famoso direttore, il dottor Tenzin Choedrak: 
ultrasettantenne, asciutto, la faccia sganasciata e gli occhi un po strabici a causa delle tante botte prese dai cinesi in quasi ventanni di galera. 

Con le spalle contro la finestra, avvolto in una coperta rossa, il dottor Choedrak stava seduto a 
gambe incrociate su una altana di legno che di giorno era il suo ambulatorio, di notte il suo letto. Anche noi, con una giovane tibetana che ci faceva da interprete, ci sedemmo l. Tutto era semplice e modesto. Luomo caloroso e sereno. Nelle vite passate, noi tibetani dobbiamo aver fatto del gran male ai cinesi. Per questo loro ne fanno cos tanto a noi ora, disse. 

La sua storia era gi una leggenda. Nato in un villaggio a tre giorni di cammino da Lhasa, Tenzin 
Choedrak era entrato ancora bambino in uno dei grandi monasteri della sua regione e a tredici anni era stato scelto per seguire i corsi della Scuola di Medicina nella capitale. A trentanni, riconosciuto come uno dei medici pi brillanti del paese, era stato assegnato al Potala, la residenza del Dalai Lama, per occuparsi della salute del dio-re del Tibet, di undici anni pi giovane di lui. 

Nel 1959, quando il Dalai Lama, travestito da semplice soldato, era fuggito in India, molti del suo 
seguito per non destare sospetti fra i cinesi erano rimasti ai loro posti a Lhasa. Fra questi cera Tenzin Choedrak che presto, assieme a migliaia e migliaia di altri seguaci del Dalai Lama, venne arrestato, buttato in galera e sottoposto a violenze di ogni sorta. 

Il fatto che questo medico conoscesse le formule segrete di certe speciali medicine non aveva alcun 
interesse per i cinesi. Loro disprezzavano tutto quello che era tibetano e consideravano qualsiasi cosa legata alla religione un ostacolo alla modernizzazione e perci da spazzare via. I cinesi condannarono Tenzin Choedrak ai lavori forzati e, prendendo possesso del Potala, buttarono via masse di vecchie cose che secondo loro ingombravano il palazzo. Fra queste cerano 200 chili di una strana polvere nera, apparentemente inutile, che i tibetani per avevano conservato gelosamente da pi di tre secoli. 

Col passare degli anni i cinesi si accorsero che Tenzin Choedrak, finito in una cava a spaccare pietre, era un personaggio particolare. Innanzitutto, al contrario di tanti altri prigionieri, sopravviveva: per cui era forse al corrente di qualche segreto che poteva tornare comodo anche a loro. Inoltre i cinesi avevano nel frattempo capito che la polvere nera, finita in un torrente, era una preziosissima mistura doro e argento, purificata attraverso un complicato procedimento, e che con quella polvere medici come Tenzin Choedrak avevano in passato confezionato la preziosa pillola di lunga vita. 

I cinesi gli offrirono di liberarlo se lui avesse rivelato loro come rifare la polvere nera e, con quella, le famose pillole. Dapprima Choedrak si rifiut. Seguirono lunghe e segrete trattative alle quali parteciparono anche degli emissari del Dalai Lama, e nel 1980 le autorit di Pechino permisero a Choedrak di lasciare la Cina per andare in esilio a Dharamsala. 

Da allora Tenzin Choedrak era tornato a essere il medico personale di Sua Santit -lo vedeva due 
volte la settimana -, aveva preso in mano listituto Medico-Astrologico, aveva avviato la produzione di tre diversi tipi di pillole preziose e aveva formato alla sua arte un centinaio di giovani medici tibetani. 

Quello era luomo che avevamo davanti. Volle sapere i sintomi del malessere di Leopold, lo guard 
negli occhi, in bocca; poi gli prese i polsi e, chiudendo gli occhi, si concentr per sentirne i vari battiti. La consultazione dur poco. Il caso di Leopold secondo il dottor Choedrak era semplice: aveva, s, un problema col fegato, ma le sue pillole lavrebbero guarito. E si mise a scrivere la ricetta da portare alla farmacia. Noi per non volevamo andarcene. Avevamo tante cose da chiedergli! 

Cominciai io. Come aveva fatto a sopravvivere ai lavori forzati? Producendo il fuoco nel mio stomaco, rispose. Con quello riuscivo a digerire il cibo immangiabile che ammazzava gli altri. Era un esercizio che gli aveva insegnato il lama nel primo monastero in cui era stato da bambino, ma non poteva dire di pi perch quello era un segreto che si passava solo da maestro ad allievo. 

Chiedemmo quali altre malattie era capace di curare. Non si vant di nulla. Disse che tanti 
occidentali, specie americani, venivano da lui in cerca di una cura per lAIDS, ma quella lui non laveva. Tuttal pi riusciva a migliorare la qualit della loro vita. 

A quel tempo non mi interessavo di cancro; era un malanno, quello, che capitava solo agli altri. Gli chiesi per se aveva qualche suggerimento contro la depressione, e quella domanda provoc qualcosa di strano che ancora oggi non so spiegarmi. Choedrak rispose che la depressione  una malattia soprattutto occidentale. E la ragione, aggiunse,  che voi occidentali siete troppo attaccati alle cose. Siete fissati sulle cose. Uno perde, ad esempio, la sua penna e da allora non fa che pensare alla penna persa, senza dirsi che la penna non ha alcun valore, che si pu scrivere anche con un lapis. In Occidente vi preoccupate troppo delle cose materiali. 

Lo ascoltavo e automaticamente prendevo appunti con la mia vecchia Montblanc nera. Parlammo 
ancora della sua prigionia, delle pillole preziose, dei mantra, le formule magiche, che debbono essere recitate durante la loro preparazione, e io continuavo a prendere appunti con la mia Montblanc. Alla fine ringraziammo, passammo dalla farmacia a ritirare le pillole, tornammo al Kashmir Cottage e l mi accorsi che non avevo pi la mia penna! 

Rimandai immediatamente linterprete dal medico, chiesi al fratello del Dalai Lama di telefonare 
allistituto. Niente da fare. La penna era scomparsa. E io non feci che pensarci. Non tanto perch cero affezionato, ma perch mera venuto il sospetto che il vecchio medico, sentendo nelle mie domande un fondo di scetticismo, avesse voluto dimostrarmi i suoi poteri e darmi una lezione. Possibile? 

Leopold cominci la sera stessa a prendere le sue pillole. Parevano davvero cacherelli di pecora, 
eppure eravamo tutti convinti che quelle palline nere avessero qualcosa di particolare. E lo avevano. Erano cariche: cariche della storia che ci aveva portato a ottenerle, cariche dei mantra che avevano accompagnato la loro confezione, cariche della procedura con cui Leopold doveva prenderle: schiacciandole una a una e mandandole gi con piccoli sorsi di acqua tiepida. Erano cariche di tutto il potere che la mente del paziente attribuiva loro. 

La mente, sempre la mente! L sta la magia. Anche il fuoco nello stomaco di cui ci aveva parlato 
Choedrak veniva da l. Lesercizio, chiamato tummo, il fuoco mistico, era parte di una vecchia pratica yoga che i tibetani avevano adattato alle loro condizioni climatiche. Perch i monaci potessero sopravvivere nel gran freddo, si insegnava loro a riscaldarsi concentrando la mente su un fuoco immaginato nel fondo del ventre e le cui fiamme, con laiuto della mente e della respirazione, venivano 
fatte circolare in tutto il corpo. Nel corso delladdestramento lallievo doveva sedersi nudo per terra e 
coprirsi con un telo di cotone, repa, inzuppato dacqua. Col calore che ladepto sviluppava, nel giro di 
poco tempo quel telo doveva completamente asciugarsi. Il grande santo, poeta ed eremita tibetano 
Milarepa ebbe quel nome, luomo vestito di cotone, perch aveva superato quellesame asciugando, 
una dietro laltra, tre coperte intrise dacqua. 

La sera a cena parlammo di tutto questo con T.C. e lui raccont che nel 1981 suo fratello -Sua 
Santit come anche lui rispettosamente lo chiamava -aveva permesso ad alcuni suoi monaci di fare il tummo dinanzi a un gruppo di studiosi e medici di Harvard che cercavano la prova scientifica del 
potere della mente sul corpo. E funzion. Nel giro di pochi minuti tutti i monaci riuscirono ad 
aumentare di vari gradi la loro temperatura. 

Finimmo per riparlare della penna e io chiesi a T.C. se credeva nel potere del vecchio medico di 
farmela sparire. Non disse n si n no, chiaramente divertito dal fatto che io, scettico giornalista, prendessi anche solo in considerazione quellipotesi. Poi, forse come risposta, ci raccont la storia della propria nascita. 

La madre aveva gi avuto quattordici figli -il Dalai Lama era stato il quarto -, quando rest incinta per la quindicesima volta. Quel figlio per mor molto presto e la madre ne fu tristissima. Venne un lama e le disse: Non ti disperare. Questo figlio rinascer. E prima che lo portassero via per il funerale, il lama fece con del burro un segno sulla natica del bambino morto. Presto la madre rimase di nuovo incinta e, quando il bambino nacque, sulla natica aveva quella macchia. Era T.C., lultimo dei fratelli. 

Leopold prese regolarmente i suoi cacherelli di pecora e in capo ad alcune settimane stava bene. 
Erano state le pillole, o il suo fegato, che forse non era mai stato gravemente malato, si era curato da s? Impossibile saperlo. Ma a me lincontro col vecchio medico aveva comunque lasciato un buon ricordo e stavo tornando da lui, questa volta per chiedergli se non aveva qualche suggerimento per il mio malanno. 

Il treno arriv allalba alla stazione di Pathankot. Dharamsala era a quattro ore di macchina. Affittai un taxi assieme alla ragazza inglese e ad altri due giovani. Loro facevano il viaggio per la prima volta, ma sapevano gi che in quei giorni il Dalai Lama dava una serie di insegnamenti speciali. Io, non essendomi informato, non ero prenotato da nessuna parte e cosi, appena misi piede a McLeod Ganj, tutto sembr andarmi storto. Il dottor Choedrak era ammalato e per alcuni giorni non avrebbe potuto vedermi; il Kashmir Cottage, come gli altri alberghi, era al completo a causa dei tanti stranieri accorsi a sentire gli insegnamenti. 

Stavo quasi per ripartire quando, grazie alla solita fortunata catena di conoscenze e coincidenze, 
incontrai il principe Rupendra, giovane rampollo di unantichissima famiglia della regione, e lui mi offr di essere suo primo ospite in un vecchio bungalow, Hari Kothi. Laveva ereditato da sua nonna e aveva appena finito di rimetterlo a posto per fame una pensione. I suoi antenati, i raja di Chamba, pi di mille anni fa avevano fondato una universit buddhista nel Bihar, simile a quella di Nalanda, destinata ai tibetani che venivano a studiare in India. 

Rupendra mi assegn la Camera dei re, che era stata di sua nonna e dove cento anni prima aveva 
pernottato anche Vivekananda, il famoso mistico, allievo di Ramakrishna. Quella di Hari Kothi, con le 
pareti tappezzate di vecchie foto degli antenati, i servi in livrea e lo stendardo dei raja che andava su e 
gi dal pennone assieme al sole, non era la Dharamsala a cui ero abituato; ma il principe fece di tutto 
per farmi sentire a casa e una sera, sapendo che mi interessavo alla medicina tibetana, organizz una 
cena alla quale invit una dottoressa olandese. 

Anche lei era venuta a Dharamsala spinta dal mito. Aveva voluto contribuire alla causa dei tibetani e imparare qualcosa sul loro modo di vedere le malattie e di curarle. Aveva lavorato per pi di un anno 
allospedale tibetano locale e stava per ripartire: delusa e amareggiata. I tibetani, diceva, erano ormai viziati dalla troppa attenzione che gli stranieri avevano per loro. Ma la loro medicina? 

Quel poco che poteva esserci di buono veniva dallayurveda, per cui tanto valeva rivolgersi a quella se uno cercava una medicina alternativa, disse. I medici tibetani secondo lei erano i primi a non credere ai rimedi tibetani. Appena uno di loro aveva la tosse o un loro figlio la febbre, correvano da lei a chiedere antibiotici e vitamine. S, i tibetani sostenevano che con le loro pillole preziose potevano curare lepatite, o pi esattamente trasformare lepatite B positiva, quella che pu dare origine al cancro ed essere fatale, in epatite negativa, ma lei non era riuscita a trovare alcun materiale scientifico che documentasse questo fenomeno. 

Aveva mai visto casi di guarigione dovuti al trattamento tibetano? 

S, quello di un giovane occidentale che si era rifiutato di prendere medicine allopatiche. Ma la sua epatite era forse di origine virale e sarebbe guarito in ogni modo. In compenso per aveva visto morire varie persone solo perch un lama, dopo una cerimonia di divinazione, aveva detto loro di non andare allospedale e di non farsi operare dai medici occidentali come lei. 

E i poteri? le chiesi. Non esistono proprio? Nemmeno quello di far sparire una penna? 

Se li avevano, i poteri magici, perch non li hanno usati per difendersi dai cinesi? disse. 

Questa dei poteri era una trappola in cui i tibetani stessi erano caduti. Al tempo della spedizione 
inglese del 1903 serano convinti di essere invulnerabili alle pallottole ed erano per questo stati falciati dalle mitragliatrici del colonnello Younghusband. 

Le impressioni della dottoressa olandese mi dettero molto da pensare. In fondo non erano diverse 
da quelle dei viaggiatori del passato. Nellanno 1900 un enigmatico monaco giapponese di nome 
Kawaguchi Ekai riusc, fingendosi pellegrino, a entrare in Tibet e a restarci tre anni. Nel libro che 
scrisse una volta tornato in Giappone, Kawaguchi descrive le penose condizioni igieniche del paese, la assoluta mancanza di una attendibile pratica medica, e racconta come lui fosse ricercatissimo grazie alle 
poche nozioni che aveva imparato da ragazzo sfogliando i libri di suo nonno medico. Quando nel 
monastero in cui Kawaguchi alloggia due monaci tibetani se le danno di santa ragione, lui  il solo, fra 
migliaia di lama, a saper riassestare la spalla lussata di uno dei due litiganti. 

Come  possibile che la medicina tibetana venga oggi considerata da tanti come una delle valide 
pratiche alternative, quando solo cento anni fa era presa cos poco sul serio dai tibetani stessi? Un loro 
detto, riferito da Kawaguchi, era infatti: In Tibet, ogni mongolo  un dottore. 


Lo stesso Heinrich Harrer, laustriaco autore di Sette anni nel Tibet, uno dei pochissimi stranieri vissuti 
a Lhasa durante la Seconda Guerra Mondiale, non ha una sola parola buona da dire sulla medicina 
tibetana e racconta di come al suo tempo chi si ammalava preferiva consultare gli indovini o gli 
impositori di mani piuttosto che i lama della Scuola di Medicina. 

Anchio di quella scuola, durante la mia visita a Lhasa nel 1979, non mero fatto unidea granch 
positiva. Una mattina, prima ancora dellalba, essendo riuscito a barattare la mia Polaroid per una 
bicicletta, riuscii a sfuggire al controllo della mia guidaspia cinese e a salire fino in cima al Colle della 
Medicina. Da lass, con la pianura di Lhasa ai miei piedi e la facciata del Potala dinanzi, vidi sorgere il 
sole e mi accorsi di essere in mezzo a delle rovine: i resti del vecchio edificio della Scuola. I cinesi 
lavevano preso a cannonate e raso al suolo, dicendo che era un covo della resistenza. Per i tibetani per 
era ancora un posto sacro. Nella prima luce vidi decine di persone venire su, raschiare le pietre e 
raccoglierne la polvere. Non capivo; poi un vecchio che parlava cinese mi aiut. Quella polvere veniva 
sciolta nellacqua e bevuta come medicina contro qualsiasi malattia. 

Forse la dottoressa olandese non aveva torto a pensare che la medicina tibetana, se mai aveva avuto 
una sua tradizione, nellultimo secolo sera ridotta a poco pi di una semplice superstizione. 

Se il paziente entra nella stanza del medico col piede sinistro invece che col destro, la cura avr 
successo. Se il paziente presenta al medico il polso sinistro invece del destro, la sua guarigione sar pi 
rapida, avevo letto in uno dei libri di medicina tibetana che mero appena comprato a Dharamsala. 

Da quel libro avevo anche imparato che i polsi da auscultare sono sei su un braccio e sei sullaltro; 
che ogni polso corrisponde a un organo e che ci sono poi alcuni polsi speciali. Uno ad esempio 
riflette lo stato della famiglia; un altro  il cosiddetto polso dellospite: si sente il polso della persona 
affettivamente pi vicina a qualcuno che si aspetta e il medico  in grado di dire se quello  ancora a 
casa sua,  gi in viaggio o sta per arrivare. 

Cera da fidarsi di questa logica? Lo stesso Dalai Lama sembrava avere i suoi dubbi. Non lavevo 
visto io stesso curarsi il mal di gola con occidentalissimi antibiotici, pur mandati gi con una pozione fattagli dal dottor Choedrak? 

Tutto un mito allora? In parte s. Non c dubbio infatti che linteresse per la medicina tibetana, come alternativa a quella allopatica,  cresciuto in Occidente di pari passo con la simpatia per la causa tibetana e il Dalai Lama stesso. In America ci sono ormai vari centri di terapie tibetane e in ogni paese dEuropa ci sono guaritori, massaggiatori e lama che offrono i loro servizi e le loro costose medicine. 

Vari sistemi di guarigione e programmi di salute si vendono oggi semplicemente perch hanno il 
marchio tibetano. Uno di questi, presentato come la combinazione degli insegnamenti filosofici, 
medici, astrologici e tantrici, promette la cura delle malattie, il ringiovanimento della persona, la pace 
interna e quella mondiale. Un altro sistema, detto dellautocura consiste nel negare la malattia. Si riuniscono i malati di cancro e si fa loro ripetere come fosse un mantra: Non sono malato, non sono malato. Decine, centinaia, migliaia di volte. E in alcuni casi funziona, perch -di questo sono convinto - tutto, letteralmente tutto in alcuni casi funziona. 

La richiesta di medicine tibetane  a tal punto aumentata che recentemente listituto Medico-
Astrologico di Dharamsala ha dovuto aprire uno speciale ufficio per lesportazione. A parte le famose 
pillole, la gamma dei prodotti ora comprende i t contro lo stress, le creme di bellezza, lincenso per la 
meditazione -ottimo anche per gli squilibri provocati dalle frustrazioni sessuali, la lingua secca, i fischi 
negli orecchi, i gonfiori di pancia e le vertigini - e un tonico della salute che ottimizza il vigore fisico, 
migliora le funzioni renali, aiuta lenergia e latto sessuale, impedendo una eiaculazione precoce e 
allungando il tempo di copulazione, come si legge sulla scatola. 

Se il Dalai Lama vedesse come vengono presentati questi toccasana la cui credibilit  in gran parte legata alla sua fama, si farebbe, son sicuro, un paio delle sue inimitabili risate. In fondo lui  il primo a sapere che la causa del Tibet Libero non  pi una questione di principi, di giustizia o di moralit internazionale, ma semplicemente di mercato, cio di pubblicit. Quel che  tibetano vende, ma per vendere deve essere come lo vogliono i consumatori: mitico. 

Prima siamo stati vittime dellimperialismo cinese. Ora siamo vittime del neocolonialismo 
californiano, new age, che ci vuole tutti imbevuti di religione e pacifismo a cavalcare yak e a meditare sui picchi nevosi, mi diceva uno scrittore tibetano, laico, che vive a Dharamsala. LOccidente  pronto a finanziare tutto quello che ha a che fare col suo Tibet -monaci, artisti, ballerini, mistici -, ma non ad aiutare noi tibetani a riconquistare il nostro Tibet. 

Dharamsala  lesempio di questa trasformazione. Allinizio era un centro di esiliati, decisi a 
mantenere la propria identit e a tornare al loro paese. Col passare degli anni -pi di quaranta, ormai nessuno crede pi alla possibilit del ritorno. I tibetani si sono adattati al loro ruolo di trapiantati, e Dharamsala sopravvive perch  diventata una piccola Disneyland, un parco di divertimento in cui i temi sono il buddhismo, la spiritualit, la magia, la meditazione, lastrologia e la medicina. 

McLeod Ganj  ormai uno shopping mall per tutto il bric--brac new age, dalle borsette decorate 
con limmagine di Buddha, alle collanine, ai CD con musica rilassante, ai libri sul tantrismo. Il mercato serve ad alimentare il mito di un Tibet che ha poco a che fare col vero Tibet del passato e sempre di meno col Tibet del presente, ormai fagocitato dai cinesi. 

Ma il mito continua. 

Una sera, incontrando un gruppetto di stranieri, residenti a Dharamsala, tutti arrivati l anni prima 
per aiutare la causa, mi accorsi di come il bisogno di credere nel magico Tibet fosse pi forte di 
qualsiasi logica. Un americano raccont di essere stato a Delhi col Dalai Lama per una cerimonia nel 
parco dedicato a Gandhi e di aver visto come un nugolo di vespe aveva attaccato tutti, mentre Sua 
Santit aveva continuato a parlare senza che una sola vespa lo disturbasse. Una eccentrica signora 
inglese, Jane Perkins, a Dharamsala da quasi quindici anni, disse che non dormiva pi bene perch, nel 
monastero accanto a casa sua, i monaci stavano imparando a levitare e, quando non ce la facevano pi 
a stare su per aria, cadevano sul pavimento con dei grandi tonfi che la tenevano sveglia. 

Fu Jane ad annunciarmi che lindomani si sarebbe svolta, a dieci chilometri da Dharamsala, una 
eccezionale cerimonia. Eravamo fortunatissimi! Il Karmapa, il giovane di sedici anni fuggito poco 
tempo prima dalla Cina, dove era stato tenuto ostaggio in quanto possibile successore del Dalai Lama, 
sarebbe per la prima volta comparso in pubblico e avrebbe benedetto tutti i presenti conferendo loro il 
potere di lunga vita. Proprio quel che mi ci voleva! 

E cos la mattina dopo mi ritrovai in una di quelle situazioni a cui pu condurre solo linsaziabile 
curiosit del viaggiatore. Il tempio assegnato al Karmapa era ancora in costruzione, isolato in mezzo a 
una valle sassosa. Gli indiani, per tema di un colpo di mano da parte dei cinesi, furiosi per essersi fatti 
scappare questo ragazzo sacro, avevano organizzato un imponente cordone di sicurezza. Decine di 
poliziotti armati e agenti del controspionaggio perquisivano chiunque arrivasse, controllavano lidentit, 
requisivano ogni macchina fotografica, ogni registratore. La combinazione di buddhismo e stato 
dassedio, di vecchi lama e mitra spianati era assurda. 

Finalmente, dopo ore dattesa e di controlli, fummo ammessi nella grande sala del tempio: nelle 
prime file i monaci, fra cui una ventina di occidentali; poi un gruppo di buddhisti venuti apposta da 
Taiwan; dietro di loro una folla mista di tibetani, residenti stranieri e viaggiatori. Cera anche la ragazza 
inglese del treno. 

Il Karmapa entr, circondato da anziani lama e guardie del corpo indiane: un ragazzo dallaria 
contadina, sano e forte, sorpreso lui stesso di tanta attenzione. Unattenzione pi che giustificata per 
dal punto di vista dei tibetani. Per loro quel ragazzo era la trentesima reincarnazione di un grande 
maestro, una reincarnazione molto pi antica, e quindi spiritualmente pi avanzata, del Dalai Lama 
stesso che  solo alla sua quattordicesima. 

Io stesso posso non avere questa qualit della lunga vita, ma posso, secondo la tradizione, conferire a voi questo potere, assieme al potere che tutti i vostri desideri vengano realizzati e che ognuno di voi abbia pace, armonia e felicit, disse il Karmapa in un breve discorso tradotto in inglese da uno del suo seguito. Aveva una grande presenza e il fatto che i vecchi monaci gli strisciassero attorno, piegati letteralmente in due, in un atteggiamento di assoluta deferenza, metteva ancor pi in rilievo la sua figura. Quel ragazzo potrebbe un giorno essere a capo della diaspora tibetana quando, morto il Dalai Lama, si dovr aspettare che il bambino in cui si reincarner diventi adulto. 

La reincarnazione! M sempre parso geniale il modo in cui i tibetani hanno saputo adattare alla loro cultura e a loro vantaggio lantichissima idea che non tutto di noi muore col corpo, e che qualcosa, chiamata anima o altro, passa in uno nuovo. Hanno evitato cos la degenerazione implicita in tutte le 
monarchie ereditarie. I figli dei figli dei figli non possono essere sempre allaltezza di un grande antenato e il modo pi sicuro per mantenere la qualit di una dinastia  quello di andare ogni volta a scegliere, come erede del defunto, un bambino brillante in cui qualcuno riconosce appunto la reincarnazione. 

Tutto sta nellabilit di quel riconoscimento. Nel caso del Karmapa e dellattuale Dalai Lama, i 
vecchi monaci sembrano aver avuto un gran buon fiuto. 

La benedizione del Karmapa non fu, come mi aspettavo, urbi et orbi, ma personale. Ognuno ebbe la 
sua e questo fece durare a lungo lintero incontro. Pazientemente stetti in fila, arrivai davanti a lui, gli sorrisi, mi sorrise, gli porsi il kata bianco che Jane mi aveva procurato, lui me lo rimise al collo, ovviamente caricato; poi, sul mio cranio leggermente abbassato, dette un colpetto con la base di un piccolo stupa doro che doveva contenere una qualche sacra reliquia. Un lama mi porse una pallina grigia di tsampa, la farina di malto che i tibetani mettono nel loro t assieme al burro di yak e che io avrei dovuto mangiare; un altro mi dette un nastrino rosso con un nodo, anche quello carico di benedizioni e che, portato addosso, mi avrebbe protetto. 

Andai allaperto e mi sedetti sulla scalinata al sole. Osservavo gli altri che uscivano. Cera eccitazione 
in loro, felicit. Ognuno era convinto, come Jane, di essere stato fortunato e daver ricevuto dal 
Karmapa un gran regalo. Io invece, come al solito scettico, razionale e in fondo arrogante, gi pensavo a buttar via la pallina grigia che avevo ancora in mano. La guardavo. E se proprio quella fosse stata la buona medicina? Per gli altri lo era, rappresentava il potere di lunga vita. Perch non per me? La misi in bocca e la mangiai. Poi, con cura, legai anche il nastrino rosso al mio sacco. 

A volte cambiare punto di vista serve. Improvvisamente mi resi conto che della medicina tibetana 
non avevo capito nulla e che tutta quella mia visita a Dharamsala lavevo cominciata col piede 
sbagliato: il piede destro! Il modo con cui avevo fino ad allora ragionato era quello che io stesso, a New York, avevo sentito il bisogno di superare. Era il modo di ragionare della dottoressa olandese, il solito modo fondato sulla logica, sulla visione scientifica di me come corpo e della malattia come un fatto puramente fisico. 

Se ero venuto a cercare dal medico del Dalai Lama una medicina del tipo di quelle degli aggiustatori dellMSKCC, una medicina che agisse chimicamente sul mio corpo, avevo davvero sbagliato indirizzo. Quelle medicine le avevo provate gi tutte. E le migliori del mondo. 

Qui le medicine erano di natura diversa. Non erano fatte per avviare nel corpo una reazione, tanto 
meno una reazione chimica. Erano medicine per la mente, per lanima. A Lhasa, vedendo i tibetani 
raschiare le pietre sacre per berne la polvere, li avevo disprezzati, comportandomi come se fossi stato io stesso un commissario politico cinese. In verit loro, i tibetani, sapevano cosa facevano: invocavano un potere che non era quello della chimica, ma il potere delle preghiere e delle benedizioni. 

Quello -allora mi parve chiaro -era il solo potere delle cure disponibili a Dharamsala. Potevo 
rifiutare quel potere, potevo non servirmene, ma non potevo rimproverare alla medicina tibetana di 
non essere come quella praticata dagli aggiustatori di New York. Il suo valore, se mai ne aveva uno, stava appunto nellessere diversa. E la sua diversit consisteva nellavere una fortissima base religiosa. 

In origine la medicina tibetana altro non era che layurveda indiana e i testi su cui i tibetani 
studiavano erano le semplici traduzioni dei classici shastra in sanscrito. Ma layurveda era arrivata in 
Tibet con gli stessi monaci che, fra il VII e l'VIII secolo dopo Cristo, avevano portato il buddhismo e, 
come il buddhismo, fin presto, adattandosi alle condizioni locali, per prendere un carattere 
profondamente tibetano. Il buddhismo, che stava per scomparire ed essere dimenticato in India dove 
era nato, divenne in Tibet una religione quasi a s, recependo gli elementi essenziali del Bon, la vecchia 
fede animistica locale; la medicina ayurvedica invece, confondendosi sempre di pi col buddhismo, si stacc dalla sua origine indiano-scientifica per diventare sempre pi tibetano-religiosa. 

Il Buddha storico era morto da oltre un millennio quando i tibetani si convertirono alla sua religione, 
ma la loro conversione fu totale, travolgente, e il buddhismo fin per influenzare ogni aspetto della societ e determinare il carattere di ogni attivit. 

Anche in India layurveda aveva avuto fin dalle sue origini una componente spirituale, ma quella era 
legata alla filosofia, non alla religione, e la pratica medica non era mai stata monopolio dei sacerdoti. In 
Tibet invece, dove il buddhismo si era impossessato di tutto, compreso il potere politico, i lama furono i soli a diventare medici. 

Dimenticando che layurveda aveva lontanissime origini storiche e una tradizione che risaliva ai rishi, 
i tibetani preferirono pensare alla loro pratica medica come a qualcosa che era venuto loro in tempi molto pi recenti, ma dal cielo. 

La nostra scienza medica risale a Buddha, era scritto in tutti i libri che avevo comprato; ma avevo 
creduto fosse un modo di dire. Era invece unaffermazione da prendere alla lettera. Rilessi quei libri, e 
tutto ci che prima mera parso assurdo diventava logico una volta accettata la prospettiva 
esclusivamente buddhista di ogni fenomeno. 

Da questo punto di vista buddhista il male, tutti i mali, quelli psichici come quelli fisici, hanno 
ununica radice: lignoranza. Lignoranza dellio causa la sofferenza che affligge luomo dalla nascita alla 
morte; la stessa ignoranza causa i tre grandi veleni della mente -il desiderio, la rabbia e lottusit -che scatenano le malattie nel corpo. Solo una continua pratica di moralit e di meditazione pu condurre 
alla libert da ogni male. In questo senso  vero che Buddha  il fondatore della medicina. Avendo 
identificato la causa ultima della sofferenza umana, e avendo scoperto lantidoto contro ogni dolore Buddha  il Grande Medico. Seguire la sua Via, il dharma,  la sola, vera cura di tutti i mali. 

Nella visione tibetana non c differenza fra religione e medicina, e luomo, combinazione di corpo, mente e spirito, non ha che da essere pio per essere anche sano. La malattia  un disordine che nasce nella mente molto prima che nel corpo. Per questo per i tibetani la terapia  soprattutto spirituale e il recitare i mantra o leseguire un certo numero di prostrazioni  pi importante della pillola da mandar gi con un po dacqua. 

Era finalmente interessante per me capire come, adattando layurveda al loro modo di essere e 
soprattutto alla loro religione, i tibetani avevano trasferito in contenitori buddhisti i concetti 
fondamentali della tradizione medica indiana.  cos che fino a oggi la medicina tibetana  suddivisa 
grosso modo nelle stesse otto sezioni dellayurveda: malattie del corpo, dei bambini, delle donne, 
malattie provocate dagli spiriti, ferite provocate dalle armi, avvelenamenti, ringiovanimento, fertilit e 
afrodisiaci.  cos che usa le stesse erbe medicinali dellayurveda con laccento ovviamente su quelle che 
crescono nellHimalaya;  cos che traduce buddhisticamente nei tre veleni della mente la teoria 
ayurvedica dei tre diversi tipi di costituzione individuale (vata, pitta e kafa) i cui scompensi sono per gli 
indiani allorigine di ogni malattia, e finisce per identificare le quattro fasi della pratica ayurvedica 
(diagnosi, causa, prognosi e trattamento) con le Quattro Nobili Verit del buddhismo: tutto  
sofferenza; la causa della sofferenza  nelle passioni; si pu mettere fine alla sofferenza; per uscire dalla sofferenza  necessario prendere la Via. 

Per completare la tibetanizzazione dellayurveda, i seguaci del Dalai Lama hanno, secoli fa, aggiunto alle varie manifestazioni del Buddha quella del Sange Menla, il Buddha della Medicina, cui attribuiscono la stesura dei testi sacri, i Gyu Shi, i Quattro Tantra (che invece, si sa, sono traduzioni di testi sanscriti indiani), e il potere di guarire. 

Col corpo dipinto di blu e per questo chiamato anche il Signore della Luce di Lapislazzulo, in parte 
coperto da una tunica dorata, il Buddha della Medicina  rappresentato nella posizione del loto. Dinanzi 
ha un vassoio con tanti frutti fra cui larura, il frutto della perfetta salute: un frutto impossibile da 
trovare nella nostra era di decadenza, ma un frutto che torner a crescere quando un nuovo Buddha 
verr sulla terra. 

In uno dei libri lessi che, se si medita davanti a un tanka di quel Buddha, il nettare della salute 
sgorga dalla sua immagine. Raggi di luce escono dal cuore di Sange Menla e sotto linfluenza di quei 
raggi luomo si sente liberato da ogni pensiero negativo e mondato da ogni ignoranza. Le malattie 
scompaiono e i tre veleni della mente si placano. 

Era esattamente quello di cui avevo bisogno. Nel corso della vita ho posseduto vari tanka, ma mai 
uno col Buddha della Medicina. 

Con Jane andai dunque a chiedere a un vecchio pittore, che a Dharamsala lavorava quasi 
esclusivamente per il Dalai Lama, se poteva dipingermi un Sange Menla. Lui no, perch aveva da fare 
tutti i tanka per il monastero ancora in costruzione del Karmapa. Ma un suo discepolo mi avrebbe 
accontentato. Karma Sichoe, un giovane di ventisette anni, orfano, militante nella causa del Tibet 
Libero -aveva digiunato per quarantotto giorni davanti allambasciata cinese a Delhi -, promise di 
farmelo in un paio di mesi. Mi chiese solo se, prima di far montare il tanka sul fondo di broccato blu, doveva aprire sul retro del Buddha i tre centri del cuore, della parola e della mente. Sapendo che i raggi di cui avevo bisogno dovevano sgorgare proprio da l, risposi di s.
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Telefonai unaltra volta all'Istituto di Choedrak, ma mi dissero che il medico non si era rimesso. Qualche tempo, infatti, dopo il dottor Choedrak mor, allet di settantasei anni. A 
questo punto non era pi cos importante che lo vedessi. Dharamsala mi aveva gi dato abbastanza. 
Ero stato benedetto dal Karmapa, avevo il suo nastrino rosso carico del potere di lunga vita, avevo 
ordinato un Buddha della Medicina che il pittore mi avrebbe fatto avere tramite Jane, e avevo comprato una buona riserva del migliore incenso che, a parte le inverosimili propriet descritte sulla confezione, per me aveva quella di evocare col suo profumo ricordi di pace e serenit, di per s potenti e forse anche terapeutici.
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Scesi con una macchina fino a Pathankot e l presi il treno della notte. Allalba entrammo nel 
meandro di binari che precede Delhi. Il treno rallent e si mise a fischiare disperatamente per avvisare in tempo le decine e decine di uomini che, accucciati sulle verghe, defecavano.
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Poi attraversammo la grande baraccopoli della periferia, una soffocante distesa di sporcizia, fetore e miseria. Bambini, capre, maiali e corvi raspavano su cumuli di plastica e spazzatura putrescente. Dallinterno del treno, fresco e pulito, la scena fuori pareva irreale. Il finestrino era come lo schermo di un televisore su cui passava un film dellorrore. Cos almeno doveva sembrare agli indiani benestanti che avevano viaggiato con me e si preparavano a scendere. La loro apparente indifferenza mi colp, ricordandomi quello che mi  sempre sembrato il buco nero dellinduismo: lassenza di compassione. Capivo perch tanti indiani delle caste basse si fossero in passato convertiti al buddhismo; e perch in seguito molti, molti di pi fossero diventati musulmani. 
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THAILANDIA.
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L'ISOLA DELLA SALUTE.
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Non bisognerebbe mai tornare nel proprio passato, n -come dicono quei saggi degli indiani cercare 
di ripetere oggi quel momento di gioia che gi siamo stati fortunati davere avuto ieri. 

Ma il passato  sempre stato per me un grande seduttore e loccasione di tornare a Ko Samui, lisola sulla costa orientale della Thailandia dove avevo passato dei bei giorni prima che fosse scoperta dal turismo e stuprata dal progresso, era irresistibile: potevo ripulirmi le budella di tutte le medicine, i veleni 
e le diavolerie pi o meno radioattive che, per curarmi, mi ero messo addosso. Si trattava letteralmente 
di dare una grande risciacquata alle interiora. Leopold, che non avevo pi visto dopo la nostra visita al medico del Dalai Lama, voleva celebrare con tutti gli onori il mio riapparire nel mondo e aveva prenotato due bungalow in un centro di salute specializzato in una attivit diventata di grande moda fra il popolo new age: il lavaggio del colon. 

Quante volte avevo sentito i reduci di questa esperienza raccontare estasiati dei risultati visibili tutti insistevano sullaggettivo -di questo lavaggio! Le descrizioni, sempre deliziate, di come durante una settimana di digiuno e di quotidiani clisteri uno vede uscire dalle proprie budella lunghe strisce di roba nera, i resti dei veleni e delle tossine accumulate negli anni, mi avevano sempre divertito. Sentire degli adulti parlare della propria cacca in termini scientifici, ma sostanzialmente con la stessa passione di un bambino che ci aggeggia dentro con le mani, mera parso curioso. Eppure, i risultati di disintossicamento, ringiovanimento e perdita di peso che tutti dicevano di aver ottenuto con quel sistema sembravano fatti apposta per me. 

Per giunta avevo appena letto che anche Ippocrate, oggi riscoperto come il grande precursore della 
medicina alternativa, curava i suoi pazienti in una sorta di luogo termale ante litteram, anche quello su unisola, e questa coincidenza maveva incoraggiato ad accettare linsolito regalo di Leopold. 

Ippocrate era un genio. Faceva venire i malati sullisola di Cos e l, lontani dalla loro normale vita 
quotidiana, li sottoponeva a un trattamento, oggi si direbbe distico, che includeva una dieta a base di 
erbe, esercizi fisici, meditazione, lo studio dei propri sogni -considerati allora messaggi provenienti 
dagli dei -e una cerimonia iniziatica di guarigione senza la quale nessuno poteva tornare sulla 
terraferma. Un altro obbligo che Ippocrate imponeva ai suoi pazienti nel corso del loro soggiorno 
sullisola era di assistere almeno a due delle tragedie e a una delle commedie che venivano messe in 
scena apposta per loro come parte della cura. Che saggezza gi nel IV secolo avanti Cristo! 

I documenti di quel tempo non ci dicono se a Cos facevano anche il lavaggio del colon, ma non mi 
sorprenderebbe affatto. Molto di ci che oggi ci sembra di scoprire  acqua calda,  qualcosa che 
lumanit sapeva gi. Labbiamo solo dimenticato perch ogni nuova generazione rifiuta lesperienza di quelle precedenti. E cos, a fatica, riscopriamo che la ruota gira, che il fuoco brucia, che qualcuno ci parla attraverso i sogni e che per stare sani bisogna arrabbiarsi di meno, ridere di pi e tenere in ordine lintestino. 

Secondo me Ippocrate sapeva tutto del lavaggio del colon. Al suo tempo i greci avevano buoni 
rapporti con gli indiani e in India la pulizia delle budella, chiamata basti, era gi una vecchia pratica fra 
gli yogi. Chiunque aspirasse al controllo del proprio corpo doveva innanzitutto ripulire lapparato 
digerente. Le istruzioni, seguite ancor oggi dai praticanti ortodossi dellHatha Yoga, erano precise: 
ladepto doveva entrare in un fiume fino a che lacqua non gli arrivava alla vita, poi, lentamente, con 
esercizi quotidiani, doveva imparare a usare il proprio sfintere come fosse una pompa finch era capace 
di tirare su lacqua e di riempirsi gli intestini. Dopo un po di tempo, i praticanti pi bravi riuscivano -si dice - a fare lo stesso con luretra e a ripulirsi cos anche la vescica. 

Lisola di Ko Samui, con la sua foresta tropicale, le cascate dacqua, il mare color giada e le palme di cocco che arrivano fino alla spiaggia, era nei miei ricordi un posto ideale per rimettersi in forma. Potevo immaginarmi che la Cos di Ippocrate fosse stata cos. Quel che non potevo immaginarmi  che a Ko 
Samui avrei fatto lintera cura di Cos, comprese le tragedie e la commedia. 

La prima tragedia -almeno per me -fu larrivo. Non pi col lento traghetto di notte, dal Sud della 
Thailandia, ma in aereo; per giunta, un aereo stivato di una nuova razza di occidentali, ben diversi dagli 
hippy che per primi avevano scoperto lisola e serano tenuti quel segreto tutto per s. I nuovi 
viaggiatori erano soprattutto giovani dellEuropa dellEst ex comunista -le donne con la pelle flaccida e 
bianca, gli uomini fumatori e tatuati - e vecchi australiani in pensione, gi ubriachi alle sette del mattino: 
tutti impacchettati da qualche lontana agenzia di viaggio, tutti ora faticosamente in volo, poco felici, 
verso lultimo paradiso terrestre, nellesercizio del loro sacrosanto diritto alle vacanze. 

La strada che dallaeroporto costeggiava Chaweng Beach, una delle pi belle spiagge del passato, era diventata la strada maestra di un villaggio giapponese con una casuccia accanto allaltra, negozietti, ristoranti, cambiavalute, affitta-una-jeep, affitta-una-moto e, tipici delle attrazioni turistiche della Thailandia, i saloni di massaggio e le saune con limplicito affitta-una-moglie-per-tutto-il-tuosoggiorno. Il mare era quasi invisibile, irraggiungibile dietro i vari cantieri rumorosamente intenti a costruire altri alberghi, altre casucce, negozietti, cambiavalute, affitta-una-jeep e il resto. 

Fortunatamente The Spa, il centro di salute prenotato da Leopold, era almeno sul mare e la capanna 
che mi aveva riservato era un po appartata dalle altre, la pi vicina allacqua. Era un posto semplice, ma accogliente, gestito da un americano, Sam, originariamente di San Francisco, persosi per qualche ragione in Oriente, e da una efficientissima, simpatica donna mezza cinese, mezza laotiana con vari figli, non tutti di Sam, ma tutti ugualmente vestiti da principi, accanto a Sam vestito da re, nella grande foto di famiglia esposta sul bancone della reception. 

Leopold era al suo terzo soggiorno nel centro e il suo arrivo provoc grandi effusioni di affetto da parte di Sam, la moglie e la schiera delle massaggiatrici che si precipitarono su di noi perch fissassimo con loro almeno un paio di appuntamenti al giorno. I massaggi venivano fatti sulle sal, piattaforme di bamb rialzate da terra, all'ombra delle palme di cocco e aperte al vento del mare. Una musica da meditazione, diffusa da vari altoparlanti nascosti nel fogliame, aleggiava su tutto il nostro villaggetto. 

Leopold e io non avevamo n mangiato, n bevuto dalla sera prima e cos potemmo entrare 
direttamente nel programma. Ore dieci: bevanda disintossicante. In un grande bicchiere di vetro col manico veniva messo un succo di frutta e in quello tre cucchiaiate di una farina biancastra, presa da un barattolo senza etichetta. Mi sembr di riconoscere quella roba, ma non mi soffermai. Presto, presto! Bevi, altrimenti diventa solida, disse, rimenando il cucchiaio, la ragazza incaricata della preparazione. A quella bevanda seguiva un bicchier dacqua col quale andavano mandati gi gli integratori: una decina di capsule di plastica grigio-verdi con dentro una polverina pi o meno dello stesso colore. Anche quelle non avevano nome, ma mi parve che fossero di quel concentrato di vegetali, Green Plus, che in America avevo visto in tutti i negozi di vitamine. Feci ogni cosa diligentemente, secondo le istruzioni.
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Lidea di digiunare -anche quella, vecchia quanto lumanit -mi piaceva. Inutile fare corsi di 
meditazione per controllare la mente, se non si impara a controllare anche il corpo! Digiunare mi 
pareva un modo per mettermi alla prova. Luomo primitivo digiunava per commuovere gli antenati 
con lo spettacolo della sua forza di volont. Solo in seguito, dopo essere stato recepito dalle varie religioni, il digiuno ha acquisito la sua veste moralistica di autopurificazione e autoflagellazione.  successo lo stesso con lastenersi dagli altri piaceri dei sensi. 

Ugualmente conosciuto fin dallantichit era il valore terapeutico del digiuno. Un monaco cinese che nel settimo secolo dopo Cristo visit la grande universit buddhista di Nalanda in India, racconta che quando uno studente si ammalava, prima di dargli qualsiasi medicina, gli veniva imposto di stare completamente a digiuno per una settimana e aggiunge: Di solito in questo periodo il paziente guariva. Oggi tutti quei vecchi significati sono andati perduti e il digiuno, come lo yoga e tante altre attivit nate con un fine soprattutto spirituale,  diventato un atto puramente fisico, centrato sul corpo e intrapreso solo per dimagrire, per ripulirsi. 

Del digiunare si dice che i primi tre giorni siano i pi difficili perch il corpo cerca disperatamente di continuare a fare quello a cui  abituato. Al quarto giorno il corpo capisce, cambia ritmo e tutto diventa pi facile. Ero molto curioso di vedere come avrei reagito e decisi di tenere un diario di quei giorni. Eccolo.
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Primo giorno di digiuno.
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La capanna in cui sto  fatta come una grande A. Il tetto  di frasche di cocco, il letto  un ripiano di compensato con sopra una stuoia di paglia. Sul davanti ho la porta dingresso, un piccolo ballatoio e una scaletta che d sulla spiaggia; sul retro ho unaltra porta, due scalini e uno spazio protetto da lamiere di ferro: il mio bagno con un cesso alla turca. Quello  il centro operativo di tutto ci che qui si fa e di cui tanto si discute. Da quando siamo arrivati non ho sentito che storie di clisteri.
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Siamo una ventina di ospiti, tutti stranieri, tutti in un modo o in un altro on the road, sulla strada, come diceva Kerouac o on the path, sulla via, come dicono quelli che si sentono spirituali. Ognuno qui  classificato a seconda del suo giorno di digiuno. Quelli al settimo sono guardati con rispetto. Quelli che restano oltre il periodo dovuto, solo per raccontare le loro esperienze ai novizi, sono antipatici come tutti i saccenti.
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Mi diverte esser qui. Ho avuto un solo attimo di sgomento stamani. Dopo essermi buttato con 
grande entusiasmo in acqua -era la prima volta dopo i mesi a New York -, ho guardato dal mare la 
distesa di capanne della Spa e mi son chiesto dove finiscono i tubi di scarico di tutte le cloache di tutti i defecatoi che ci stanno. La risposta era ovvia: tutto attorno a me! Sono uscito di corsa. Se vorr nuotare, dovr andare molto pi lontano. 

Dopo la bevanda disintossicante delle dieci ce n stata una identica alle tre del pomeriggio. La roba collosa che ci mettono dentro mi ricorda qualcosa, ma non so cosa. Alle quattro il programma 
prevedeva una sorpresa. Una ragazza ci ha portati a vedere un video in cui Chuk, un americano biondo col codino, spiegava la procedura del clistere. Leopold e io ci siamo sbellicati dalle risate dal primo allultimo momento. Impossibile fare altrimenti, con tutti gli altri digiunanti seri seri, incollati al televisore a seguire Chuk che ci istruiva su quanta vaselina va messa sul dito mignolo, quanto tubo va infilato nellano e come non bisogna fare troppi sforzi a trattenere lacqua in pancia. Una volta un tedesco  riuscito a non rifarla per tre ore.  stato un record, ma non serve, ha commentato Chuk. Poi ha spiegato luso del piano inclinato che ognuno trova nel suo bagno - l che bisogna distendersi per il lavaggio -e limportanza, anche psicologica, del colino di plastica da sistemare sulla bocca del cesso per controllare bene (prima che scompaia in mare davanti alla mia capanna!) tutto quel che ci esce dalle budella. 

Chuk esiste anche in versione reale. A conclusione del video si  presentato in carne e ossa dicendosi disponibile in caso di bisogno e ha consegnato a ognuno la sua dose di integratori, di pasticche bianche per ristabilire la flora intestinale da prendere la sera prima di andare a letto, i beccucci usa-egetta per il clistere, una bella brochure con lorario delle varie attivit e la spiegazione del programma Alzati e Risplendi! a cui ora siamo iscritti. Gi il nome, che trovata! Pare un ordine divino. Il tutto per ottenere pi energia, pi salute, migliorare la digestione, stabilizzare il peso, ma anche per liberarsi dei pensieri negativi e sentirsi pi felici. E chi vorrebbe negarsele queste belle cose? 

Il lavaggio del colon, dice la brochure,  inteso specialmente per te che sei stato soggetto alla tipica dieta americana, hai mangiato carne, cibi processati industrialmente, hai fatto uso di sale da tavola, di olio cotto o hai preso antibiotici. Io, insomma, anche senza quella della dieta americana, ho tutte le ragioni per essere qui. 

Al tramonto, dopo i clisteri, i massaggi e la sauna, la comunit dei digiunatoli si riunisce sulla spiaggia attorno a dei tavoli, ognuno con la sua lucina galleggiante in un bicchiere dacqua colorata. Fra i colleghi faccio la conoscenza di una signora di mezza et, ex bella ed ex segretaria delle Nazioni Unite a Ginevra, di una giovane giapponese che non parla una parola dinglese, di una studentessa americana con enormi seni mostrati con giusto orgoglio e di una strana coppia: lui olandese della mia et, belluomo e culturista, abbronzato e meditatore, proprietario di una barca con cui gira il mondo; lei belga, giovane da poter essere sua figlia, carina, in crisi e in cerca di se stessa. 

Tutti parlano di una ragazza australiana che al suo quarto giorno ha avuto grandi dolori di pancia e una emorragia. Chuk le ha consigliato di interrompere il digiuno e di andare allospedale, ma lei si rifiuta. Le pare un tradimento e per ora resta nella sua capanna. 

Alle sette viene servita la cena: una lunga brodaglia con un vago odore di verdure, senza alcun 
grasso e senza sale. Quasi volessero consolarsi, tutti parlano di s, raccontano le loro vite e spiegano 
come sono arrivati qui. Ho limpressione che anche questo confessarsi con degli sconosciuti, col bel 
vento fresco che soffia dal mare, sia parte della purga, del lavaggio. 

Nelle storie di ognuno si sente la convinzione, ormai data per scontata, che la vita moderna ci 
avvelena, che tutto quel che facciamo e mangiamo ci lascia addosso residui nocivi, e che solo questo 
radicale lavaggio fa uscire, dagli altrimenti irraggiungibili recessi dellintestino, tutti i veleni e le tossine 
accumulati negli anni. La prova? Il colino. Guardando nel colino si scopre quello che abbiamo dentro 
di noi e che, senza questo lavaggio, continueremmo a portarci dietro. 

Sam fa circolare fra i tavoli un pesante album dalle pagine plastificate.  il Libro dOro della Spa, 
con le foto di gruppo dei digiunatori del passato e i loro commenti. Tutti sono entusiasti della 
ripulitura. Molti dicono di sentirsi liberati. Alcuni descrivono la gioia nel sentire e nel vedere quel 
che  ancora uscito rumorosamente dalle loro budella al sesto e settimo giorno. Altri, invece che 
scrivere le loro impressioni, hanno preferito incollare le foto a colori di quel che hanno visto nel colino! 
Praticamente tutti la stessa roba. 

Il mio primo giorno  passato senza sofferenza. Ho la lingua un po impastata, la testa leggera, le gambe un po molli, ma nessuna disperazione, n una grande voglia di mangiare. 
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Secondo giorno di digiuno. 
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Dormo benissimo, senza zanzariera. Faccio sogni confusi, ma sereni, di posti in cui mi trovo a 
sistemarmi come ho fatto qui: con la teiera, il computer, i libri, la lampada per leggere. Mi alzo presto e faccio una lunga passeggiata sulla spiaggia. Osservo i nuovi bungalow costruiti con 
le finestre a vetro fisso, cos che non si possono aprire e nelle stanze si pu stare solo con laria condizionata. Ma ho deciso di non crucciarmi. Lho capito: tutto cambia. E poi, non sono cambiato io? La prima volta che sbarcai su questisola ero un bel giovane, asciutto, con gran baffi neri, i capelli corvini, abbronzato, pieno di energie, di certezze e di futuro. Venivo da Saigon per respirare aria pulita, lontano dalla guerra. E ora? Sono vecchio, pallido, ancora gonfio a causa delle iniezioni di steroidi, ancora spelacchiato dalla chemioterapia e debbo stare attento a coprirmi la pancia per non imbarazzare gli altri con tutte le ricuciture e la palla dellernia. Che dovrebbe dire Ko Samui a vedere me, cambiato cos? 

Alle undici, dopo la bevanda disintossicante,  lora del clistere. Acquattate per terra attorno a un gran bollitore dacqua, le ragazze, armate di romaioli, preparano i secchi. Si sta in fila; si sceglie fra la miscela col caff, quella con laceto di mela e quella con laglio, questultima consigliata nel caso si pensi di avere dei parassiti. E poi si parte. Ognuno diretto alla sua capanna, ognuno col suo secchio di plastica da attaccare a un gancio nel soffitto del bagno, e litri e litri di acqua tiepida da farsi scendere in pancia in tre o quattro riprese. 

Mi fermo, affascinato, a guardare tutti questi occidentali che camminano piegati dal peso del loro 
clistere: tutti venuti qui col sogno di defecare gli eccessi della vita, speranzosi di vedere nel colino tutto il troppo da cui siamo afflitti. 

Quandero ragazzo la regola di casa mia era: non pi di un uovo alla settimana, carne solo la 
domenica e, se potevamo permettercelo, ogni giorno un frutto di stagione. Eravamo poveri, ma quel 
che si mangiava era semplice e naturale. Oggi si pu mangiare di tutto, ma non ci si pu pi fidare di nulla. Persino nella mia povera e ben amata India bisogna fare attenzione alle arance e ai mandarini 
perch i venditori, per aumentarne il peso, ci aggiungono siringate di acqua sporca. Ma sono migliori 
nei nostri supermercati le pulitissime fragole all'ormone che paiono patate dipinte di rosso? O le mele, 
tutte uguali, tutte lucidate a olio, che non hanno pi nulla a che vedere con la mela del vecchio detto: 
Una mela al giorno toglie il medico di torno? 

Istintivamente lo si sa: ci stiamo avvelenando. Quando per guardo nel mio colino non vedo n 
veleni n tossine. Vedo solo i resti delle trenta capsule di plastica che il programma mi fa prendere 
ogni giorno. E se Alzati e Risplendi! fosse tutto una turlupinatura? Comincio a sospettarlo. 

Per il momento non ne parlo a Leopold e quando lui propone di affittare un motorino per fare il 
giro dellisola prima che ci vengano a mancare le forze, accetto con piacere. 

Lungo la strada ci fermiamo a un vecchio tempio che  stato ristrutturato. Nel parcheggio appena 
costruito, autobus e taxi scaricano frotte di turisti venuti a vedere La Mummia.  quella di un vecchio monaco, grande meditatore, che, compiuti gli ottant'anni, ha annunciato pubblicamente la data e lora della sua morte. Arrivato quel giorno si  seduto nella posizione del loto e, davanti a un centinaio di seguaci salmodiami, se n andato, lasciando l il suo corpo dritto in meditazione, la testa eretta, la bocca ancora con tutti i denti, leggermente socchiusa in un sorriso. La pelle  come di cartone. Solo gli occhi spiegano 
le guide -sono diventati due buchi vuoti. Ma non si vedono. Sul naso gli hanno messo un bel 
paio di occhiali da sole, e lui sta l, imperterrito, in una teca di vetro a farsi fotografare: unattrazione turistica come le cascate nella giungla, i bordelli di Lamai Beach e le scimmie che a comando si arrampicano in cima alle palme a prendere le noci di cocco. 

Resisto bene al digiuno. Ho fame, ma non troppa. Succede per che, se metto la testa fuori dalla 
Spa, mi pare che tutti mangino. Vedo solo bocche che azzannano cosce di pollo in salsa di papaia 
verde, e succulente fette di mango acerbo intinte in una mistura di sale, zucchero e peperoncino rosso. E la tentazione  grande.

Passo tre ore nelle mani del solo uomo massaggiatore della Spa.  un impiegato del governo 
mandato qui per alcune settimane a controllare la qualit del lavoro delle donne. Pretende, 
massaggiando, di sentire le malattie che la gente non sa ancora di avere.  indubbiamente bravo, ma 
non riesce a farmi cambiare una vecchia opinione: non mi piace essere massaggiato.

Allora della cena -che non c -tutti parlano di nuovo di quello che hanno visto nel colino. Mi 
chiedo di che cosa parlassero i grandi signori dEuropa e le contesse russe che nellOttocento andavano a passare le acque a Baden-Baden.
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Terzo giorno di digiuno.
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Dormo un sonno leggero con sogni che non ricordo. Mi sveglio presto. Seduto sulla spiaggia deserta 
cerco di concentrare la mia mente su un vecchio detto indiano che nel dormiveglia mi  entrato in testa 
e non se ne va: Luomo dice che il tempo passa. Il tempo dice che luomo passa. 

Poi comincia a piovere e corro a ripararmi sotto il tetto della reception. Loccasione  buona per 
guardare con calma il Libro dOro che Sam tiene sul bancone. Il mio sospetto si rafforza. In tutte le 
foto lasciate dai digiunatori del passato la roba nei vari colini  sempre la stessa: una massa gelatinosa 
nero-verdastra. Le tossine e i veleni della vita moderna? Macch! Sono i resti delle capsule di plastica degli integratori che tutti prendiamo. E improvvisamente mi ricordo che cos la farina collosa e biancastra che le ragazze mettono a cucchiaiate nella bevanda disintossicante e che bisogna bere di 
corsa altrimenti diventa soda.  uno dei migliori ritrovati della farmacopea indiana: Isabgol, la scorza di 
un cereale, una cosa naturalissima usata da tutti come regolatore intestinale. In India  pi conosciuto 
dellaspirina, costa poco e la marca pi popolare  ancora quella del Telefono venduta nelloriginale 
confezione verde con sopra il disegnino di un vecchio apparecchio a cornetta. Lo si prende sciolto 
nellacqua sia nei casi di diarrea che in quelli di costipazione. E s: svelti a berlo, altrimenti si appalla in 
bocca invece che nelle budella. 

Allora? Si digiuna,  vero, ma quel che si produce non sono i resti delle diete sbagliate, bens le 
capsule Green Plus e lIsabgol ingoiati qualche ora prima. Ci si ripulisce non c dubbio, ma non nel 
modo che ci fa credere Alzati e Risplendi! 

Convoco Leopold nella mia capanna per una urgente riunione di gabinetto e gli espongo il mio 
sospetto.  divertito, e allo stesso tempo seccato perch ha gi fatto due volte lintero programma 
senza mai dubitare di nulla. Per verificare la mia ipotesi decide di proseguire col digiuno, ma senza pi 
prendere n le capsule, n la bevanda disintossicante. Dora in avanti berr solo acqua. 

Io procedo normalmente. Invece di farmi massaggiare passo molto tempo nella sauna. Seduti in un 
rudimentale bunker di cemento, su caldissime mattonelle da latrina, si respirano i fumi fragrantissimi 
prodotti da una combinazione di erbe colte nella foresta vicina, tritate e buttate via via nellacqua 
bollente. Spero mi facciano passare la vecchia sinusite che  tornata ad affliggermi. 

I vapori della sauna sono a volte cos densi da non vedere la persona che si ha seduta accanto. 
Questo crea una situazione da confessionale.  cos che la ex segretaria delle Nazioni Unite a Ginevra 
oggi mi racconta una versione forse pi verosimile della sua vita spesa ultimamente dietro a maestri e 
guru. Ha cominciato con Osho Rajnish e lamore libero nellashram di Puna, poi si  unita ad altri 
gruppi e altre sette di cui non avevo mai sentito i nomi. Ora  buddhista tibetana. Per recentemente, 
viaggiando in Europa,  entrata in una chiesa e alla vista di una statua di san Francesco  quasi svenuta, 
si  sentita portare via dalla enorme energia di quella figura. Al momento vive nelle Hawaii dove fa lassistente sociale per giovani con problemi di droga. Mi racconta che alcuni hanno appena quindici anni e gi vanno a trovarla con le foto dei loro bambini. 

Fuori dalla sauna alcune massaggiatrici lavano le foglie di una strana pianta grassa che cresce fra le nostre capanne. Linterno  una massa gelatinosa come il corpo di una medusa.  aloe vera. Alcuni in Occidente pensano abbia grandi propriet anticancro. Qui la frullano e la applicano sulla faccia di chi, oltre al programma, voglia fare anche il trattamento cosmetico. 

Noto un cartello con una citazione attribuita a Bernard Shaw: Ogni cretino  capace di cominciare 
un fast, un digiuno, ma solo un saggio sa come break the fast, come romperlo. Da qui viene la parola inglese breakfast per colazione, il rompi digiuno. Leopold, che ormai dubita di tutto, si chiede se sia davvero di Bernard Shaw. 

Nel pomeriggio faccio una passeggiata di quasi due ore lungo la spiaggia. Il cielo  coperto da 
enormi nuvoloni neri. Sta per arrivare un tifone. Questo  il periodo dellanno in cui gli alberghi 
chiuderebbero o sarebbero mezzi vuoti, ma grazie ai nuovi turisti dellEst, attratti dagli sconti di bassa stagione, quasi tutti sono al completo. 

La sera ci sediamo di nuovo attorno ai tavoli con le belle lucine. Tutti spiegano a tutti i grandi 
vantaggi del lavaggio del colon. La ragazza belga, compagna del meditatore culturista, li spiega a 
Leopold che fa finta di non sapere, la buddhista tibetana li spiega ai nuovi arrivati e Sam, dietro al bancone della reception, li spiega, con laiuto del Libro dOro, a due agenti di viaggio che lui spera gli procurino un regolare flusso di clienti e di contanti. Resisto bene al digiuno. Un po meno al ripetersi di queste chiacchiere sui vari flussi.
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Quarto giorno di digiuno.
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Mi alzo con le gambe tremelloni. Decido di non fare la mia passeggiata mattutina, n gli esercizi, n 
quel po di necessaria concentrazione della mente. Scaldo lacqua per il t e invito Leopold. Arriva con 
una copia del Piccolo principe che qualcuno ha lasciato alla reception. Mi cita una frase: Lessenziale non 
pu essere visto dagli occhi. Ricambio con una storia dal libro che sto leggendo, di una giornalista 
americana diventata sanyasin in India. 

Nel 1897 una bambina scrisse al New York Sun dicendo che i suoi amici le avevano detto che Babbo 
Natale era una invenzione. Non esisteva. Voleva che il giornale le dicesse la verit. E il Sun, con un 
editoriale che oggi nessun giornalista avrebbe pi il coraggio di scrivere, rispose: Cara Virginia, i tuoi amici si sbagliano. Sono vittime dello scetticismo dei nostri scettici tempi. Credono solo alle cose che vedono. Eppure, Virginia, Babbo Natale esiste. Esiste allo stesso modo in cui esistono lamore, la generosit, la devozione. E tu sai che queste cose esistono, abbondano, e sono le cose che danno alla tua vita la sua bellezza e la sua gioia. Perch le cose pi reali sono quelle che n i bambini n i grandi riescono a vedere. 

Uno dei piaceri del viaggiare con Leopold  questo guardare il mondo a quattrocchi, prendere atto 
del suo stato e sbizzarrirsi a rifarlo a nostro piacimento. In questi giorni lui rimugina sullidea che ci 
che luomo produce dovrebbe restare nel suo territorio, perch il trasferimento dei prodotti, la loro deterritorializzazione, fa perdere ai prodotti stessi il loro valore intrinseco per dargliene uno esclusivamente commerciale.  quello che succede a un Buddha tolto alla devozione di un tempio birmano per arredare un salotto occidentale. Secondo Leopold la globalizzazione, portando gli oggetti di tutti dappertutto, crea la grande confusione che prelude alla catastrofe. Secondo me il turismo di massa che porta tutti dappertutto d il suo contributo. 

La riunione di gabinetto si conclude con la decisione di abolire globalmente i passaporti. Dora 
innanzi si viagger solo con una lettera di presentazione, come succedeva ancora allinizio del secolo scorso. Prendo le bevande, le capsule; faccio il secchio con lacqua tiepida al caff; controllo il colino, e passo il resto della giornata fra la sauna e il mio pagliericcio a leggere. 

Verso mezzogiorno dal mio balconcino vedo di spalle, sulla spiaggia, seduto nella posizione del loto, 
un bel giovane occidentale, con grandi ciocche di capelli ammatassati che gli cadono sulla schiena.  
immobile con lo sguardo fisso dinanzi a s. Perso in meditazione? Macch! Guarda nello schermo di un 
computer col quale, attraverso un telefono cellulare, controlla la sua e-mail.  un nuovo digiunatore 
arrivato con una ragazza biondina ed elegante, tipica della buona societ della East coast americana. Mi 
incuriosiscono. Nel pomeriggio vado a parlarci. Per un po lui ha fatto il sadhu, in India. Cinque anni fa 
si sono incontrati a un corso di meditazione yoga. Da allora sono assieme e assieme hanno fondato 
una azienda che in Cina produce abiti diventati di grande moda, fatti esclusivamente di canapa. Lui 
disegna, lei si occupa della parte commerciale. Dicono di avere successo perch prima di entrare negli 
affari hanno sviluppato, grazie alla meditazione, il necessario distacco da tutto ci che  materiale. Il 
lavaggio del colon? Ne hanno sentito parlare a Pechino da altri viaggiatori. Partendo per il loro primo clistere, mi danno un elegante biglietto da visita col loro sito www. 

Leopold  ormai convinto che i miei sospetti siano fondati. Da quando non prende pi n le due 
bevande quotidiane, n i supplementi, il suo colino  vuoto. 

Ora gli interessa solo capire se Sam  consapevole della trappola e cinicamente vende a caro prezzo 
il mito del programma che lava via i veleni del mondo. Certo che lo sa! Secondo me Sam  un 
bravissimo uomo daffari. Ha il posto peggiore sulla spiaggia, con un mare dal fondale irto di scogli taglienti, ma  riuscito a trasformarlo in una miniera doro dove si paga per stare senza mangiare. In compenso, per lui la cucina prepara degli appetitosissimi, ricchi piatti thai e la sera, quando si stravacca in una enorme, soffice poltrona rotonda a guardarsi un video film su un maxischermo, le ragazze gli portano, con tutta la deferenza dovuta al padrone, una bottiglia di birra dietro laltra. E la disintossicazione, Sam? 

Nel pomeriggio credo di aver avuto una prima allucinazione, dovuta al digiuno. Sono seduto al 
solito tavolo a guardare il mare, quando vedo avvicinarsi un uomo piccolo piccolo. Mi tende una mano, 
anche quella minuscola.  Bill, australiano, incaricato della parte spirituale della Spa. Alla parola 
spirituale mi alzo in piedi e mi sento grandissimo, con la testa alta alta nel cielo, come nellesercizio di 
qi gong insegnatomi da Master Hu. Bill diventa ancora pi piccolo. Lo sento dire che, se sono 
interessato, lui tiene corsi di yoga e reiki.  anche esperto della Via Atzuki alla Salute. No. Non sono interessato. Ma, rimettendomi a sedere, mi viene da domandare: 

Bill, tu che lavori qui, dimmi, che cos quella sostanza che ci mettono nella bevanda 
disintossicante? Quella  creta megalitica. Cosa? Una creta che, una volta nellintestino, lavora al livello megacosmico del corpo. 

Vorrei saperne di pi di quel livello, ma Bill deve correre via per dare una lezione di Atzuki alla 
ragazza australiana che  stata male, ma continua a rimanere nella Spa perch qui, dice, si sente fra amici. 

In una teca accanto al bancone della reception c una piccola collezione di libri, alcuni sul lavaggio 
del colon e i suoi pregi, messi l da Sam per dare una vernice scientifica alla attivit della Spa, altri 
probabilmente lasciati dai digiunatoli del passato per contribuire al progresso spirituale dei digiunatori del futuro. Mi colpisce un titolo: La chiave all'Immediata Illuminazione. Il libro  scritto da una vietnamita emigrata in Germania. Dopo aver lavorato per la Croce Rossa e sposato un medico cristiano, la donna ha capito che per alleviare le sofferenze dellumanit bisogna innanzitutto raggiungere la totale realizzazione di se stessi. Cos con anni di tribolazioni, la pratica del metodo Quang Yin (chi sa che diavolo ) e laiuto di un grande maestro dellHimalaya (ce n sempre uno!), ha ottenuto il Gran Risveglio,  diventata lei stessa un Maestro Supremo e ora gira il mondo, vestita di bianco e giallo oro, a dare lezioni su come illuminarsi. 

Dio mio, che pot-pourri: il Vietnam, la Germania, la Croce Rossa, il buddhismo, il cristianesimo, 
lHimalaya: troppo! Che indigestione!  ovvio che c sempre pi bisogno di ripulirsi. Ho scoperto che i nostri clisteri sono di diciotto litri ciascuno. Un bel lavaggio! 

Credo che abbiano ragione a dire che al quarto giorno di digiuno il corpo si abitua. Il mangiare quasi non mi manca pi. Mi mancano piuttosto i sapori e stasera ho notato con grande piacere che la 
brodaglia della cena aveva, oltre a un lontano sapore di carota e di sedano, anche quello, molto pi preciso, della citronella. Le due saune mi hanno tolto molta energia. Sono appena le otto, ma penso di dormire. Ho anchio una gran confusione in testa. Sono anchio parte del pot-pourri? Che ci faccio, con tutta questa gente a giro per il mondo? I poveri europei dellEst, spinti nella macina del consumismo; la ragazza giapponese, figlia di un fruttivendolo di Osaka, che viaggia senza neppure sapere bene dov; la belga, compagna del bellone olandese, che dice di non sapere dove sta andando, ma di tenersi semplicemente a galla per lasciarsi portare dalla corrente. 

Nessuno mi pare bruciato da una vera passione, da un grande amore; neppure da una grande rabbia. 
I pi sani mi paiono i due americani che producono vestiti di canapa in Cina. Almeno vedono uno 
scopo nella loro vita: risvegliare la coscienza della gente ai prodotti della natura. I vestiti che hanno addosso, semplici e comodi, sono certo pi piacevoli di quelli, volutamente straccioni e 
automortificanti, degli altri giovani sulla spiaggia. 
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Quinto giorno di digiuno.
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Clistere: ho una leggera nausea e niente che esce dalle budella. Nella sauna mi sento debole, ma 
piacevolmente rilassato. Mi peso: ho perso cinque chili, uno al giorno. 

In uno dei libri della bibliotechina della Spa sul lavaggio del colon trovo la solita teoria della malattia provocata dal modo innaturale in cui viviamo -e fin qui posso essere daccordo. Ma poi lautore, un americano, scrive: E cos come non vedrai mai delle mosche sulla spazzatura pulita, non vedrai mai una malattia in un essere completamente puro. 

Imbecille. Questa idea, in parte religiosa, che la malattia sia una punizione di dio, inflitta in ragione di un qualche peccato,  vecchia, ma anche pericolosa perch finisce per colpevolizzare i malati e togliere loro la voglia di vivere. E ora, messa in relazione anche ai clisteri! 

E poi, non muoiono anche i santi di una qualche malattia? In India ad esempio sono morti di 
cancro Ramakrishna, Ramana Maharishi e Nisargadatta Maharaj. 

Voglio capire fino a che punto pu arrivare la follia. Mi iscrivo al corso di Bill sulla Via Atzuki alla Salute: 1500 bath, 30 euro per la prima ora. E tocco il fondo. Comincio facendolo parlare di s. 

Bill Sandenberg, cinquantun anni,  in Asia dal 1976 quando, anche lui attratto dallamore libero 
allashram di Osho Rajnish a Puna, ci arriv da Londra con un gruppo di amici. Rimase nellashram 
qualche anno, impar un po a suonare, poi si mise a girovagare, senza mai fermarsi a lungo in un 
posto. Anche a Ko Samui  precario. Il suo sogno sarebbe di suonare musica brasiliana e proprio ora 
una band di filippini che suona a Pukhet gli ha fatto unofferta. Un altro pot-pourri! Ne parliamo e io gli consiglio di accettare. Poi mi rendo conto che sono io a pagare lui per la consultazione e riporto la conversazione ai ruoli iniziali: lui consigliere, io in cerca di consigli e spiegazioni. 

Che vuol dire Atzuki? gli chiedo. Significa: le cose come stanno; il mondo com. Accettazione della vita. Andando da un guru allaltro, Bill ha sentito di varie terapie per lanima, ma nessuna gli piaceva davvero, cos lui, Bill Sandenberg, se ne  inventata una tutta sua con la quale ora ci campa. Da una valigetta da medico tira fuori la brochure: The Atzuki Way to Health: Spiritual Body Psychology for the Next Millennium. 

Chiedo se questa sua Via alla Salute per il prossimo millennio vuol dire la psicologia del corpo 
spirituale o la psicologia spirituale del corpo. Serio, risponde che si tratta della psicologia dello spirito e del corpo. Bene, almeno ci siamo intesi! 

Vedi, mi spiega guardandomi con studiata intensit, quello che tutti vogliamo  provare, sentire 
qualcosa. Anche la serenit che tu cerchi  un sentimento.  come se tu dicessi di voler essere ricco. Quello che cerchi  il sentimento di essere ricco, non la ricchezza in s. 

Bill mi prende i polsi per sentire il battito del rene, del fegato e delle cinque posizioni dello yin e yang (chi sa che sono!) Chiude gli occhi, si concentra. Benissimo. Perfetto equilibrio. Sei in ottima salute, dice. Ha capito tutto! Poi aggiunge: Solo il battito del rene  un po stretto, ma sai, questo  un battito connesso ai sentimenti di pace e serenit. Come terapia ti consiglio un po di agopuntura, ma non quella cinese. Piuttosto quella di tipo giapponese, ma con lapproccio omeopatico. 

Questuomo  matto da legare, ma continuo ad ascoltarlo. 

Mi propone ancora qualcosa che, secondo lui, mi farebbe un gran bene: Il rebirthing. 

Cosa? 

Mettiamo in scena, io e te, una tua rinascita.  una tecnica per il rilassamento delle emozioni. Ma va 
fatto in privato, da soli, perch forse avrai voglia di far esplodere tutte le tue emozioni. E questo pu 
essere drammatico. 

Mi consiglia poi molti massaggi -ovviamente fatti dalla capa delle massaggiatrici di cui  lamante -e 
di continuare con i bagni di vapore nella sauna. Lumidit  ottima per i reni. 

Quanto alla dieta dovrei prendere molto ginseng; lui pu procurarmene uno di ottima qualit. 
Dovrei smettere di essere vegetariano; lui ha uno speciale brodo di pollo cinese da vendermi. 


Comunque, per evitare una possibile deficienza di proteine dovrei mangiare molte noci e fave. Le fave sono a forma di rene e per questo, secondo le leggi dello yin e yang, fanno bene ai reni. Mi consiglia anche di bere tanta acqua. 

Lui finora si  curato sempre da solo, con una combinazione di meditazione, che  yin, e di musica 
brasiliana, che  yang. Bill mette questo yin e yang in ogni salsa, e quando parla di cibo yin e yang, faccio il tonto e chiedo: Cibo yin e yang? 

Prendi le carote. Si possono tagliare verticalmente o orizzontalmente. Tutto nella vita pu essere 
preso verticalmente o orizzontalmente, come yin o come yang. 

Lora  finita. Bill spera molto che lo consulti ancora. Lui pu aiutarmi. E, guardandomi di nuovo 
profondamente negli occhi, spiega: 

Questa  let in cui bisogna impratichirsi a stare con Dio perch ci avviciniamo al momento in cui 
dovremo stare con Lui per sempre. 

Sono appena tornato nella mia capanna a scrivere queste note. Poi andr da Leopold a raccontargli 
lincontro e ci faremo delle gran risate. Che altro fare contro questa follia? 

LAmerica ci avvelena con la sua cultura globalizzata dellultramaterialismo, e lAmerica ci offre 
come antidoto la sua controcultura spirituale della new age. A noi tocca consumare: o luno o laltro. Meglio ancora, tutti e due. Lirrazionale come soluzione allo strapotere della ragione elimina le ultime tracce di buon senso. E la fine del buon senso  la fine della libert. 

Forse tutto il parlare che qui si fa di ripulirsi esprime un desiderio inconscio di una pulizia che non  necessariamente quella delle budella. 
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Sesto giorno di digiuno.
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Mi sveglio alluna e mezzo di notte perch la pioggia batte forte contro il tetto della mia capanna.  arrivato il tifone. Ho sognato di avere un cancro agli intestini e di essere affidato in un ospedale di Firenze alle cure di una dottoressa piccola di cui non mi fido e dalla quale scappo via. Ovviamente ho riciclato lincontro col piccolo Bill e tutti i pensieri che mi sono fatto sulle sue terapie. 

Durante tutta la mattinata il cielo rimane coperto da grandi nuvoloni neri gonfi di pioggia. La 
temperatura  perfetta per restare a sonnecchiare nella mia capanna o a leggere appoggiato alla finestra che sembra quella di una piccola prigione. Fra le poesie di Rumi che mi son portato dietro come silenzioso compagno di viaggio ne scopro una che sembra fatta apposta per questi giorni: 

Un bel pasto 
Appare attraente 
Poi nella notte 
Passa attraverso il corpo 
E diventa repellente. 
Cibiamoci damore! 
Abbeveriamoci al pollice di un leone! 

Sono debole, non ho allucinazioni, ma neppure la forza di andare a fare una lunga passeggiata. Non 
prendo pi gli integratori e, stamani, solo lacqua tiepida nel secchio. Senza caff, per favore. Il colino  vuoto. Quello di Leopold lo  da giorni. Lui  ancor pi debole di me perch da quando gli ho comunicato il mio sospetto, non ha messo in bocca assolutamente pi nulla, a parte acqua e il brodo della sera. Siamo convinti che la mia ipotesi sia giusta: nel colino finiscono i resti delle trenta capsule di plastica e dellIsabgol che prendiamo ogni giorno. Niente veleni e tossine. 


Unaltra figura si aggiunge al panorama della Spa: Ute, tedesca di Berlino, sui trentacinque anni, 
capelli di stoppa gialli e rosa. Un paio di anni fa  venuta qui in vacanza, ma tornata in Germania non  pi riuscita a riadattarcisi. Ha fatto il Livello Uno di reiki,  stata, come dice, iniziata e ora viaggia per il mondo praticando questa antica arte terapeutica giapponese. La sua prima vittima -a pagamento, sintende - la ragazza australiana che continua a star qui pur avendo finito il digiuno e su cui Ute agisce con le energie delluniverso. Se la parola energia scomparisse dal vocabolario, un sacco di gente resterebbe disoccupata! 

Leopold e io siamo senza fiato. Ci sediamo allora tranquillamente a uno dei tavoli davanti alla 
reception. Osserviamo le coppie col sacco in spalla che, attratte dal cartellone sulla strada: 
Rilassamento - Meditazione - Centro di salute, entrano per avere pi informazioni.  sempre lei che si 
fa avanti, guarda il menu e chiede i prezzi del programma. Lui, sempre un po timido, resta in 
disparte. Sam lascia che qualcuno del personale risponda alle prime domande, poi si avvicina, mostra il 
Libro dOro, fa vedere le famose foto con le misteriose tossine che vengono eliminate I due si 
guardano. Lei decide. Programma venduto. 

Se i passaporti fossero gi stati abrogati, questi due li avremmo salvati! 
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Settimo giorno di digiuno.
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Ultimo secchio. Dopo di quello un liquido bianco con cui ristabilire la flora intestinale. Il bellone olandese viene a dirmi che condivide i miei dubbi. La mia teoria comincia a serpeggiare fra la comunit dei digiunatori. Se arriva fino a Sam, quello potrebbe farmi avvelenare con un clistere. Sulla sal Bill, il falso profeta, si lavora due giovani vittime. 

La riunione di gabinetto con Leopold  oggi tutta sulleconomia. Leopold sostiene che cos come 
la psicanalisi allinizio del secolo scorso si  mangiata unintera epoca proponendosi come un sistema per interpretare tutta la vita, leconomia sta ora facendo lo stesso. Con la sua pretesa scientificit, leconomia si sta mangiando la nostra civilt creando attorno a noi un deserto dal quale nessuno sa come uscire. Meno di tutti gli economisti. 

Ma il modo c, dico io. E, tanto per restare nel tema di questi giorni, ripropongo la mia vecchia 
idea: essendo fallite tutte le rivoluzioni, lunico modo per non farsi consumare dal consumismo  quello 
di digiunare, digiunare da qualsiasi cosa che non sia assolutamente indispensabile, digiunare dal 
comprare il superfluo. Se venissi ascoltato sarebbe la fine delleconomia. Ma se leconomia continua a 
imperversare come fa, sar la fine del mondo. Basta guardare questa piccola isola dove nel giro di pochi 
anni le foreste sono state tagliate e le spiagge cementificate in nome del progresso e dello sviluppo 
economico! 

Per leconomia  una buona notizia che la gente compri di pi, costruisca di pi, consumi di pi. 
Ma lidea degli economisti che solo consumando si progredisce  pura follia.  cos che si distrugge il 
mondo, perch alla fine dei conti consumare vuol dire consumare le risorse della Terra. Gi oggi 
usiamo il 120 per cento di quel che il globo produce. Ci stiamo mangiando il capitale. Che cosa rester 
ai nostri nipoti? 

Gandhi nel suo mondo semplice, ma preciso e morale, lo aveva capito quando diceva: La Terra ha 
abbastanza per il bisogno di tutti, ma non per lingordigia di tutti. 

Grande sarebbe oggi leconomista che ripensasse lintero sistema tenendo presente ci di cui 
lumanit ha davvero bisogno. E non solo dal punto di vista materiale. 

Siccome il sistema non cambier da s, ognuno pu contribuire a cambiarlo digiunando. Basta 
rinunciare a una cosa oggi, a unaltra domani. Basta ridurre i cosiddetti bisogni di cui presto ci si 
accorge di non aver affatto bisogno. Questo sarebbe il modo di salvarsi. Questa  la vera libert: non la libert di scegliere, ma la libert di essere. La libert che conosceva bene Diogene che andava a giro per il mercato di Atene borbottando fra s e s: Guarda, guarda, quante cose di cui non ho bisogno! 

Quello di cui oggi abbiamo tutti bisogno  la fantasia per ripensare la nostra vita, per uscire dagli schemi, per non ripetere ci che sappiamo essere sbagliato. 

Perch continuare a cercare soluzioni sociali o politiche in formule che si sono dimostrate 
fallimentari? Perch le scuole debbono essere come sono? Perch i malati debbono essere curati solo in 
luoghi chiamati ospedali? Perch il problema degli anziani deve essere risolto con le case di riposo? E 
gi che quello degli anziani sia visto come un problema  il vero problema. 

E le carceri? Come  possibile che in ogni parte del mondo, dallAsia allEuropa, dalla Terra del 
Fuoco alla Lapponia, la soluzione per i criminali sia quella di chiuderli per un certo numero di anni in 
gabbie pi o meno comode? Possibile che nessuno abbia lardire di inventare qualcosa di nuovo che 
non sia laggiunta della TV in cella o la visita della moglie una volta al mese? 

La riunione di gabinetto si  chiusa con la mia proposta di lanciare un concorso mondiale in cui si 
chiede ai bambini sotto i dieci anni di tutti i continenti cosa fare coi ladri e gli assassini. 

In India, nel cinquantesimo anniversario della morte di Gandhi fu fatto qualcosa di simile. Ai 
bambini delle scuole elementari fu chiesto: Cosa faresti, se tu avessi il potere assoluto nel paese? Le 
risposte pi frequenti furono: darei casa ai poveri, farei pulire le strade, eliminerei i politici corrotti, 
pianterei pi alberi, ridurrei la popolazione. Il potere ai bambini, allora! 
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Ottavo giorno di digiuno.
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Dramma alla Spa. In mezzo alla notte vengo svegliato dai disperati urli di una donna. Sento del 
trambusto, poi i passi di qualcuno che scappa. Mi alzo. Piove a dirotto. La luce non si accende. Lintero villaggetto  al buio. Nel bagliore dei lampi intravedo Leopold con qualcuno. Vieni qua, porta la pila, urla. Una ragazzina americana, appesa al suo collo, trema come una foglia e singhiozza. Leopold cerca di calmarla. Un uomo con una pistola  entrato nella sua capanna, voleva derubarla e violentarla. Leopold ha sentito,  uscito, e luomo  scappato via lungo la spiaggia. La ragazza  terrorizzata, non vuole restare sola. Leopold resta di guardia e dorme per terra nella sua veranda. 

Lalba  grigia. Il cielo  ancora appesantito dalle nuvole nere del tifone che ogni tanto esplodono in grandi scrosci dacqua. Il mio programma  finito. Oggi ho diritto a mangiare, ma  come se dovessi perdere la verginit e non mi pare ne valga la pena. Penso che a questo punto potrei continuare a digiunare per altri giorni. E mi piacerebbe farlo. Uno dei risultati del digiuno  che non si ha pi voglia di rimpinzarsi, certo non si ha pi voglia di mangiare cibo fasullo. Nello stomaco provo un bel senso di leggerezza e non vorrei perderlo.
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Mi sento benissimo, la testa  chiara e stranamente mi son tornate le forze. Da dove non so. Quasi 
mi sento di fare una corsa sotto la pioggia. Vado invece a sedermi in un anfratto delle rocce e, a occhi chiusi, cerco di concentrare la mia mente su una noce di cocco arrivata ai miei piedi, e sul meraviglioso mistero della vita. Una noce di cocco, caduta chi sa da dove, portata via dal mare, sballottata dalle onde, magari per mesi, e ora approdata qui col suo ributto e rimasta sulla spiaggia a crescere, a diventare un albero! Sempre quella forza, quella energia dentro la materia! Questa  la vera magia del mondo. 

Tutta la Spa discute e commenta i fatti della notte. Pare non sia la prima volta che succede. Cerco di non farmi coinvolgere. Cammino, girello, leggo e rimando la colazione che mi aspetta: pezzetti di papaia, yogurt di capra, miele e polline di api. Alle dieci mi decido a mangiare: davanti al mare, da solo, seduto a un tavolino, come fosse un atto religioso al quale mi sono preparato facendo la doccia e mettendomi un kurta pijama pulito. Bello, il primo sapore in bocca! 
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Il giorno dopo.
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Ultima passeggiata, valigie, saluti. Nella fumosa atmosfera da confessionale della sauna la buddhista 
tibetana mi offre, in un sacchetto di plastica chiuso ermeticamente, dodici pasticche di LSD. Ora che 
torna in America e che si  fatta per giunta pettinare i capelli in tante treccine punteggiate di pallini colorati, dice che verr certamente fermata alla dogana e non vuole rischiare. Le suggerisco di offrirle al bellone olandese. 

Machiko-san, la ragazzina giapponese, regala a me e a Leopold una monetina da cinque yen. Go hen 
vuol dire cinque yen, ma anche buona fortuna. Ne ha tutta una riserva con cui ringraziare quelli che, strada facendo, laiutano. 

Le strade di Ko Samui sono completamente allagate perch sono state costruite senza fognature. 
Laeroporto  affollato. Gli aerei sono in ritardo, ma continuano, nonostante le nuvole basse e 
minacciose del tifone, a portare avanti e indietro passeggeri. Il turismo ha ritmi da catena di montaggio e non ci possono essere intoppi. Tra quelli che aspettano noto un signore della mia et, con una barbetta bianca, che cerca insistentemente di farsi dare un posto che non ha prenotato. Alla fine lo vedo salire sul nostro aereo. Ha laria di un professore, forse di uno psicanalista. 

A Bangkok, aspettando che la mia borsa verde, ancora quella della Cina, arrivi sul nastro, gli parlo. Viene anche lui da un centro della salute. Anche lui ha fatto il lavaggio del colon. Nel suo centro, dice, sono bravissimi, perch curano soprattutto il bambino interno. 

Il bambino interno? ripeto io, senza mostrarmi troppo stupefatto. 

S. Il bambino che  in ognuno di noi, dice lui mettendosi la mano sul cuore e guardandomi con 
un sorriso dolce e complice. L usano tecniche di meditazione adatte a parlare a quel bambino, mi 
spiega. E poi, le cose che mi sono uscite dalla pancia! Nel colino ho visto cose incredibili, tossine, veleni e un verme solitario lungo, lungo. Ci torner presto. Vai l, vedrai. Il gestore  greco, la moglie thai. C una grande energia. Vai l la prossima volta. Arrivederci.
Arrivederci. 
...
.
...
FINO ALLULTIMO RESPIRO.
...
.
...
Oriente e Occidente. Che ci facciamo noi europei qui in Asia? Cosa ci abbiamo imparato? Non  
tempo di andarsene? Da un po Leopold sollevava queste domande e le sere a Bangkok, nella sua 
vecchia casa di legno in mezzo agli ultimi alberi, erano unottima occasione per tornarci sopra. In cuor suo Leopold aveva deciso di partire. Da un quarto di secolo stava in Thailandia e tutto quello che aveva spinto lui e tanti altri giovani occidentali a venirci, era cambiato. LOriente diventava sempre di pi una brutta copia di casa nostra e quel tesoro di diversit che ci aveva attratto stava rapidamente scomparendo soffocato dal progresso. 

Non potevo dargli torto. Con la Thailandia in particolare io avevo chiuso anni prima e, non fossi 
andato a vivere in India, dove le forze dello spirito sembrano ancora fare quadrato contro quelle della materia, anchio sarei arrivato alla conclusione che in Asia non cera pi niente da imparare, niente di cui nutrirsi. 

Bangkok era mutata tantissimo nel suo aspetto fisico e di conseguenza anche nellanima. Il suo 
fascino era finito. Da una citt assolata, percorsa da canali, era diventata un agglomerato di cemento, 
rabbuiato dalle tante strade sopraelevate costruite su quelle con cui erano state ricoperte le vie dacqua. 
La modernit aveva eroso la tradizionale serenit della gente e accelerato i suoi, un tempo sonnolenti, ritmi di vita. 

Appena tornato da Ko Samui, ero andato a trovare un vecchio amico thai, filosofo buddhista. Stava 
ancora nella sua casa piccola e modesta, ma non aveva pi un filo di sole con cui far crescere un fiore a causa dei grattacieli che gli erano spuntati attorno. Quando gli accennai al mio malanno, mi parl di un bonzo che avrebbe potuto aiutarmi. Era un grande guaritore, disse. Andavano da lui da tutto il mondo. Lavremmo potuto chiamare subito per fissare un appuntamento. Aveva un cellulare. No, grazie. 

Oriente e Occidente. Un tempo, pi che due identit geografiche, erano state due diverse visioni 
della vita: una fondata sullesplorazione del mondo interiore con poco o nessun riguardo per quello 
esterno, laltra tutta diretta al dominio del mondo fuori ignorando completamente quello dentro. Dalla 
fine dellOttocento in poi la speranza di tanti occidentali era stata di poter compensare luna visione con 
laltra, salvandole tutte e due e facendo cos fare allintera razza umana un importante salto di qualit. 
Speranza delusa. La forza materiale della visione occidentale ha travolto quella orientale e lAsia, a cui noi dobbiamo dei e idee, ha perso la sua pace nel perseguimento di quello stesso tipo di felicit che ha gi reso noi infelici. 

Un giorno, telefonando a Dan Reid, vecchio amico, studioso della Cina e del taoismo, sentimmo che 
anche lui aveva chiuso con loriente: aveva deciso di lasciare Chiang Mai e di emigrare in Australia. Per 
me fu una buona scusa per andarlo a trovare. Dopo il nostro scambio di e-mail a proposito degli 
assassini in camice bianco, come lui chiamava i miei aggiustatori di New York, e il suo consiglio di 
tagliar corto con la chemioterapia per consultare invece, anche solo telefonicamente, una veggente 
californiana, non ci eravamo pi sentiti. Volevo far pari con lui e anche imparare qualcosa in pi sul qi gong di cui era un esperto. 

Arrivare da lui fu un piacere: un cancello, un giardino, un percorso di sassi attraverso un piccolo 
stagno con dei bei fiori di loto e una costruzione tradizionale, bassa, su un rialzo del terreno che le dava il nome, La Collina Felice. La casa non aveva la grandiosit di quella sul fiume in cui Dan e sua moglie Yuki abitavano prima, ma aveva la stessa atmosfera di pace. 

Sopra la porta dellingresso era incorniciata una sestina di Kipling, come a ricordare a chi passava da l i tempi in cui lOriente era ancora un mistero e la lotta per conquistarlo pareva impari: 


Di ogni battaglia il finale 
 una bianca pietra tombale 
Col nome del povero defunto 
E lepitaffio, appunto: 
Qui giace un demente 
Che prov a stuzzicare l'Oriente. 


In verit il demente venuto dallOvest era sopravvissuto; anzi, aveva vinto e la bianca pietra tombale era piuttosto quella del mistero dellEst. 

Allinizio Dan era sulle sue, un po risentito perch non avevo seguito il suo consiglio, ma riuscii presto a farmi perdonare raccontandogli che avevo appena fatto il lavaggio del colon di cui lui era stato da anni un grande profeta e che ogni giorno oramai dedicavo del tempo al suo ben amato qi gong. Avevo imparato alcuni esercizi da Master Hu a New York e ora volevo che lui mi aiutasse a migliorarli. E questo funzion. 

Allalba, dopo che ognuno aveva acquietato la propria mente, ci ritrovavamo in giardino e Dan mi 
dava lezione. Era bravissimo. Il solo osservarlo, col suo corpo asciutto e muscoloso, controllato in ogni 
minimo gesto, era un insegnamento. Mi corresse alcune pose e mi obblig a fare, prima di ogni 
sequenza, un particolare esercizio, a ginocchi leggermente piegati e le braccia sciolte a roteare col torso, 
per aprire i canali e far circolare lenergia. 

Praticare qi gong con Dan mi convinse ancora di pi che, a parte tutti i discorsi che ci si facevano 
sopra, c qualcosa di profondamente sano in quella vecchia pratica cinese di muovere lentamente gli 
arti, controllando allo stesso tempo il respiro. Davvero, col nostro tipo di vita non facciamo la minima 
attenzione al modo in cui respiriamo -non ci rendiamo neppure conto di respirare! -ed  logico che 
prima o poi ne paghiamo il prezzo. 

Secondo Dan il qi gong  un ottimo sistema per prevenire tantissime malattie; in particolare il 
cancro. Il potere terapeutico del qi gong, secondo lui,  dovuto allossigenazione del corpo creata dagli 
esercizi. 

Gi nel 1931, diceva, un medico tedesco, Otto Warburg, aveva ricevuto il Premio Nobel per aver 
scoperto che in tutte le forme di cancro le cellule ammalate erano al tempo stesso affette da una grave 
mancanza di ossigeno, mentre le cellule sufficientemente ossigenate non venivano attaccate dalla 
malattia. Dan vedeva una qualche congiura nel fatto che quella scoperta era stata ignorata dalla scienza 
e che nessuno da allora ne aveva pi parlato. Gli sviluppi successivi avevano ampiamente confermato, 
secondo lui, la validit di quella scoperta: il cancro  aumentato di pari passo alla diminuzione dei livelli 
di ossigeno e anche ora si espande molto pi velocemente nelle regioni industrializzate del mondo dove 
appunto la percentuale di ossigeno nellaria diventa sempre pi bassa a causa dellinquinamento. 

Non so quanto Dan avesse ragione, ma mi piaceva lidea che gli esercizi con cui mandavo laria 
pulita del suo giardino nelle varie parti del corpo mi facessero bene. Dan insisteva molto sullarmonia, 
sulla lentezza di ogni gesto, sul non fare alcuno sforzo e sullessere consapevole che i vari movimenti 
esterni del corpo servivano anche a massaggiare gli organi interni. Quella lentezza, diceva, era anche il 
modo migliore per tenere sotto controllo le emozioni, causa, secondo lui, di tante malattie croniche. 

Questo mi convinceva e mi bastava. Non avevo poi bisogno di credere alle sue storie di maestri di qi gong capaci di far sparire enormi tumori semplicemente con la trasmissione della loro energia o alle sue affermazioni, potenzialmente anche pericolose, secondo cui gli ammalati di cancro che si curano solo 
col qi gong finiscono per vivere pi a lungo di quelli che si sottopongono alla chemioterapia e alle radiazioni. Sul potere dellenergia e sulla sua trasmissione, dopo lesperienza col reiki, avevo i miei pregiudizi e mi veniva da ridere quando Dan, alla fine dei nostri esercizi, insisteva perch con le mani mi spazzolassi via, dalla testa ai piedi, lenergia negativa che mi era rimasta in superficie. Ridevo, ma facevo anche tutto, diligentemente. 


Il libro che Dan aveva scritto sul qi gong era appena uscito; quelli precedenti sulle erbe cinesi e sul 
Tao del sesso, della salute e della longevit lavevano reso famoso e la sua casa era ogni giorno meta di 
varia gente che veniva a prendere lezioni, a chiedere consigli o semplicemente per stare in compagnia. 
Per molti, Dan era diventato un guru della new age. Fra i tanti personaggi, tutti occidentali, che vidi 
sfilare dalla Collina Felice nei pochi giorni che rimasi l cera un afroamericano del Michigan, che 
insegnava a giocare a golf ai militari thai; un tedesco, ex impiegato della Bayer, diventato maestro della 
cerimonia del t; una ragazza cresciuta in un sobborgo inglese che da undici anni aveva fatto voto di 
castit e ora insegnava yoga; un dirigente di unazienda di pubblicit di Hong Kong che voleva dedicarsi 
alle scienze occulte, e un pateticissimo californiano di trentacinque anni, figlio di accademici, che, da 
quando, nove anni prima, si era fatto monaco buddhista, pur stando ai tropici, soffriva costantemente 
di freddo. Avrebbe tanto voluto consultare un medico o anche uno psicanalista, disse, ma i suoi 
maestri glielo sconsigliavano dicendogli che la meditazione era la migliore medicina a cui potesse 
ricorrere. 

Seduto in veranda, Dan preparava il suo buon t cinese, lo offriva in giro e teneva il filo delle strane 
conversazioni che si dipanavano a volte per ore. Col passare dei giorni ne sentii di tutti i colori: il 
rapporto di causa ed effetto fra HIV e AIDS non  stato provato e tutta la storia  uninvenzione delle 
case farmaceutiche; i sonniferi sono pericolosissimi perch per farti dormire paralizzano parti del 
cervello e impediscono cos che le cellule si rigenerino come fanno invece nel sonno normale; certe 
nuove, inesorabili malattie come Ebola sono dovute ai virus creati dagli americani nel corso degli 
esperimenti di guerra batteriologica e poi sfuggiti al loro controllo; gli ormoni di crescita animale dati 
alle mucche perch producano pi latte passano nei bambini che bevono quel latte con imprevedibili 
conseguenze sulla loro crescita. E avanti di questo passo. 

Non tutte le storie erano campate in aria. Una che venne fuori e che, vivendo in India, sapevo essere 
autentica era quella della societ Monsanto. Poco dopo che a Bhopal unesplosione chimica, causata da 
unaltra grande azienda americana, la Union Carbide, aveva provocato laccecamento e la morte di 
migliaia di persone, i rappresentanti della Monsanto erano andati dai sopravvissuti per fare loro un 
regalo: dei semi di soia. Grazie. Grazie. Solo qualche tempo dopo i poveri contadini avevano scoperto 
che quei semi erano geneticamente modificati e che le piante nate da quei semi non producevano semi, 
cos che il solo modo di continuare a coltivare soia era di andare dai rappresentanti della Monsanto a 
ricomprare ogni anno i loro semi sterili e costosi. 

Gli americani che passavano dalla veranda di Dan erano in gran parte risentiti contro il loro paese. 
Lo giudicavano pericoloso e molti di loro non volevano pi metterci piede. Dan era dello stesso parere. 
Diceva che gli Stati Uniti stavano preparando la loro distruzione a forza di produrre armi chimiche e 
batteriologiche sempre pi sofisticate che alla fine si sarebbero rivoltate contro di loro. Per questo era 
contento di andare a vivere lontanissimo dallAmerica: in Australia. 

Leopold chiamava quella congrega di cani sciolti lAccademia dei Matti. Ma a me quei matti 
interessavano. Erano la cartina di tornasole dellinquietudine strisciante nella societ occidentale; erano 
lespressione, pur esasperata, di una crisi che molti, specie fra i giovani, sentono e che non  pi 
possibile ignorare. 

Mi interessava ad esempio il loro sospetto nei confronti della scienza. Era un sospetto che, specie 
dopo New York, avevo anchio. Come potevo contraddire Dan quando sosteneva che la scienza, pur 
avendoci promesso pi libert dai bisogni, pi benessere e pi felicit, ci aveva in verit anche inquinato 
il mondo rendendocelo sempre pi invivibile? E sul piano personale potevo non dargli ragione quando 
lui, tornando a parlare degli assassini in camice bianco, diceva che quelli, con la loro scienza, avevano 

- forse - eliminato i sintomi del mio malanno, ma certo non il malanno in s? Era cos. Lo sapevo. 
Sulle premesse di tanti loro ragionamenti ero daccordo.  vero che la ricerca scientifica  ormai 
completamente dominata da interessi pratici, commerciali o militari che siano.  vero che la scienza  
tutta orientata sulla materia, che descrive il mondo in termini solo matematici e che non riesce a capire 


la vita e le emozioni umane. Quello su cui non ero affatto daccordo erano le loro conclusioni. La 
scienza non  inutile come dicevano alcuni e tanto meno  il nemico numero uno dellumanit 
come sostenevano altri. 

La scienza  un importante strumento della conoscenza. Lerrore  ritenere che sia il solo. Se 
lOccidente fosse meno ossessionato da ci che crede essere obbiettivo e studiasse il mondo esterno 
pi come lOriente ha studiato quello interiore, cio come punto di incontro fra obbiettivo e soggettivo, 
forse finiremmo tutti per capire di pi di tutto. 

Voler provare scientificamente certi fenomeni umani, come quelli extrasensoriali,  semplicemente 
impossibile, perch nel fatto stesso di voler essere scientifici, cio obbiettivi, si nega quellaspetto 
emotivo e spirituale che  esattamente la ragione di questi fenomeni. Non  un caso che il limite della 
grande scoperta di Freud sia stato il suo non aver tenuto di conto dellaspetto spirituale delluomo, 
come se davvero il bisogno di dio fosse una funzione biochimica del nostro cervello; tesi questa oggi 
sostenuta da alcuni scienziati americani. Non  stato ugualmente un caso se Jung, che pur sentiva quel 
bisogno, era molto preoccupato di dare limpressione daver saltato il fossato, di non essere pi nel 
regno della scienza e con questo di non essere pi preso sul serio. 

Perch  cos: gli scienziati pensano che lo strumento con cui operano dia loro unautorit e al limite 
anche una moralit che nessun altro pu reclamare. Ma la scienza di per s non ha n questo n quello; 
la scienza non  n negativa, n positiva. Tutto dipende dalluso che se ne fa. Gli orientalissimi cinesi 
scoprirono per primi il potere della polvere da sparo, ma la usarono per fare i fuochi dartificio e per 
rischiarare loscurit della notte con fantasmagorici fiori di luce colorata. Noi occidentali arrivammo alla 
polvere da sparo un po dopo i cinesi, ma ne facemmo subito uno strumento di guerra, un modo per 
uccidere, da lontano e senza sporcarsi le mani, pi gente possibile. 

La scienza occidentale  un sapere ignorante, scrisse pi di un secolo fa un tamil di Jaffna, in Sri 
Lanka. Forse aveva proprio ragione. 

Certo non hanno ragione i seguaci della new age che pensano per questo di poter rinunciare alla 
scienza, alla ragione e di potere impunemente fuggire nellocculto e nellirrazionale prendendo 
acriticamente per buona qualsiasi sciocchezza o qualsiasi follia.  una reazione pericolosa, questa. 
Abdicare alla ragione, rinunciare alla mente significa esporsi a una forma di anarchia intellettuale che, 
invece di liberare l'uomo, finir per farlo schiavo di una qualche nuova tirannide. 

Ma anche questa  una reazione -una reazione diffusa nellAccademia dei Matti -che va capita, se la 
si vuole ri-orientare in senso positivo.  una reazione dovuta a una deficienza spirituale di cui il mondo 
interiore  stato afflitto da almeno tre generazioni. 

Gli ultimi ottant'anni sono stati dominati dalla competizione fra due ideologie, il marxismo e il 
capitalismo. Nonostante la loro apparente contraddizione e la lotta mortale nella quale erano 
impegnate, tutte e due erano fondate sulla stessa fiducia nella scienza e nella ragione; tutte e due erano 
impegnate nella dominazione del mondo esteriore senza alcun riguardo per quello interiore della gente 
e senza alcun riferimento a un ordine metafisico. 

Sia il marxismo che il capitalismo si basano sulla fondamentale nozione scientifica che esiste un 
mondo materiale, separato dalla mente e dalla coscienza, e che questo mondo pu essere conquistato e 
sfruttato al fine di migliorare le condizioni di vita delluomo. Bene, il sistema fondato sul marxismo  fallito; laltro, pur vittorioso, sta mostrando segni di crisi. 

Leopold tir fuori una bella immagine per descrivere la situazione. Il marxismo  il Titanic; si  
scontrato con un iceberg e in pochissimo tempo  colato a picco. I sopravvissuti del Titanic, nel buio della notte, hanno visto in lontananza le luci scintillanti di un altro transatlantico che passava; hanno nuotato disperatamente verso quello, sono saliti a bordo e si sono salvati. Ora tutti assieme ballano nel salone delle feste al ritmo della stessa orchestra. Ma anche quel transatlantico, il capitalismo,  un Titanic che, navigando nello stesso mare, finir presto per schiantarsi contro un iceberg. 

Per Leopold questo era inevitabile. Io speravo ancora che liceberg potesse essere aggirato, magari 
creando una nuova coscienza fra i naufraghi e gli altri, e rimettendo assieme, specie fra Occidente e Oriente, i resti della saggezza perduta di tutti e due. 

 cos difficile immaginare un mondo in cui la scienza sia al servizio delluomo? Una scienza che 
non sfrutti la natura, ma che ci aiuti a vivere in armonia con la natura?  davvero utopico immaginare 
una civilt in cui le relazioni fra gli uomini siano pi importanti dellefficienza e del progresso materiale? 

Secondo me il grande pericolo del momento  la rinuncia alla speranza, lidea che i giochi sono fatti, che il mondo  gi in mano agli altri e che non ci si pu pi far nulla. Questo  un altro degli aspetti inquietanti della new age che veniva fuori alla Accademia dei Matti. 

Vediamo che cosa hanno fatto oggi al mondo mentre noi dormivamo?, diceva Dan al mattino, 
aprendo il giornale che qualcuno aveva buttato nel giardino. 

La malattia di cui oggi soffre gran parte dellumanit  inafferrabile, non definibile. Tutti si sentono pi o meno tristi, sfruttati, depressi, ma non hanno un obbiettivo contro cui riversare la propria rabbia o a cui rivolgere la propria speranza. Un tempo il potere da cui uno si sentiva oppresso aveva sedi, simboli, e la rivolta si dirigeva contro quelli. Si sparava a un re, si liberava la Bastiglia, si assaltava il Palazzo dinverno e si apriva cos la breccia di un secolo. Ma oggi? Dov il centro del potere che immiserisce le nostre vite?
.
Bisogna forse accettare una volta per tutte che quel centro  dentro di noi e che solo una grande 
rivoluzione interiore pu cambiare le cose, visto che tutte le rivoluzioni fatte fuori non han cambiato 
granch. Il lavoro da fare in questa direzione  enorme, ma non sempre siamo pronti a questa fatica. 
Per questo la new age ha tanto successo. Pur avendo in qualche modo identificato il problema, la new 
age offre soluzioni molto pi facili e sbrigative, propone diverse scorciatoie e promette salvezza con 
una formula o unaltra da imparare in un fine settimana. 

Anche da Dan ce nera una: sua moglie. Una grande meditatrice, quando lavevo vista lultima volta, 
Yuki era diventata un canale, come la new age chiama ora quelli che un tempo erano i medium. I 
canali sono le persone che, mettendosi in contatto con gli spiriti, riferiscono i loro messaggi, giudizi e 
consigli, diventando cos loro stessi maestri di saggezza. 

Yuki incanalava Kuan Yin, la dea cinese della compassione. Aveva scoperto questa sua qualit solo 
da poco. Si era sentita invadere da qualcosa di anormale, non riusciva pi a mangiare e il suo corpo era 
sempre caldissimo. Non sapendo bene cosa fare, perch in fondo non si sentiva ammalata, si era rivolta 
a Khun Anusom, un signore thai che abitava poco lontano, con fama di guaritore e lui stesso canale, 
di Shiva il dio indiano. In trance, Khun Anusom, cio Shiva, aveva detto a Yuki di mangiare solo frutta 
e di bere solo acqua per quarantotto giorni. Lei lo aveva fatto. Al quarantanovesimo giorno si era 
ripresentata, e Shiva, cio Khun Anusom, le aveva detto: Ora sei pura e Kuan Yin ti ha scelto per 
parlare al mondo. 

Da allora ogni mercoled pomeriggio Yuki, tutta avvolta di veli bianchi, in una stanza semibuia della 
Collina Felice, con un buon profumo di incenso, andava in trance e, parlando in cinese classico che 
Dan traduceva, dava consigli alla gente fra cui anche alcuni membri dellAccademia. 

Dan e Yuki insistettero che anchio andassi a trovare Khun Anusom. Venivo dallIndia, Shiva era un 
dio indiano e forse aveva qualcosa di utile da suggerirmi. Non resistetti alla curiosit e la spedizione fu 
divertente. Il posto in cui Khun Anusom abitava era, come lui stesso ci spieg, un santuario 
ecumenico appena finito di costruire. Tutti gli edifici erano dipinti di sgargianti rossi, verdi e azzurri. I 
gabinetti per la tanta gente che andava e veniva erano invece tutti in viola. Lecumenicit stava nel fatto 
che, nei vari templi e tempietti, accanto alle statue di Shiva cerano quelle di vari Buddha, degli Otto 
Immortali cinesi, una di Lao-tzu sul suo bue e tante apsara, le danzatrici celesti dei khmer. 

Khun Anusom, piccolo e tozzo, con capelli e barba nera, tutto vestito di rosso, riceveva in una 
stanza le cui pareti erano tappezzate di sue foto con i personaggi famosi che aveva incontrato. Aveva 
una bella voce, forte e cavernosa. Il suo inglese era buono, cos potemmo comunicare direttamente e, invece che raccontargli di me, riuscii a farlo parlare di s. Poveretto, anche lui aveva i suoi problemi.
.
Una sua figlia soffriva da anni di un brutto eczema che nessuno era riuscito a toglierle.  karma di vite passate, disse. E contro quello non c niente da fare. Aveva sistemato la figlia in 
una stanza con laria condizionata da cui non usciva quasi mai. Disse che la sua pelle temeva 
terribilmente il sole, ma io ebbi limpressione che era lui a temere quel che la gente avrebbe potuto dire delle sue qualit di grande guaritore. 

Sei sempre un giornalista, pronto a guardare nei cassetti degli altri, disse Dan mentre ce ne 
andavamo. Poteva dirmi quel che gli pareva e da guru new age poteva dar di fuori quanto voleva, a Dan restavo affezionato. E poi gli ero grato per il suo impegno a insegnarmi il qi gong. 

La mattina in cui dovevo partire, dopo gli esercizi ci sedemmo da soli in veranda a bere il suo buon t. Sapevamo che probabilmente non ci saremmo pi rivisti e Dan, parlando del qi gong che ci aveva accomunato, a mo di viatico, mi disse: 

Mi raccomando. Fallo ogni giorno. Fallo religiosamente. Fallo fino al tuo ultimo respiro. Quello 
era un consiglio che accettavo volentieri. 

Poi parlammo del nostro primo amore, quello che ci aveva fatti incontrare tanti, tanti anni prima: la Cina. Con la Cina avevamo avuto un rapporto completamente diverso. Io ci ero vissuto, mi ci ero 
scontrato, ne ero rimasto deluso. Lui, pur avendo passato anni a Taiwan, dalla Cina vera e propria era stato volutamente lontano. 

Solo cos son riuscito a sopravvivere, mi spieg. La Cina di oggi fa spavento. Lincubo di 
Confucio si  realizzato: i mercanti sono al potere e non c pi alcun rispetto per i sapienti o i 
sacerdoti. Ma la Cina  anche una grande civilt. Se ne prendono i grandi contributi e si trapiantano dove si . Io vivo in quella Cina da cui ho preso tutto quel che ho potuto: larte del t, il qi gong, la medicina, lerboristeria, il taoismo e anche una moglie. In fondo  sempre stato cos: la Cina di cui parlo  stata la Cina di pochi mentre i contadini lavoravano, davano da mangiare a tutti e venivano ripagati con una vita piena di festival, di templi e di leggende. 

Quella Cina virtuale era il suo rifugio e ora si preparava a portarsela dietro in Australia, come una lumaca si porta dietro il guscio che  la sua protezione. 

Non era una soluzione per me. Anchio cercavo un rifugio, ma sentivo che non poteva essere nei 
libri, in un paese o in un tempo fittizio. Alla fine dei conti doveva essere qualcosa dentro di me, 
qualcosa che non era n orientale n occidentale, ma qualcosa che  di tutti. 

Leternit dei tre mesi stava per scadere. Era passata in fretta e presto dovevo ripresentarmi a New 
York per le procedure, come gli aggiustatori chiamavano una serie di esami intesi ad accertare lo stato 
delle riparazioni. Per loro si trattava di prolungarmi o meno il visto di soggiorno nel mondo dei 
normali, per me di avere un nuovo biglietto per un altro giro di giostra. 

Quegli esami comportavano una strana anestesia dalla quale mi risvegliavo senza ricordare niente di 
quel che mi succedeva per almeno dodici ore. Per questo era indispensabile che qualcuno mi 
accompagnasse. Di nuovo toccava ad Angela. 

Ci incontrammo a Bangkok e decidemmo di proseguire da li per lAmerica facendo la rotta 
attraverso il Pacifico. Lei voleva far visita a una cugina che abitava su unisola davanti alla costa 
occidentale degli Stati Uniti e io, prima di andare a New York, avrei potuto partecipare a un seminario 
per malati di cancro in California. Cos, come polli in batteria, confinati in minuscoli spazi, rimpinzati in 
continuazione di mangiare plastificato e riscaldato al microonde, ci ritrovammo in uno di quei 
noiosissimi voli transoceanici che sembrano non finire mai. 

Lummi non era unisola particolarmente bella, ma un gruppo di giovani ambientalisti erano riusciti a 
salvare le sue grandi foreste di cedri centenari, a impedire che la terra venisse lottizzata e a far s che il 
paesaggio mantenesse una sua aspra naturalezza. Quel che non avevano potuto salvare era il panorama 
umano e con quello lAmerica torn a colpirmi. 

Gli abitanti originari dellisola, i pellirossa, non esistevano pi, quelli venuti dopo di loro erano quasi 
tutti ripartiti e la popolazione era ora unangosciante collezione di neoimmigrati: donne e uomini soli 
alla loro seconda, terza o quarta vita; coppie allennesima ricerca di felicit, omosessuali divorziati; 
vecchie miliardarie californiane che vivevano con pescatori di decenni pi giovani di loro; barbuti 
ecologisti di Los Angeles improvvisatisi boscaioli e vari artisti; tutti col loro pick-up truck, il furgoncino col quale erano arrivati portandosi i resti di una qualche esistenza altrove e col quale erano pronti a ripartire rimettendo dentro quel poco che sarebbe loro rimasto dellesistenza l. 

Quel furgoncino col cassone posteriore aperto, che vedevo davanti a ogni casa, divenne per me il 
simbolo dellAmerica in cui nessuno vive nel posto in cui  nato o muore dove  vissuto, in cui tutti sono indipendenti e sconosciuti in mezzo ad altri indipendenti e sconosciuti coi quali per un breve periodo di tempo giocano a essere in grande intimit. Il costante, inquieto muoversi degli americani, il loro sentirsi senza limiti in un paese immenso crea certo quella sensazione di libert che  alla base del mito americano. Ma anche tanta infelicit, mi pareva. 

Spesso davanti a una casa notavo due furgoncini: uno per lui, uno per lei, mi dicevo, ognuno dei due 
pronto ad andarsene in ogni momento. Un marito, una moglie, un amante non va pi? Un posto 
diventa troppo stretto? Si mette tutto nel furgone, i resti del fallimento, la cassetta degli arnesi, qualche 
vestito e si riparte per un altro posto, unaltra isola, unaltra citt dove si ricomincia tutto da capo: a 
lavorare, a fare lamore, a dire di avere amici. 

La societ del furgone non garantisce nulla, tranne la possibilit di scappare. Che differenza dal 
mondo della mia infanzia quando, pur poveri, tutti avevano ancora la famiglia, il mestiere, le amicizie su 
cui contare e in cui impegnarsi! La gente viveva e lavorava in un contesto sociale che era fatto di storia. 
Gli artigiani fiorentini traevano orgoglio e sicurezza dallessere radicati, spesso da generazioni, nella 
stessa bottega, nello stesso quartiere. Anche questo  cambiato nel corso della mia vita e oggi, anche da 
noi, parole come mobilit e flessibilit vengono usate per mascherare la nuova situazione 
economica in cui sempre meno giovani hanno un lavoro fisso o la possibilit di scegliersi larte o il 
mestiere a cui si sentono portati. 

Anche da noi oramai linsicurezza  presentata come una forma di libert. Una falsa libert. Non 
siamo ancora arrivati alla logica del furgone, ma la tendenza  quella, perch anche da noi lincertezza 
aumenta su tutti i fronti e i rapporti umani, da quelli di lavoro a quelli affettivi, si fanno sempre pi 
instabili e meno impegnativi. La soluzione? Alcuni aspettano che cada dal cielo. 

Ogni giorno, a Lummi, con Angela facevamo lunghe passeggiate, a volte di ore. Una mattina, allalba 
su una di quelle strade deserte che vanno come un nastro ondulato verso lorizzonte, ci super un 
furgone che and poi a fermarsi a una decina di metri sul bordo della strada avanti a noi. Scesero un 
uomo e una donna; ci vennero incontro, e lei rivolgendosi a me, chiese: 

Tu sei una persona spirituale, vero? 

Non lo diventiamo un po tutti dopo una certa et? dissi io. 

Oh no, amico mio. Ti posso fare un lungo elenco di persone su questisola che non lo sono 
affatto, disse. 

Il mio essere vestito da indiano, col kurta pijama e uno scialle del Kashmir sulle spalle li aveva fatti 
sperare daver incontrato il maestro che, secondo loro, Lummi aspettava. Dovetti deluderli. 

Dopo alcuni giorni sullisola ci spostammo a Seattle, capitale di Microsoft. Nonostante la vista sul 
mare e gli yacht dei ricchi parcheggiati nel porto, la prima impressione fu di un altro posto triste. A ogni 
angolo di strada cera qualcuno a prendere il sole e a chiedere lelemosina. Moltissimi erano giovani 
sporchi e barbuti, a volte con espressioni disperate o maniacali. Me li immaginavo tutti come i prodotti di scarto della catena di montaggio di Bill Gates. Erano i falliti che non ce lavevano fatta a mettere assieme un qualche programma per i computer del mondo. 

La notte non dormii e restai in ascolto delle voci di quelli la cui casa era una scatola di cartone 
nellanfratto fra due negozi. Non sentivo attorno alcuna pace, nessun senso di comunit, di solidariet. 

Sempre invece quellatmosfera americana di conflitto. La mattina volli comprare dei francobolli per 
spedire una lettera. Lufficio postale era affollato, ma la gente non si parlava. Finch quel pesante 
silenzio sinterruppe. Un barbone si avvicin allo sportello e chiese qualcosa che limpiegata disse di 
non poter fare. 

Luomo and su tutte le furie e volle sapere il nome della donna. Quella chiam il direttore 
dellufficio, anche lei una donna, che cerc di calmare il tipo. Ma quello insisteva. 

Sono un agente dellFBI, disse, prendendo dal banco un pezzo di carta e scrivendo i nomi che le 
due donne gli avevano nel frattempo dato. Questo va diritto alla Casa Bianca, url il barbone. 

Dal fondo della fila di gente che aspettava e che sera fatta impaziente, si alz una voce: Ehi, amico, 
dallo a me quel foglio, su. Io sono il presidente degli Stati Uniti. Cos risparmi il francobollo. 

Angela e io scoppiammo a ridere, ma eravamo i soli. Gli altri nella fila fecero finta di nulla e tutto 
fin l. 

Unora dopo nel riquadro della finestra di un puzzolentissimo ristorante vedemmo il presidente 
degli Stati Uniti mangiare da solo un piatto di riso e fagioli rossi, mentre poco lontano lagente 
dellFBI rifaceva la sua scena in una cartoleria. 

Angela rimase a Seattle da unamica. Ci saremmo ritrovati a New York. Io da Seattle volai a San 
Francisco per il mio seminario. Di nuovo quartieri pieni di poveracci, mendicanti e disperati. Di nuovo immagini di ingiustizia, ineguaglianza e umano squallore: laltra faccia dellAmerica da cui passava la via della mia salvezza, ma la faccia che oramai vedevo sempre di pi con inquietudine. 
...
.
...
STATI UNITI.
...
.
...
TERRA INCOGNITA.
...
.
...
Tutto si era svolto per telefono e e-mail, per cui non sapevo cosa aspettarmi. Laccordo era che un 
tale Jerry con una jeep rossa sarebbe passato alle nove del mattino davanti al mio albergo a San 
Francisco e mi avrebbe portato a destinazione. E gi Jerry, quarant'anni, barba lunga e capelli a coda di 
cavallo, mi fece pensare che non dovevo aspettarmi granch. Mi ero appena seduto accanto a lui 
quando si mise a raccontarmi la sua vita. S, faceva lautista, ma in verit quello non era il suo mestiere. 
Lui era attore. Ma siccome Hollywood ormai fa solo film commerciali e impiega solo le grandi star, 
lui se ne stava fuori e recitava quando gli capitava in una compagnia teatrale di amici. Lultima volta? 
Be un po di tempo fa. 

Jerry era alla terza moglie. Questa aveva un negozio di alimentari in un posto vicino a dove stavamo 
andando, ma anche per lei quello non era il suo vero mestiere. Lo faceva per sopravvivere. Lei era a 
visual artist. Non chiesi che cosa volesse dire essere unartista visiva. Ormai mi pareva di conoscere 
quella sottile e innocua forma di follia da cui tanti americani sono affetti: la dissociazione. Nessuno  
mai a suo agio nella propria pelle, nessuno  contento di essere chi , soddisfatto di quel che fa. Mai 
nessuno  felice di essere dov. 

Jerry continuava a parlarmi, ma io non ci facevo attenzione. Il paesaggio era molto pi interessante. 
Una volta attraversato il Golden Gate Bridge, prendemmo per una strada alta lungo una costa che 
diventava sempre pi deserta. La mattina era tiepida, dai vetri abbassati entrava un bel vento, una 
lontana foschia cancellava la linea dellorizzonte, mare e cielo apparivano ununica infinit, e io ero 
felicissimo di essere chi ero, l dovero. 

Jerry doveva consegnarmi a Commonweal, il centro dove avrei passato una settimana in uno 
speciale ritiro per malati di cancro. Sapevo che Commonweal, il Bene Comune, era un posto isolato e 
che la localit pi vicina era Bolinas, ma quel nome non compariva da nessuna parte. Lungo la strada 
non cerano cartelli; non cerano indicazioni. Questa  una battaglia che noi residenti abbiamo vinto, 
disse Jerry. La segnaletica deturpa il paesaggio. E poi, aggiunse, chi abita da queste parti sa come 
arrivarci. Gli altri tanto vale che non ci vengano. 

Il paesaggio si faceva sempre pi brullo e selvaggio. La zona era particolarmente bella: pur essendo 
vicina a una grande citt come San Francisco, era rimasta pressoch intatta. A salvarla era stato un 
disastro. Nel 1971 una petroliera in avaria aveva vuotato in mare il suo carico e una mortifera poltiglia 
nera stava per soffocare ogni forma di vita lungo la costa. La societ di navigazione responsabile dei 
danni offr cinquanta dollari al giorno a chiunque si presentasse a dare una mano per ripulire la spiaggia 
e salvare la fauna, specie i tantissimi uccelli marini che, con le ali impastate di catrame, non riuscivano 
pi a volare. Centinaia di giovani hippy e surfisti risposero all'appello, arrivando da tutta la California. 
Molti di loro, affezionatisi al posto, ci restarono. Per mantenersi alcuni serano messi ad allevare vacche 
e maiali, altri serano impegnati in coltivazioni biologiche. Coscienti che il grande valore di quellarea 
stava nel suo essere intatta, erano riusciti a proteggerla, facendosi eleggere nellamministrazione locale. 
Gli ex hippy erano ormai in maggioranza: col loro arrivo la popolazione di Bolinas era passata da 600 a 
2000 persone. 

La strada ondeggiava in mezzo a grandi dune coperte derba verdissima e la jeep sembrava a volte 
diventare un ottovolante. A un certo punto Jerry rallent, prese sulla destra una camionabile in terra 
battuta e nel giro di pochi minuti arrivammo in vista di un impressionante promontorio a precipizio 
sulloceano. Era come se per miliardi di anni le onde avessero rosicchiato ogni possibile boccone di 
terra, lasciando solo lossatura della montagna. Alti, isolati sui costoni di roccia, contro cui gi in basso 
si accaniva ancora, spumeggiando, il mare, cerano strani, massicci edifici in cemento come dei bunker. 


Attorno, tralicci di ferro e grandi antenne arrugginite. Da lontano il posto aveva laria abbandonata. 
Sembrava una vecchia base da cui i marziani, dopo un breve soggiorno sulla Terra, avevano deciso di 
ripartire per il loro pianeta, disgustati da quel che avevano visto. 

Chi sa! Potrebbero anche tornare, disse Jerry, divertito dalla mia ipotesi. 

No. Jerry mi raccont che quello strano complesso affacciato sulloceano non era stato dei marziani, 
ma aveva ugualmente una sua storia interessante. Era stato della Marconi Corporation of America. Da 
l, allinizio del secolo scorso, erano stati inviati i primi segnali radio attraverso il Pacifico e l, durante la 
Seconda Guerra Mondiale, erano state captate le trasmissioni in provenienza dal Giappone. Con i nuovi 
metodi di comunicazione, quello storico complesso coi suoi trenta ettari di terra era diventato inutile e 
nel 1975 era stato messo sul mercato. Un giovane, allora di ventinove anni, laveva preso in affitto per 
cinquantanni. 

Mi capit proprio al momento giusto. Avevo appena divorziato, mi era morto il cane e mio padre 
aveva il cancro, mi disse qualche giorno dopo Michael Lemer. Con un gruppo di amici che si erano 
stabiliti lungo quella costa, Michael aveva lentamente rimesso a posto un paio di edifici e ne aveva fatto 
un centro di studi, di riflessione e di pace. Quello era Commonweal, la mia destinazione. 

Ne avevo sentito parlare da alcuni pazienti allMSKCC, avevo letto Choices in Healing, il libro che 
Michael aveva scritto sulle varie scelte -anche di terapia -disponibili per un malato di cancro, e gi 
durante la chemioterapia li avevo contattati chiedendo di poter partecipare a uno dei loro seminari. Al 
telefono avevo fatto delle gran risate con un tale Waz, incaricato del programma, e avevo avuto la 
fortuna dessere ammesso allottantatreesimo ritiro. 

Arrivarci fu come entrare in un incantesimo. Lassurdo edificio assiro-babilonese, che un tempo 
aveva ospitato i generatori elettrici e che ora ospitava gli uffici e la biblioteca del centro, era nascosto in 
mezzo a un boschetto di vecchi alberi contorti da un vento che soffiava in continuazione dal mare. 
Poco pi in l cerano le tre villette con i servizi, la cucina, le sale per i seminari e le camere per gli 
ospiti. 

La prima impressione fu piacevolissima. Tutti quelli che lavoravano a Commonweal parevano 
folletti usciti da una favola: uomini di mezza et con grandi baffi e occhi teneri, donne allacqua e 
sapone coi capelli cortissimi. Una, rapata a zero, era la cuoca: una monaca buddhista che preparava solo 
piatti strettamente vegetariani, vegan, per cui senza uova e latticini. 

Waz, di cui conoscevo solo la voce roca, era un afroamericano alto, magro e dinoccolato, con una 
faccia da pirata buono, un pizzetto biondiccio, grandi orecchini dargento e gli occhi verde chiaro, 
accesi in una faccia olivastra. Aveva fatto anni di yoga e scritto centinaia di poesie. Alcune veramente 
belle. 

E tu, di dove sei? chiesi allassistente cuoca che aveva una faccia a luna piena impossibile da 
piazzare: forse coreana, forse pellirossa. 

Io? In questa vita vengo dallOhio, mi rispose, ma nelle vite precedenti dallIndia. 

Oh. E come lo sai? 

Ora non posso spiegartelo, disse e scapp in cucina. 

Non tutti i partecipanti al ritiro erano arrivati e il pranzo ci dette loccasione per conoscere i membri 
fondatori di Commonweal. Quasi tutti avevano alle spalle una storia di malattia, di guarigione, di attesa. 
Alcuni, di ricaduta. Michael stesso, a cui erano morti di cancro il padre e una sorella, aveva avuto un 
brutto malanno muscolare dal quale si era rimesso lentamente. Le due animatrici del mio seminario 
avevano avuto drammatiche storie di cancro. Non  forse questa lorigine dello sciamano, il guaritore 
che  tale perch lui stesso  stato ferito? Chi ha superato la prova di un grande trauma, di una grave 
malattia ed  sopravvissuto, ha certo pi facilit nellaiutare gli altri a fare lo stesso percorso. Le cicatrici 
dello sciamano sono la prova della sua autenticit. Anche l era cos. Eravamo tutti feriti e questo 
rendeva estremamente facile il parlarsi. 

Quelli dello staff si misero a raccontare storie di seminari passati, di amicizie nate e di funerali a cui 


erano andati. Qualcuno tir fuori vecchie foto di gruppo, indicando chi cera ancora e chi non cera pi. 
Mi colp la naturalezza con cui tutti l si riferivano alla morte. 

Nel pomeriggio Michael present il corso: Un processo inteso a rimettere lentamente in moto il 
corpo e a risvegliare gli aspetti sommersi e dimenticati della personalit. I mezzi: discussioni di gruppo, 
massaggi, meditazione, il vassoio con la sabbia, giochi con immagini, alcuni esercizi di yoga e di 
respirazione. Il fine: ridurre langoscia provocata dalla malattia, presentarci le varie possibilit 
terapeutiche e familiarizzarci con tutto quello che ognuno potr poi fare da s per migliorare la propria 
condizione sia fisica sia psicologica e soprattutto per guardare con equanimit a quella condizione. 

Guai a credersi responsabili del proprio cancro, disse Michael. Nuotiamo tutti in un mare di 
prodotti chimici che cento anni fa non esistevano e non c alcun dubbio che la nostra salute  
strettamente legata a quella della terra su cui viviamo. Questo era il tema che gli stava particolarmente 
a cuore e su cui fondava gran parte del lavoro di Commonweal. 

A proposito del nostro essere l, Michael insistette molto sulla differenza fra la parola cura e la 
parola guarigione. La prima ha a che fare con i medici, le medicine, il loro uso, il loro eventuale 
successo nello sconfiggere la malattia. La cura  una questione soprattutto fisica, viene da fattori esterni. 
La guarigione invece  il processo con cui si ristabilisce lequilibrio generale della persona ammalata. 
Viene soprattutto da risorse interiori, da quel che di personale ognuno porta nel suo incontro con la 
malattia. Commonweal non aveva alcuna cura per il cancro, ma poteva aiutare con la guarigione. 
Questo era il vero significato del ritiro. 

Dopo la cena -sempre vegetarianissima -tocc a noi presentarci, raccontando la storia che ci aveva 
portati l. Eravamo nove partecipanti, sei donne e tre uomini, tutti con facce giallastre, gli occhi 
impauriti e i capelli appena rispuntati dopo le recenti chemioterapie. Ero il solo straniero e, dal mio 
punto di vista, tutto quel che segu fu un altro modo di guardare dentro a quel lAmerica di cui a New 
York avevo sentito la insopportabile angoscia. 

Un ortopedico, poco pi giovane di me, era stato lasciato dalla moglie subito dopo che gli era stato 
scoperto il cancro. Quel che gli pesava di pi, disse, era che la moglie, andandosene, aveva vuotato la 
casa di tutti i mobili. Una piccola, vivacissima donna sui trentacinque anni, disegnatrice di moda, sera 
vista anche lei, poco dopo la diagnosi, presentare dal marito i fogli del divorzio. A tormentarla era il 
fatto che, malridotta comera dalla chemioterapia, non poteva occuparsi del figlio ancora piccolissimo, e 
che il marito glielo stava portando via. 

A parte una donna di San Francisco che aveva una situazione matrimoniale normale, con marito e 
due bambini, e quindi un grande sostegno affettivo, tutti gli altri erano in situazioni personali instabili e 
segnate da grandi delusioni e conflitti. 

Molti si sentivano abbandonati dalla famiglia e capiti meglio da amici o colleghi di lavoro. 
Unavvocatessa di Denver, anche lei divorziata, si commosse a raccontare come un giorno, per non 
farla sentire in imbarazzo per la sua testa pelata dalla chemioterapia, la sua segretaria e la sua assistente 
si erano presentate in ufficio con i capelli rapati a zero. 

Stavamo seduti per terra, in circolo, noi nove pi la persona incaricata di gestire la conversazione. 
Quella persona gestiva anche una scatola di fazzoletti di carta che veniva di volta in volta spinta dinanzi 
a chi si accingeva a parlare cos che potesse asciugarsi le lacrime che, si sapeva, avrebbero 
accompagnato ogni racconto. Presto ci rendemmo conto di quello strano, ma appropriato girare della 
scatola e scoppiammo tutti in una grande risata. Rise anche la giovane disegnatrice di moda che 
raccont di uno studio, fatto da una qualche universit, che dimostrava come le lacrime che vengono 
quando si tagliano le cipolle hanno una composizione chimica completamente diversa da quella delle 
lacrime che ci venivano l: lacrime di tristezza o di rabbia, come le chiam. 

La tristezza e la rabbia che sentivo nelle storie dei miei compagni avevano a che fare col loro tipo di 
vita, con le loro relazioni con altri esseri umani molto pi che con la malattia in s. Ecco i criteri da 
prendere in considerazione nel valutare il livello di sviluppo di una societ! Altro che prodotto interno 


lordo o reddito pro capite! Con quale metro si misura la ricchezza di avere nella propria vita una 
persona su cui poter contare, con cui guardare avanti e indietro, con cui spartire le gioie e i dolori del 
momento? Una persona magari incontrata da giovani, con cui si  cresciuti di pari passo e con cui 
sarebbe bello invecchiare assieme. Quale valore ha nel processo di guarigione di un malato la semplice 
esistenza di una persona cos? Secondo me, enorme. Lo stesso vale certo per un bel rapporto di fiducia 
col proprio medico. I miei compagni erano daccordo. 

Lavvocatessa di Denver scoppi in lacrime: aveva cambiato loncologo che le aveva detto di non 
poter fare pi nulla per lei. La donna-giudice del Minnesota raccont invece che il suo era il medico 
ideale. Non le aveva mai parlato di percentuali di guarigione, di anni o di mesi di prevedibile 
sopravvivenza. Le diceva solo cose positive e lei era determinata a non far parte di una statistica. 

Un uomo sulla cinquantina che lavorava a Washington per unorganizzazione dei diritti umani e 
aveva una lunga storia col cancro disse di aver cambiato due mogli e tantissimi medici per non sentirsi 
solo con la malattia. 

Tutti erano arrabbiati con le loro societ di assicurazione che ricorrevano a qualsiasi cavillo pur di 
non pagare i conti degli ospedali. Lortopedico aveva scoperto che la polizza sulla vita fatta molti anni 
prima conteneva una clausola secondo cui lassicurazione non avrebbe pagato alcun premio ai suoi figli 
se lui si fosse suicidato. La donna-giudice gli conferm che sarebbe andata esattamente cos. 

La grande presenza a Commonweal era loceano. Se ne sentiva la vastit anche non vedendolo. Se 
ne sentiva il respiro anche a non ascoltare coscientemente, al di l di tutti gli altri rumori, il suo 
ansimare profondo portato dal vento che soffiava in continuazione. Giorno e notte, notte e giorno. 
Loceano cera sempre e forse era lui il grande maestro di Commonweal. Lui era la medicina che tutti 
eravamo venuti a cercare. 

Dormii benissimo. Mi alzai come al solito molto presto e al primo albeggiare, con la luce che bastava 
appena per vedere dove mettevo i piedi, imboccai il piccolo sentiero che dalla foresteria portava fuori 
dal bosco di alberi contorti, attraversava dolcemente le dune verdi derba carica di rugiada e precipitava 
poi, a volte quasi pericolosamente, gi per il dirupo e le rocce, gi fino a lui: loceano immenso, 
stupendo, che si rotolava sulla spiaggia, abbracciava gli scogli, giocava con vecchi legni prendendoli con 
s per ributtarli poi sulla riva. Da miliardi di anni cos, a cancellare in un attimo la traccia che qualcuno 

o qualcosa lasciava sulla rena, le mie orme, quelle di un granchiettino che usciva dalla sua minuscola 
tana, le impronte dei pezzi di legno. 
Camminavo sulla spiaggia raccogliendo qua e l piccoli, strani sassi che avevo notato. Erano di color 
rosa, piatti e levigati. Al centro avevano un cerchio nero, come locchio fossilizzato di un qualche essere 
di tanto tempo fa. Godevo dellantichit del mondo. Ero solo e mi sentii travolgere, commuovere dalla 
grandiosit della natura. 

Lo spumeggiare delle acque teneva sospesa nellaria una nebbiolina umida che mi nascondeva il sole, 
ma quel soffuso biancore senza contorni mi fece sentire ancora di pi linfinit delloceano e pensare 
alleternit non come a un tempo senza fine, ma a un momento senza tempo. Come quel momento l: 
un momento in cui anche a me parve di essere eterno, perch la grandezza da cui mi sentivo avvolto, la 
grandezza che era fuori di me, mi sembr daverla anche dentro. 

Tornando mi accorsi che l dove il sentiero era di nuovo pianeggiante, alto e pacifico sulla costa, in 
mezzo allerba cera una sgangherata capannina fatta di vecchi legni ingrigiti alle intemperie. Un gancio 
di ferro teneva ferma la porta. Laprii. Lo spazio era minimo, ma denso di presenze. Su un tavolino 
piccolo e basso, come su un altare, cerano dei fiori secchi, delle conchiglie, e i resti di una candela 
lasciata da altri visitatori. Mi venne da aggiungerci il sassolino con locchio antico che avevo appena 
preso sulla spiaggia. Seduto sulla piccola stuoia di paglia che era per terra rimasi in silenzio ad ascoltare 
il respiro delluniverso e il mio. 

Lincontro con loceano divenne un mio rito quotidiano. Al mattino, prestissimo, quando gli altri 
dormivano ancora andavo a camminare sulla spiaggia. La sera, prima di cena, andavo a sedermi al 


riparo dal vento in qualche parte isolata del grande prato che dominava la costa e da l guardavo le 
acque prendere i colori del tramonto. 

Una sera che il vento era fortissimo e le onde gi, gi in basso, si abbattevano con grande foga sulla 
spiaggia, ritmate, costanti come fossero il respiro di un immenso essere, mi fermai a osservare un 
vecchio tronco dalbero che loceano prendeva e lasciava, facendolo ora galleggiare, ora rotolare sulla 
spiaggia. Pensai a me stesso come quel tronco. Quel tronco era il mio corpo e dallalto, con serenit, lo 
guardavo ballare e perdersi nelle braccia di quel benevolo gigante. Nel cielo comparvero due bellissimi 
pellicani. Grandi e silenziosi, ad ali spiegate, volavano lungo la costa lasciandosi portare dal vento: la 
mia anima? Il ricordo di me? Provai una grande pace e mi chiesi quanti altri partecipanti ai ritiri, in 
passato, avessero pensato a volare come quei pellicani, a planare gi per quelle meravigliose rupi verso 
il mare. Sarebbe stato bello farsi portare via dal vento. Mi sentii magnificamente solo, senza 
responsabilit, senza pesi, senza le lacrime di nessuno. 

Poco dopo, a cena, scoprii che linteressante mangiare vegetariano era in verit una grande noia. 
Cambiavano i colori, ma tutto restava senza sale e senza sapore. Era per sanissimo, diceva la monaca-
cuoca che presiedeva su una cucina da cui non usciva n una tazza di caff, n una di t. Solo tisane. 

Le mattine cominciavano con la meditazione e gli esercizi di rilassamento guidati da Waz. Era 
bravissimo a creare una bella atmosfera e a rincalzare le coperte sotto le quali ognuno si doveva 
distendere per dimenticare la testa, le braccia, le gambe e per ritrovare, nel silenzio, quello spazio 
interno di pace nel quale avremmo potuto sempre rifugiarci. Waz parlava anche di un luogo sacro 
dove il finito e linfinito si incontrano. Tutte quelle parole mi irritavano, ma gli esercizi erano ottimi e 
certamente da includere nella routine quotidiana per il mantenimento del corpo e forse un po anche 
del resto. 

Dopo la colazione -anche quella sanissima -era la volta delle varie attivit e discussioni di gruppo. 
Una che mi piacque era imagery, il gioco con le immagini. Sempre seduti per terra, ognuno con davanti a 
s un grande foglio bianco e dei colori, dovevamo descrivere, in qualunque modo ci venisse naturale, la 
nostra vita in quel momento, l'oggi, e quella che ci aspettavamo poi. Una volta finito, ognuno 
presentava la sua visione agli altri spiegando a parole quel che aveva voluto dire col suo disegno. Trovai 
interessante che tutti i miei compagni esprimessero la speranza che il poi fosse un meglio. 

Io avevo diviso il foglio in quattro parti uguali. Al centro avevo messo un bel sole rosso che sorgeva 
- o tramontava? - sulla linea mediana, che era lorizzonte di un mare dalle onde blu. Sul fondo del mare, 
nella situazione delloggi, avevo disegnato il relitto di una barca sulla cui fiancata cera lideogramma 
cinese di vita. Banchi di pesci si muovevano fra le alghe, tanto nell'una quanto nellaltra parte del 
foglio, tanto nella situazione delloggi che in quella del poi. 

Quando venne il mio turno spiegai, un po sul serio, un po per far divertire gli altri, che sulla scala 
delluniverso il mio malanno non incideva granch; qualunque fosse stato il poi della mia storia, il sole 
sarebbe sorto e tramontato ancora e i pesci avrebbero continuato a nuotare sul fondo della coscienza 
cosmica. 

Il pi angosciante fu il disegno delluomo di Washington. Aveva disegnato se stesso davanti a una 
sorta di organigramma con tutti i suoi impegni: lufficio, i figli avuti dalle due mogli, lospedale, 
lerborista, lagopunturista, la massaggiatrice. Spieg che per andare da un appuntamento allaltro gli 
toccava guidare anche unora e si chiedeva se tutta quella medicina alternativa valesse davvero la 
pena. Il poi lo vedeva col suo solito s dinanzi a una scala che portava in alto: senza alcun impegno. 

In tutta la vita ho sempre avuto un problema col noi, con quel naturale tentativo che luomo  
solito fare per sentirsi parte di una comunit. Quel noi mi ha sempre messo a disagio. Fra i momenti 
pi orticanti dei cinque anni in cui -per fame -lavorai alla Olivetti, ricordo quelli in cui qualcuno, capo 

o collega, magari camminandomi accanto in corridoio, mi metteva una mano sulla spalla e diceva: Noi 

della Olivetti Non mi sentivo affatto parte di quel noi. Per trentanni sono stato felicissimo di 
essere giornalista, ma non sono mai riuscito a identificarmi con quel tanto spesso usato noi giornalisti. 

In qualche modo provavo la stessa cosa l, con gli altri partecipanti al ritiro, ma non per arroganza. 
Quasi per il contrario. Non riuscivo a vedermi come gli altri, non riuscivo a sentirmi parte di quella che 
Albert Schweitzer chiamava la comunit di quelli segnati dalla sofferenza. Onestamente: gli altri erano 
segnati. Io no. Non potevo paragonarmi allortopedico, rimasto senza moglie e senza mobili, che ora 
aveva una macchinetta incassata nella pancia per far funzionare il suo fegato: solo e abbandonato da 
tutti. Non potevo paragonarmi alla signora di San Francisco che, non ancora quarantenne e con due 
figli piccolissimi, doveva decidere se fare o non fare una seconda chemioterapia, comunque con poche 
possibilit di sopravvivere a lungo. Quella sofferenza marcava, lasciava un segno. La possibile morte di 
quella donna era ingiusta. Non la mia. 

Avrei potuto morire tante volte prima: in Vietnam; in Cambogia, quando fui preso dai khmer rossi; 
nelle Filippine, quando mi ostinai a salire sul Pinatubo, il vulcano che sputava soffocanti nuvole di 
cenere; o in un incidente aereo: quello predettomi dallindovino di Hong Kong, o uno con quelle bare 
volanti che erano gli Antonov dellAeroflot negli ultimi mesi dellUnione Sovietica. Era una fortuna che 
fossi ancora l! E se ora delle cellule impazzite si riproducevano in malo modo nel mio corpo, non cera 
niente di terribilmente innaturale, niente di inaccettabile in questo. 

Qualcosa di profondo mi univa per a quei compagni. Come tutti loro, anchio non avevo mai 
seriamente pensato alla mia morte. S, nei mesi di New York avevo sentito la morte come possibile, 
vicina; ma non mi ci ero mai davvero, coscientemente confrontato. Non era una colpa. Luomo da 
sempre ha fatto cos. 

Nel Mahabharata c un episodio che riassume bene lo strano rapporto che la razza umana ha con la 
morte. I cinque fratelli Pandava, principi esiliati dal loro regno, vivono per alcuni anni nella foresta. Un giorno, dando la caccia a un cervo che non si lascia prendere, i cinque si fermano, esausti e assetati, in una radura. Il pi giovane sale su un albero, vede in lontananza uno stagno e dice ai fratelli che va a prendere lacqua. Il tempo passa, ma il giovane non torna. Il secondo fratello va a cercarlo, e anche lui scompare. Lo stesso succede al terzo e al quarto fratello. Il quinto, rimasto solo, si dirige allora verso lo stagno e resta allibito: i suoi quattro fratelli giacciono morti al bordo dellacqua fresca e cristallina. Non ci sono tracce di lotta, non ci sono orme, tranne le loro. Si dispera ma, assetato com, mette una mano nellacqua per bere.
.
Fermo! sente dire. Questo  il mio stagno. Solo se rispondi alle mie domande potrai bere. Se bevi senza rispondere, morirai come sono morti i tuoi fratelli. A parlare  una cicogna che ripete la sua sfida. Rispondi alle mie domande e potrai bere. Il giovane Pandava accetta. I primi quesiti sono facili e il giovane non ha difficolt a rispondere. Poi viene la domanda chiave: Dimmi, qual  laspetto pi sorprendente della vita? chiede la cicogna. Che luomo vede la morte mietere innumerevoli vite attorno a s, ma non pensa mai che la morte verr anche per lui, dice il giovane toccando i cadaveri dei fratelli. La risposta  esatta. Lincantesimo  rotto e i quattro fratelli, nessuno dei quali aveva pensato che la morte era l anche per lui, tornano in vita.
.
In questo senso ero anchio segnato come i miei compagni. La morte a cui ognuno di noi si 
riferiva non era astratta, teorica; non era la morte degli altri. Era la nostra. Era la mia. E il bisogno di prenderne atto mi legava a quelle otto persone che non avevo mai incontrato prima, che con ogni probabilit non avrei mai rivisto, ma con cui, col passare dei giorni, mi ritrovai in una insolita intimit. Presto mi accorsi che la vera ragione del mio essere l era proprio quella di parlare della morte. 

Allora, come ci piacerebbe morire? esord lanimatrice del gruppo. E quello fu il tema della 
mattinata. A ruota libera, senza timore di offendere o di pesare su nessuno, ognuno disse la sua, a volte 
con la scatola dei fazzoletti di carta che doveva essere messa di corsa davanti a qualcuno, a volte con delle risate, come quando la parola pass allortopedico. Dopo la discussione della prima sera sul 
problema delle assicurazioni e sul fatto che la sua non avrebbe pagato il premio ai figli se si suicidava, lui aveva ben riflettuto sulla faccenda. Aveva deciso di non usare la pistola che si era gi comprata, ma di ricorrere alla barca. Con quella avrebbe simulato un incidente di mare in cui il suo corpo non sarebbe mai stato ritrovato e lassicurazione sarebbe stata costretta a pagare! Pi che una bella morte, a lui interessava raggirare lassicurazione e gi questo, secondo lanimatrice, era positivo, un segno della sua 
volont di vivere. 

A me sorprese che il suicidio -con o senza il risvolto assicurativo -fosse una ipotesi presa in 
considerazione da quasi tutti i miei compagni e che specie quelli senza una famiglia contassero di 
andare a morire in una istituzione americana di cui io non conoscevo nemmeno lesistenza: The 
Hospices. Questi sono ricoveri per malati terminali, dove, a detta dei miei compagni,  possibile essere aiutati a suicidarsi. Si tratta di aspettare che arrivi una bella onda e di cavalcarla, disse lanimatrice che prima del suo incontro con la malattia era stata probabilmente una surfista lungo la costa californiana. 

Io parlai della morte come lavevo vista nella mia infanzia: non qualcosa di insolito, ma di sacro, di misterioso; qualcosa che incuteva rispetto, dinanzi al quale bisognava camminare in punta di piedi, parlare sottovoce. Mi ricordavo bene il malato nel suo letto, i parenti a bisbigliare in salotto e poi la veglia attorno al morto. Il cadavere stava l e tutti lo guardavano con meraviglia e accettazione. La morte cera. 

A quei tempi, uno che era stato portato allospedale nella speranza di una cura, quando i medici 
dicevano che non cera pi nulla da fare, veniva riportato dai familiari a morire a casa. E cos le sue 
ultime sensazioni di questo mondo erano quelle a cui era pi abituato: la consistenza del suo materasso, 
lodore dei lenzuoli e quello del cinabrese dato al pavimento di cotto, lo scricchiolio di una porta. Oggi 
si fa esattamente il contrario. La morte  un imbarazzo,  da nascondere, e il malato senza speranza 
viene mandato allospedale a morire dietro una tenda, immobilizzato da tubi e altri aggeggi, circondato 
da suoni e odori aggressivi, da facce estranee: gi di l, quando  ancora di qua. Se potevo scegliere, 
dissi, avrei fatto di tutto per evitare lospedale e per morire come erano morti tutti e quattro i miei 
nonni: nel loro letto. 

Lavvocatessa di Denver si fece passare la scatola dei fazzoletti di carta e mi ringrazi. La mia 
descrizione laveva convinta a non andare allospizio. 

Il tema della morte -quella terra incognita di cui nessun viaggiatore ci ha mai raccontato -fu al 
centro di tante altre discussioni. Non so esattamente che cosa facevamo parlandone. La esorcizzavamo? 
Son sicuro che uno psicologo avrebbe saputo spiegarselo, ma non mi avrebbe aiutato quanto quel 
parlarne e riparlarne con chi per esperienza sapeva di che stavamo parlando. 

E parlarne era possibile solo l. Lo disse bene il solito ortopedico: una ragione del suo divorzio era 
che lui voleva parlare della propria morte, mentre la moglie lo evitava citandogli in continuazione le 
percentuali della sopravvivenza media fra le persone della sua et col suo tipo di cancro. Voleva farmi 
sentire bene a forza di statistiche, disse. 

La donna coi due figli piccoli disse che la sua malattia era gi di per s un peso enorme per suo 
marito e non voleva certo aggiungerci anche il bisogno, che pur sentiva forte, di parlargli della propria 
morte. Avevo provato lo stesso nei confronti di Angela. Per questo mi faceva piacere essere l, con altri 
malati con cui potevo scaricare quel peso. 

Daccordo: accetto che debbo morire e forse anche presto. Ma questo  in contraddizione col 
lottare per vivere? chiese lavvocatessa di Denver. 

Ero fresco di letture zen e credetti di poter contribuire alla discussione con una storia che dava una risposta. Un vecchio monaco sta per morire. Si mette a letto e annuncia che entro la sera se ne andr. Tutti i suoi discepoli accorrono al suo capezzale. Solo uno, il pi devoto, invece che andare dal maestro corre al mercato. Cerca un dolce che sa piacere moltissimo al monaco. Il dolce non c e il novizio impiega una intera giornata per fame fare uno. Di corsa, sperando di arrivare ancora in tempo, torna alla cella del maestro. Appena si affaccia alla porta, quello apre gli occhi e dice: Finalmente! E il dolce dov? Ne prende un pezzetto e si mette a mangiarlo con grande gusto. 

I discepoli sono esterrefatti. Uno chiede: Maestro, qual  il tuo ultimo insegnamento? Dicci 
qualcosa con cui ti potremo ricordare. Il maestro sorride. Questo dolce  squisito, dice lento, soppesando le parole. La sua ultima lezione  semplice: vivete ora, vivete nel momento. Il futuro non esiste. Siatene coscienti. Ora, in questo momento, questo dolce  delizioso. Persino la morte non conta .. ancora. 

Con quella storiella mi pareva di essere stato abbastanza filosofico: in fondo diceva quel che aveva detto anche il gioielliere di Delhi e che allora avevo trovato cos saggio. Ma la simpatica madre dei due bambini ebbe un dubbio. Non vi pare che tutte queste storie, i massaggi, le medicine alternative, lo yoga, i disegnini e tutto il chiacchierare di 'guarigione invece che di cura son tutte delle fandonie? Ridemmo, ma lei scoppi a piangere: Io vorrei solo trovare una medicina che eliminasse il mio cancro. Vorrei guarire e vedere i miei figli crescere. 

Raccont che suo padre era stato un uomo terribilmente violento e che quando lei era piccola 
spesso la picchiava. Ora lei vedeva in uno dei suoi figli la stessa violenza e voleva continuare a vivere per poterlo aiutare a non distruggersi. Fino ad allora mi era sembrata la sola del gruppo ad avere una normale vita familiare. Invece, nemmeno lei. LAmerica! 

Lanimatrice concluse lora chiedendoci di restare seduti per terra, in circolo comeravamo, ma a 
occhi chiusi, prendendoci per mano. In quel modo ci saremmo passati lenergia. Trovai tutto questo un po ridicolo, californiano, ma sentii che era il mio solito io, europeo e altezzoso, a rizzare la cresta. Aveva qualcosa di meglio da offrire, lui? 

Quella sera, durante lincontro dopo una cena, sempre bella ma sempre noiosamente insipida, 
Michael disse che avremmo parlato delle esperienze di quasi morte e di ci che c da aspettarsi dal morire, secondo quelli che dicono di essere stati sulla soglia dellaldil e di esserne tornati. 

Non era un argomento che riuscivo a prendere molto sul serio. Nei mesi passati a New York mi ero 
interessato a queste storie perch, come quelle degli UFO, dei dischi volanti e di altre stranezze, mi parevano far parte della cultura americana. Ci si fa poca attenzione, ma secondo me giocano un ruolo importante nella psiche della nazione. Volumi e volumi continuano a essere scritti su queste stramberie; 
decine di convegni riuniscono ogni anno migliaia di persone che si raccontano le loro insolite 
esperienze, finendo tutte per ripetere le stesse cose con gli stessi dettagli. Lomogeneit di quei racconti 
viene poi usata come prova della loro veridicit. Avevo letto vari libri su questo argomento e, 
stranamente, ero arrivato a Commonweal con in tasca uno che non avevo finito e il cui titolo diceva tutto: Why People Believe Weird Things, perch la gente crede in cose strambe. 

Quando Michael, dopo aver parlato della letteratura sui fenomeni di quasi morte, rifer la 
testimonianza di un signore che aveva fatto il viaggio di andata e ritorno dallaldil come fosse la cosa pi ovvia del mondo, io non riuscii a star buono. 

 aveva avuto un terribile incidente dauto. Era praticamente morto, disse Michael. Si ritrov in una galleria buia, poi vide una luce, una luce che diventava sempre pi grande, che lo attirava a s, e sent una voce dirgli 
 in inglese, immagino, sbottai io. E tutti scoppiarono in una gran risata. Anche Michael. 

La giovane disegnatrice, che era di origine tedesca, disse che anche Goethe, morendo, aveva fatto 
unesperienza simile. Per questo erano rimaste famose le sue ultime parole: Mehr Licht!, pi luce! Macch, dissi. Voleva solo che gli aprissero di pi la finestra. Non gli piaceva morire in una stanza buia. 


La serata continu in tono leggero. Parlando delle esperienze molto pi reali di persone che erano 
state vicinissime alla morte, ma si erano salvate, Michael cit lo studio di uno psicanalista ebreo che, sopravvissuto ad Auschwitz, si era chiesto come avesse fatto. Di che tipo erano quelli che, come lui, erano usciti vivi dai campi di sterminio? Pi robusti fisicamente? Niente affatto. Erano quelli che 
avevano avuto un senso pi spiccato della propria vita e della propria morte. Questo mi interessava. 

Per concludere la serata, Michael parl di nuovo di uno spazio interno di pace che ognuno di noi 
ha e in cui ci si pu sempre rifugiare. Per ritrovare quello spazio Michael pronunci tre OM guidando poi una trasmissione di compassione. Lui diceva OM, chi gli stava a sinistra diceva il suo nome e si preparava a ricevere metta, la compassione, i buoni pensieri che tutti gli altri gli indirizzavano; un altro OM e quello immediatamente a sinistra diceva il suo nome, riceveva compassione e cos via. 

Alla fine tutti erano contenti, dicevano di aver sentito calore, luce, energia. Io avevo solo sentito 
montarmi la rabbia. Ero stanco della ragione, ma anche orripilato dal suo contrario. Era il mio 
dilemma: quel che avevo scoperto da solo, quel che mi pareva di essermi conquistato, mi interessava e 
mi pareva avere un valore; quel che trovavo negli scaffali di un supermercato mi ripugnava. Un indovino 
mi disse era il libro di uno che crede nella riscoperta degli aspetti magici della vita, ma ora che ero fra i 
credenti tornavo a essere uno scettico inveterato. 

Un pomeriggio, curiosando in un vecchio edificio, arrivai per una scaletta di legno in una grande 
stanza vuota. Il pavimento era coperto da un telone sul quale era dipinto in bianco e viola un labirinto. 
Era ovviamente fatto per camminarci sopra. Mi tolsi i sandali e a piedi nudi, passo, passo, sbagliando, 
tornando indietro e ripartendo, lentamente riuscii ad arrivare al centro. Ero solo. Cera silenzio e provai 
una bella sensazione. Ci tornai un paio di volte. Mi piaceva. Cera qualcosa di magico in quel perdersi e 
ritrovarsi, sempre puntando verso il centro. 

Una collaboratrice di Commonweal che non avevo incontrato prima mi aveva osservato mentre 
facevo una delle mie camminate e venne a parlarmi. Si stava interessando al labirinto come mezzo per il 
risveglio della spiritualit. Era lei che lo aveva costruito per usarlo in uno dei prossimi ritiri. 

Il labirinto, mi spieg,  simbolico del cammino sacro che luomo deve percorrere per avvicinarsi al 
proprio centro. L poteva aiutare i partecipanti a ritrovare in s qualcosa che era stato messo da parte, 
che rimaneva nascosto, ma che cercava di esprimersi: qualcosa che poteva aiutarci a vedere un senso in 
quel che ci succedeva. 

A me succedeva, ad esempio, su un promontorio della California, durante un ritiro per malati di 
cancro, di scoprire il labirinto! E non  straordinaria la vita? In un libro sulla storia dei labirinti che 
quella donna mi fece prendere dalla biblioteca di Commonweal, scoprii che i primi labirinti risalgono a pi di 4500 anni fa; che un labirinto del 2500 avanti Cristo, scolpito nella roccia, si trova in Sardegna; che uno dei primi labirinti su muro  a Lucca, sulla facciata della cattedrale! Era l perch i fedeli, prima di varcare la soglia della chiesa, seguissero col dito quel percorso scolpito nella parete accanto al portone, calmando cos la loro mente, lasciandosi dietro i pensieri quotidiani e preparandosi a entrare nello spazio sacro dove doveva avvenire il loro incontro con Dio. 

Per secoli il sogno di tanti cristiani fu di andare in pellegrinaggio a Gerusalemme, ma a cominciare 
dal 1100, con le Crociate, il viaggio in Terra Santa si fece sempre pi pericoloso. Alcune nuove 
cattedrali, concepite come fossero Gerusalemme, diventarono cos la meta di un pellegrinaggio 
sostitutivo. Percorrere il labirinto intarsiato nel pavimento di queste cattedrali era per il fedele la 
conclusione del cammino simbolico che non aveva potuto compiere realmente. Al centro di questi 
labirinti cera spesso una rosa, lequivalente occidentale del fiore di loto, simbolo dello spirito, 
dellilluminazione. Il pi noto e pi bello di questi labirinti si trova nella cattedrale di Chartres. 

Unaltra sera dopo cena, sempre guidati da Michael, fu la volta del poetare. Ognuno doveva scrivere 
dei versi che riflettessero il proprio stato danimo del momento. La mattina seguente ognuno avrebbe 
ricevuto le fotocopie delle poesie altrui e tutte assieme sarebbero state al centro della discussione di 


gruppo. Michael ci incoraggi a sentirci estremamente liberi, a buttar gi le parole come venivano, poi 
fin con un avvertimento: Non arrovellatevi: non c nessuna parola che faccia rima con cancro. 

Quandero ragazzo dipingevo. A sedici anni ho cercato di scrivere un romanzo, una volta provai 
persino a scolpire un pezzo di legno, ma la poesia -se cos la si pu chiamare -che lasciai sul tavolo di 
Commonweal credo fosse la prima della mia vita. 

Nobody ever told me 
I could fly. 
Nobody ever promised 
I won t die. 
Yet without wings 
I flew 
And now without regret 
For promises unkept 
For things undone 
Now without much pain 
I feel like flying yet again13 


Michael era un bel personaggio. Aveva studiato psicologia infantile, poi, con la fondazione di 
Commonweal, sera interessato di medicina, di chimica e di ecologia, ma non sapevo se nellanima fosse 
davvero uno scienziato. Nelle discussioni di gruppo era sempre rispettosissimo delle opinioni di tutti e 
non avevo ben capito quale fosse la sua. Non sapevo dove stava Michael. Lui per credeva di aver 
capito dove stavo io. Aveva visto un migliaio di persone passare da questi seminari ed era arrivato a una 
classificazione sommaria dei partecipanti: i mistici e i realisti. 

Tu non sei certo dei primi, mi disse, un giorno che mero seduto accanto a lui a pranzo. Non che 
il misticismo sia una prospettiva superiore a quella del realismo Si ferm e aggiunse: E poi, son 
tutte parole. Fece lesempio della sua nuova moglie che non parlava mai di spiritualit, ma che, appena 
cominciava a piovere, andava in strada a raccattare le lumache perch non venissero schiacciate dalle 
automobili. Lei non ha bisogno di cercare la spiritualit. Io invece ci debbo lavorare parecchio. 

E io? Ero davvero un realista e basta? O ero in mezzo al guado: da un lato, convinto che il realismo 
della ragione non mi bastava pi; dallaltro con la paura che quello che Michael chiamava misticismo e 
spiritualit fossero concetti ambigui, senza criteri validi per tutti, privi di riferimenti comuni, per cui 
soggettivi e parziali. Mi pareva di camminare su un terreno scivoloso. A volte il solo suono di parole 
come energia, vibrazioni mi faceva attorcigliare le budella. 

Eppure, anchio cominciavo a sentire che cera dellaltro, che bastava guardare le cose da un diverso 
punto di vista e tutto quadrava: quella malattia era venuta per insegnarmi qualcosa, io stesso avevo 
avuto bisogno di percorrere il cammino del labirinto per avvicinarmi al mio centro, per dedicarmi a 
cose che prima non avrei neanche immaginato. Non era in fondo proprio quello che sentivo 
istintivamente di dover fare per affrontare, gestire, convivere col mio malanno? 

Innanzitutto dovevo vincere la mia arroganza, le mie resistenze intellettuali, quel senso di questa 
non  roba per me. Dovevo guardare il mondo con altri occhiali: quelli che avevo usato finora non 
erano necessariamente i migliori, n i meno deformanti. 

Quanto alle varie terapie, Commonweal era sostanzialmente in favore della medicina classica, 
allopatica, ma lasciava spazio a tutto il resto, senza escludere niente. Michael insisteva molto sullavere 
delle possibilit di scelta, sullimportanza della qualit della vita, specie quando si trattava di evitare 
laccanimento terapeutico a cui i medici, e spesso anche i familiari, espongono e persino costringono i 

13Nessuno mha mai detto / Volerai. / Nessuno mha promesso / Non morirai. / Eppur senzali / ho gi volato tanto / e ora senza alcun 
rimpianto / di promesse mancate / di cose incompiute / senza pena aggiunta o tolta / mi preparo a volare unaltra volta. 


pazienti. Pur trovando aspetti positivi anche in varie pratiche complementari, era molto scettico su alcune cliniche, sorte ai confini con gli Stati Uniti, specie in Messico, che promettevano cure per i disperati. 

Michael sosteneva che il coinvolgimento, anche psicologico, del malato al proprio processo di 
guarigione era importantissimo, ma rifiutava lidea new age e della medicina alternativa secondo cui il 
malato  responsabile o, ancor peggio, colpevole della propria malattia. Pensarlo  assurdo e 
pericoloso, diceva Michael. Il cancro  essenzialmente una malattia epidemica e la stragrande 
maggioranza delle ragioni per cui  cos non sono dentro di noi, ma fuori di noi. 

Michael e la sua gente si erano molto interessati al rapporto fra cancro e ambiente. Partendo da 
ovvie correlazioni erano arrivati ad alcune inquietanti conclusioni. Un loro studio recente dimostra ad 
esempio che il latte, il latte che la madre d al suo neonato,  diventato uno degli alimenti oggi pi 
tossici. Come ultimo anello della catena alimentare, gli esseri umani sono il ricettacolo di tutti i fattori 
inquinanti che a ogni passaggio si bioaccumulano, aumentando da venti a cento volte, a seconda del 
cibo, il loro carico velenoso. Siccome il latte materno costituisce un ulteriore passaggio nella catena, i 
poppanti finiscono per essere gli ultimi destinatari delle tossine che le madri hanno accumulato nel 
corso della loro vita. 

Lallattamento, certo una delle funzioni pi naturali di ogni mammifero, sta quindi trasformandosi 
sempre di pi in una sottile forma di avvelenamento indiretto. 

Da venticinque anni a questa parte, diceva Michael, decine di milioni di americani, in centinaia di 
centri urbani, bevono dai loro rubinetti acqua che in varia misura  contaminata da insetticidi, defolianti 
e fertilizzanti artificiali. Non solo la bevono; ci fanno il bagno, ci fanno la doccia, finendo per inalare e 
assorbire, anche attraverso i pori della pelle, piccole quantit dei componenti chimici originariamente 
destinati ai campi. 

Secondo gli studi di Commonweal, allattare resta tuttora la migliore cosa da fare. Le madri scaricano 
cos gran parte del loro carico chimico e i figli, pur ingerendolo, sembrano, nonostante tutto, crescere 
meglio di quelli tirati su col biberon. 

Il rapporto fra la salute della Terra e quella degli uomini (e degli animali) era uno dei temi al centro 
delle altre attivit di Commonweal. Da qui il loro impegno in vari progetti, da quello sulla biodiversit a 
quello per la protezione del mare lungo la costa della California. Quel gruppo di hippy venuti a salvare 
gabbiani e pellicani si era magnificamente riciclato: un aspetto positivo dellAmerica. 

Michael continua col suo lavoro, ma le sue lettere pi recenti riflettono una crescente 
preoccupazione per la salute della Terra. La sua esperienza coi malati di cancro gli ha dimostrato che la 
condizione psicologica, la coscienza di vivere con una malattia che mette a repentaglio la propria vita, 
pu trasformarsi in senso positivo e si chiede se la stessa trasformazione non possa avvenire anche 
nellambito di un popolo, o dellintera umanit. Noi uomini, dice Michael, abbiamo sferrato uno 
spaventoso attacco contro ogni forma di vita sulla Terra e questo massacro minaccia ora noi stessi.  
venuto il momento di riconoscerlo e di correre ai ripari. 

Non potrei essere pi daccordo con lui. Luomo deve sviluppare una nuova coscienza di s, del suo 
essere al mondo, dei suoi rapporti con gli altri uomini e con gli altri esseri viventi. Questa nuova 
coscienza deve ritrovare una componente spirituale con cui bilanciare lossessivo materialismo del 
nostro tempo. Solo allora sar possibile sperare in una civilt globale nuova e sostenibile. Quella attuale 
 ormai una civilt in fase di imbarbarimento, una civilt che ci ha condotti in un vicolo cieco. 
Dobbiamo uscirne. 

Michael suggerisce per questo di passare dalla cura degli individui alla cura del pianeta. La Terra, 
dice,  ormai affetta da una malattia che minaccia la sua sopravvivenza, come il cancro minaccia la vita 
di quelli che partecipano ai seminari di Commonweal. Dobbiamo creare un movimento che alzi, in ogni 
modo possibile, il livello della coscienza umana verso quella che Michael chiama la interbeing consciousness, la coscienza dellinterdipendenza di tutti gli esseri viventi. 


Una mattina lora dellimmaginazione venne impiegata in modo inaspettato. In gruppo 
traversammo i prati verdissimi e andammo verso il capannone pi grande, affacciato sul mare. Non era stato restaurato, e aveva unaria spettrale. Dal tetto filtravano raggi di sole e il vasto spazio era ancora pieno della roba di cinquant'anni prima: resti scheletrici di generatori, antenne, cavi elettrici, apparecchiature radio. In un angolo cera, ancora intatto, un vecchio carro rosso dei pompieri. Sembrava il posto adatto per girarci un film di guerra, il set per una esecuzione. E lo era. Appoggiato a una delle enormi pareti inverdite dallumidit trovammo un grande quadrato di cartone bianco con al centro la parola cancro. Davanti cera un tavolinetto con dei pennarelli; per terra cerano mucchi di vecchie bottiglie di vetro. Il tutto serviva per il tiro a segno. Il bersaglio era la nostra malattia, ma ognuno poteva aggiungere qualsiasi altra parola contro cui scaricare la propria rabbia, tirandoci addosso 
le bottiglie. 

Qualcuno coi pennarelli scrisse dolore, un altro burocrazia, medici insensibili. Lortopedico 
scrisse assicurazione. Il fracasso delle bottiglie che andavano a frantumarsi contro la parete fu 
liberatorio. Tutti ridevano, si complimentavano a vicenda per aver fatto centro e scaraventavano con 
foga altre bottiglie. Cera in tutti una grande gioia. Io non mi sentivo addosso alcuna aggressivit e 
regalai tutta la mia razione di bottiglie allavvocatessa di Denver. Poi, uscendo, presi un pennarello nero 
e andai a fare due baffi, due occhi e una bocca che rideva al centro del bersaglio, dove la parola 
cancro quasi non si leggeva pi. Tornando, tutti erano felici, divertiti. Il gioco era piaciuto. Qualcuno 
disse che era stata la cosa pi bella fatta fino ad allora. Non c dubbio che quella controllata violenza 
delle bottiglie sbatacchiate contro la parete aveva sciolto molti dei grumi di rabbia che ognuno si teneva 
in petto. 

Nella discussione del pomeriggio lavvocatessa di Denver raccont un altro pezzo della sua storia. 
Era stata sposata, ma il marito se nera andato quando il loro figlio aveva appena quattro anni. Cerano 
stati grandi litigi per decidere chi andava a stare dove e con chi, finch il ragazzino url: Andatevene 
via tutti e due. Io me ne sto qui da solo. Part il marito. A undici anni il figlio divent problematico, 
violentissimo. A scuola picchiava i compagni e insultava gli insegnanti. Era intrattabile e spesso urlava 
cose orribili contro la madre. Uno psicologo sugger alla donna di comprare uno di quei sacconi pieni di 
sabbia che i pugili usano per allenarsi. Lei lo attacc con un gancio in camera del ragazzo e gli disse di 
fame quel che voleva. Ogni volta che ce laveva con qualcuno, il ragazzo scriveva il nome di quella 
persona sul saccone e con una mazza da baseball gli dava addosso con tutte le sue forze. Sul saccone 
comparvero i nomi di compagni di scuola, di insegnanti, del padre e anche quello di lei. Quel saccone 
ha salvato la vita a tutti e due, concluse la donna. 

Quando il figlio aveva ormai ventitr anni, dovettero cambiare casa. La rimozione del saccone fu 
una cerimonia vera e propria. Alla fine lo seppellirono in giardino come fosse stato un parente. 

Una volta accettata lidea che la morte  parte della nostra vita, ci si sente pi forti, si ha 
limpressione che nessuno possa pi avere potere su di noi.  questo il senso di una vecchia storia 
giapponese. 

Una giovane guardia del corpo dellimperatore vuole imparare a combattere col katana, la spada dei 
samurai. Va da un grande maestro di questa arte e lo prega di prenderlo come discepolo. Il maestro 
vuol vedere che cosa il giovane sa gi e i due si scambiano alcuni colpi. 

In quale scuola sei stato? chiede il maestro, ammirato. 

In nessuna, dice il giovane. 

Impossibile. Tu hai gi studiato con qualcuno. Tu sei gi stato in una scuola. 

No, no, insiste il giovane. Ho imparato da solo. Da quando sono al servizio dellimperatore, mi 
sono esercitato da solo a non aver paura della morte. 

Ah, ecco quale  stata la tua scuola! esclama il vecchio maestro. 


Vincere la paura della morte  un grande passo di libert per luomo. Lo aiuta a vivere meglio, cos 
come lo aiuta a diventare un buono spadaccino. 

La cosa strana  che luomo moderno studia, impara, si impratichisce con migliaia di cose, ma non 
impara niente sul morire. Anzi, evita in tutti i modi di parlarne (farlo  considerato scorretto come un 
tempo era il parlar di sesso); evita di pensarci e quando quel prevedibile, naturalissimo momento arriva, 
 impreparato, soffre terribilmente, si aggrappa alla vita e cos facendo soffre ancora di pi. 

Eknath Easwaran, un mistico indiano morto nel 1999, che per quarant'anni ha insegnato prima 
letteratura inglese poi meditazione allUniversit di Berkeley, raccontava come sua nonna, che era stata 
la sua guida spirituale, gli aveva dato una semplice, ma importante lezione. Quando, ancora bambino, 
era rimasto colpito dalla morte di un familiare, lei lo aveva fatto sedere su una grande sedia di legno e 
gli aveva detto di reggersi a quella con tutte le sue forze. Lui sera aggrappato ai braccioli, ma lei era 
riuscita lo stesso a strapparlo via. Nel resistere lui aveva sentito male. La nonna gli aveva poi chiesto di 
sedersi di nuovo, ma questa volta senza fare alcuna resistenza. Lei lo aveva allora tolto dalla sedia 
gentilmente, prendendolo in braccio. Cos avviene con la morte. Sta a te scegliere come vuoi 
andartene. Ricordatelo. 

Nonne come quella sono sempre pi rare. Certo lo sono in America dove il benessere, la longevit e 
il mito delleterna giovinezza stanno sconvolgendo tutti i ruoli tradizionali. Presto sar cos anche in 
Europa. Le nonne faranno sempre pi la loro vita, sempre pi di frequente andranno in vacanza e 
sempre pi preferiranno occuparsi dei loro fidanzati piuttosto che dei loro nipoti. Questa  la 
tendenza, a questo si  ridotta la nostra civilt! Si cresce sempre pi imbottiti di sapere pratico, di 
nozioni che ci servono a sopravvivere, ad avere successo, ma non possiamo pi contare su quel sistema 
di trasmissione di saggezza, di esperienza della vita e della morte che era rappresentato dalla famiglia e 
dai vecchi. Dai nonni. Davvero, uno strano mondo il nostro: abbiamo le levatrici che ci aiutano a 
nascere, ma non abbiamo ormai pi nessuno che ci aiuti, ci insegni a morire! 

Non  sempre stato cos. Quasi tutte le antiche civilt vedevano nella morte un aspetto essenziale 
della vita e avevano per questo sviluppato una loro cultura della morte, un loro modo per affrontare 
questo mistero. 

I tibetani, ad esempio, per pi di mille anni hanno usato il loro libro sacro Bardo Thodol14 scritto, si 
dice, da Padma Sambhava per affrontare il momento del trapasso. Quando in casa qualcuno sta per 
morire, il lama che arriva per assisterlo caccia via tutti quelli che gli piangono attorno. Poi, rivolto al 
morente, lo prega di non resistere, di lasciar andare, di staccarsi dalle cose di questo mondo, dalle 
persone a cui  stato legato. Ogni legame sta comunque per finire, tutto sta per diventare vuoto come 
il cielo senza nuvole. Perch resistere? 

Lascia andare, o nobile nato, dice il lama. La primordiale luce ti sta venendo incontro, diventa 
uno con quella. Vai. Vai per la tua strada, o nobile nato, non resistere. Queste sono le parole che il 
lama continua a sussurrare nell'orecchio del morente. 

Il ritiro, mi rendevo sempre pi conto, voleva essere questo: un addestramento alla condizione di 
malato. Lo disse Michael una sera: tanti dovranno affrontare il cancro, ma nessuno ci arriva preparato. 
Quando ti dicono che hai il cancro  come se ti buttassero gi da un elicottero in una giungla, senza che 
tu abbia la minima idea di come sopravviverci. Se tu fossi stato addestrato, sopravvivresti meglio. 

Michael insisteva ugualmente sullimportanza dei gruppi di sostegno. Un medico dellUniversit di 
Stanford, che aveva seguito un notevole numero di donne col cancro metastatico al seno, aveva fatto 
una scoperta sorprendente: quelle che, oltre alla normale terapia, avevano partecipato regolarmente a riunioni con altre donne malate come loro, erano sopravvissute molto pi a lungo di quelle che non ci erano andate. Un simile studio, fatto a Los Angeles su altri pazienti di cancro, era arrivato a unidentica 
conclusione. 

14 Letteralmente La liberazione attraverso lascolto,  stato tradotto come Il libro tibetano dei morti.  sostanzialmente un trattato sullarte di 
morire. 


Ma queste notizie, diceva Michael, non hanno fatto la prima pagina dei giornali come invece 
fanno le notizie di una nuova possibile medicina contro il cancro.  una questione di soldi; e nei gruppi 
di sostegno non ce ne sono. Magari ci vorranno altri ventanni, ma un giorno sar ovvio a tutti che il 
sostegno psicologico  una componente importantissima di ogni terapia anticancro. 

E il sistema funzionava. Col passare dei giorni, completamente tagliato fuori dal mondo, senza 
giornali, senza radio e senza televisione, il gruppo si era sempre pi amalgamato; le discussioni si erano 
fatte sempre pi disinvolte. Potevo trovare banale il parlare di spazio interiore di pace, di luogo 
sacro; eppure, la settimana passata in quel posto appartato sul mare, lontano dalle famiglie o, per molti, 
da quel poco che ne restava, lontano dalla quotidianit degli impegni, dalle cose da fare, dai medici, 
dalle assicurazioni, era stata benefica, aveva forse ristabilito un equilibrio. A me pareva che ognuno ne 
avesse tratto vantaggio e che la consapevolezza della nostra situazione fosse in qualche modo salita 
di un gradino. Questo era, dopo tutto, un luogo sacro, come lo era la capanna sul dirupo (che scoprii 
si chiamava la cappellina di Jenipher) e i partecipanti cominciavano a pensare che lo spazio interiore di 
pace in cui rifugiarsi esisteva davvero. La paura della morte non era certo vinta, ma era diventata un 
tranquillo soggetto della nostra conversazione. Non pi un tab. 

Una sera dopo cena si fece tardi nella sala comune a parlare di funerali, delle ultime parole da dire, 
delle cose da lasciarsi dietro. Su questo lortopedico fu di nuovo il pi preciso. Si era gi fatto un sito 
internet e stava mettendo assieme un CD multimediale in cui raccoglieva foto e spezzoni-video della 
sua vita, storie di quel che aveva fatto. I suoi figli non avevano unidea di chi era stato, ma una volta 
scomparso avrebbero potuto, con comodo, scaricare dal computer il ricordo del padre. 

Il discorso cadde poi sulle parole dette in punto di morte e io mi ricordai di Giuseppe Verdi che, 
aggeggiando con la giacca male abbottonata, disse: Bottone pi, bottone meno 

Quando mi tocc scrivere quel che avrei voluto dire io, mi venne solo: Ringrazio tutti quelli che mi 
hanno dato una mano. E Angela che me ne ha date due. 

Se oltre al corpo siamo anche qualcosaltro, quel qualcosa non viene per nutrito bene, non viene 
annaffiato. Mentre i nostri sensi sono continuamente rimpinzati di tutto quel che possono desiderare suoni, 
odori, cose da vedere -, lanima, se esiste, fa la fame,  assetata. 

Eppure -ognuno di noi lo sa per averlo provato -ci sono momenti, una scena di grande bellezza, 
una parola, un simbolo, in cui sentiamo leco di qualcosa che ci  familiare, ma che non ricordiamo. 
Sentiamo il bisbigliare di una voce a cui vorremmo prestare ascolto, ma dalla quale siamo presto 
distratti. La verit? Ci sfiora, ma preferiamo non farci caso. 

Sempre nel Mahabharata c una bella immagine di questi incontri. Un uomo cammina nella foresta e 
sente una ragnatela sfiorargli il viso. Ha due scelte: pu, con la mano, fare un semplice gesto, 
rimuoverla e andare avanti; oppure pu fermarsi e osservare il centro di quella ragnatela, della verit. 

Tantissime volte nella vita ci capitano di queste esperienze; sentiamo unallusione a qualcosa che sta 
dietro le apparenze, ma nella fretta preferiamo, distrattamente, fare un qualche gesto e andare avanti. 

Io, andare avanti ora? avanti dove? Tanto valeva che mi fermassi a guardare! Questo era il mio 
atteggiamento di fondo. Ma non mi era cos chiaro, cos ovvio. Niente  pi duro del togliersi di dosso 
le vecchie abitudini, i soliti modi di reagire. Niente  pi difficile del liberarsi da quel che conosciamo, 
da quel che siamo o almeno crediamo di essere. E io avevo ancora le solite reazioni istintive, quella 
mal riposta vanit, a volte quasi superbia, quella pretesa di possedere una certezza di cui in verit non si 
 certi. 

Non c dubbio che gli Stati Uniti hanno una vitalit, una variet, anche una bella ingenuit, una 
freschezza, una spontaneit che io, da vecchio europeo, sentivo di aver perso. Ma quelloceano mi 
riportava lentamente al semplice, al primitivo. 

Lo vedevo bene. Pur partecipando, specie nei primi giorni, alle discussioni, pur approfittandone, 


come di quella sulla morte, io mantenevo le mie riserve; restavo col mio fondo di sussiego intellettuale 
ed europeo verso qualcosa che mi pareva poco sofisticato e che pensavo potesse funzionare con gli 
americani, ma non con me. Avevo limpressione che in molti casi quel che gli americani avevano 
scoperto era lacqua calda, ma forse era proprio quella a far bene e berne un sorso toglieva il gelo 
pretenzioso e arrogante della mia mente. Questa era la lotta dentro di me: resistevo, cercavo di non 
lasciarmi andare. 

Tipica fu la mia reazione al sand tray, il vassoio con la sabbia.  un mezzo straordinario per aiutare 
una persona a tirare fuori un qualche aspetto del suo mondo interiore, dicevano le note che ci erano 
state distribuite. Ogni bambino sa giocare con la sabbia. Giocateci anche voi. Non fatelo con 
lintenzione di ottenere o dimostrare qualcosa. Semplicemente giocateci, lasciandovi guidare dal vostro 
inconscio. 

Avevo visto due donne del mio gruppo tornare dallesperienza entusiaste e gi questo bast a farmi 
pensare che non era fatto per me. Lidea di andare a giocare con la sabbia, sotto gli occhi di una signora 
della mia stessa et che mi avrebbe aiutato a guardarmi nellanima, sinceramente mi ripugnava. In verit 
non riuscivo a scrollarmi di dosso i pregiudizi dellintelletto che giudica, che interpreta, che sa di aver 
sfogliato qualche libro. Sempre quel controllo di s! Mi pareva assurdo essere venuto fin l per 
sottopormi a qualcosa che in tutta la vita non avevo mai preso sul serio. 

Quando misi piede nella stanza dove avrei dovuto tornare bambino e lasciarmi andare 
allinconscio ero davvero contrariato. 

La stanza era quadrata e piccola. Al centro cera un tavolo con un grande vassoio di legno blu 
allinterno, bianco allesterno. Sul fondo del vassoio cera uno strato di sabbia fine. Le pareti della stanza 
erano completamente coperte da scaffalature su cui erano ammassate, alla rinfusa, le cose pi strane e 
pi varie: figurine di plastica, cristalli, penne di uccelli, pezzi di ferro, fili, resti di soprammobili, nastri 
colorati, fiori secchi, sassi, maschere, ritagli di cartone, carte da gioco, vecchie scarpe di bambini, e mille 
e mille altri oggetti. Dal soffitto pendeva una grande lampada che illuminava il vassoio con la sabbia 
come fosse un palcoscenico sul quale stava per svolgersi qualcosa. 

Mi  difficile immaginare che cosa posso fare qui, dissi, provocatorio, alla signora che gentilissima 
mi stava aspettando. Venendo ho pensato che la miglior cosa  di lasciare tutto com Anche questo 
vorr dire qualcosa, non le pare? 

Se si sente di fare cos, va bene. Lei ha gi finito, mi rispose con un sorriso: non offesa, non 
contrariata. Mi incurios. Aveva certo gi avuto a che fare con dei galletti come me e non aveva bisogno 
di alzare la sua cresta per far fronte alla mia, di gonfiare il suo ego per resistere al mio, messo cos 
scioccamente in mostra. Ridicola non era la situazione. Ridicolo ero io. 

Mi sedetti e mi feci spiegare che cosa avrei dovuto fare. La donna aveva dei bei modi. Pur 
parlandomi, era come si fosse ritirata. Lammirai. Era capace di scomparire. Cera, ma la sua presenza 
non mi pesava. Allora, come se fossi stato davvero solo su una spiaggia, seguii le sue istruzioni. A occhi 
chiusi, meditando, lasciando che le mani decidessero da s cosa fare, sentii la sabbia, poi, a occhi 
aperti, ma sempre abbandonato al mio cuore di bambino, mi misi a scegliere dagli scaffali le cose da 
mettere in un cestino: un angelo dalle ali rosse, un pezzo di marmo azzurro, una piramide di quarzo, 
una vecchia pigna, un mazzolino di fiori violetti, una piccola pagoda, un arcobaleno, alcuni tasselli del 
gioco delle rune. Guardando uno speciale mazzo di carte da tarocchi, mi sentivo attratto dal Guardiano 
delle Torce. Stavo per aggiungerlo alle altre cose nel cesto, quando la donna disse: In questo caso 
sarebbe meglio lasciare che la mano scegliesse al buio. Mi fece mischiare il mazzo. A occhi chiusi 
estrassi una carta. Era il Guardiano delle Torce! 

La composizione che finii per fare usando meno della met degli oggetti che avevo nel cestino era 
abbastanza semplice. Con la sabbia feci un paesaggio di montagne con due laghi: uno sul fondo aveva 
un occhio, laltro era fatto col pezzo di marmo. Da un angolo del vassoio feci uscire larcobaleno, 
dallaltro i fiori violetti. Nel paesaggio tracciai un sentiero, prima con un solo dito (io), poi con due (io e Angela). Sulla vetta di una montagna misi la piramide di quarzo; sul crinale che separava i due laghi piantai le tre rune intarsiate con segni che non conoscevo. Su un lato del vassoio piazzai, ritto come a dominare l'intera composizione, il Guardiano delle Torce. Nel terzo angolo del vassoio misi una candela e appoggiai sul bordo di legno la scatola di fiammiferi mezza aperta con un fiammifero che sporgeva. 

La donna mi chiese pi volte se non volevo accendere la candela. Ogni volta risposi di no. Se il 
fuoco comincia, deve anche finire. Cos invece resta un atto da compiere e con questo sfugge al 
tempo, dissi. 
E che titolo d al tutto? 
Eternit, mi venne da dire. 
E quelle tre rune sulla collina sono dei totem? chiese. 
No. Pietre tombali. 
Mi indichi quella che preferisce. 
Quella di mezzo. 
La donna aveva fatto due caff. Stavamo seduti luno dinanzi allaltra, divisi dal vassoio con la 
sabbia. Lei mi fece ancora parlare, spiegare il perch di questa o quella cosa, mi lesse da alcuni libri il 
significato del Guardiano delle Torce e delle rune che avevo scelto. Poi, per una decina di minuti parl 
lei, del mio rapporto col cancro, del mio desiderio di spiritualit. Avrei potuto prendere il tutto come 
ovvio, banale e californiano. Ma il suo discorso tocc una qualche corda che io non sapevo di avere e 
quella emise un suono. Quanto al suo leggere i segni che avevo lasciato nella sabbia, sentii un groppo 
venirmi in gola, mi alzai, la ringraziai e andai a fare una lunga passeggiata sugli scogli. 

Tornando in camera trovai le fotocopie delle pagine che spiegavano il significato del Guardiano 
delle Torce e delle rune. La donna me le aveva mandate con una carissima nota di accompagnamento. 
Se hai tirato il Guardiano, sei benedetto dalla presenza di una divina guarigione. Riconosci il potere 
che hai nelle mani di riattizzare la forza nella tua famiglia e fra i tuoi amici diceva la pagina del libro 
dei tarocchi. E quella sulle rune: Quella che hai scelto  la runa della fine e di un nuovo inizio nel ciclo 
della tua auto trasformazione. Averla scelta indica che la vita, come lhai vissuta finora,  esaurita. 
Lasciala morire cos che la sua energia vitale possa liberarsi e passare in una nuova nascita Preparati a 
una buona occasione che si presenter nelle sembianze di una perdita Quando sei in acque fonde 
diventa un nuotatore. 

Tutto sembrava calzare. Ma ormai conoscevo questo tipo di messaggi nei quali ognuno legge quel 
che vuole. Sono sicuro che avrei potuto leggere in chiave mia anche le pagine delle carte e delle rune 
che non avevo scelto. Eppure, a una parte di me la donna, il vassoio con la sabbia e tutto il 
chiacchierarci sopra erano piaciuti. Avevo imparato qualcosa? Almeno a essere meno arrogante e, forse, 
ad ascoltare quella voce, a toccare quella corda, a lasciarmi andare anzich restare allinterno di quegli 
assurdi margini che inconsciamente ci siamo imposti e che forse sono allorigine di tante nostre 
sofferenze. Abbiamo tracciato un cerchio attorno alle nostre vite, ci siamo detti che  stregato e 
facciamo di tutto per non uscirne. Ma dentro a questo cerchio ci sentiamo limitati e soffriamo. 

Perch non tornare bambini? Senza limiti, senza paure, con curiosit per tutto; liberi, senza niente di 
gi conosciuto, di scontato. 

Lultima sera, avvolti in grandi coperte bianche, andammo tutti sul bel prato, alto sulloceano, a 
guardare il tramonto. Tirava un vento fortissimo e finimmo per stringerci gli uni agli altri. Cos siamo 
nella foto di gruppo che ci facemmo e che circoler, coi commenti che conosco, fra i partecipanti dei 
prossimi ritiri. 

Quando Jerry, lautista-attore, venne a prendermi per riportarmi nel mondo, avevo con me anche il 
cuoricino di peluche viola con cui riconnettermi, quando ne avessi voglia, con quella gente e quel 
posto. E pensare che stavo quasi per lasciarlo l! Ce lho ancora e ogni tanto, vedendolo su uno scaffale in mezzo ai libri, mi viene da sorridere. 
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CONCERTO PER CELLULE.
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Il maestro di yoga che fa per te abita a San Francisco, mi aveva scritto Amrit Stein, amica tedesca di Angela, grande frequentatrice dellIndia e danzatrice di katak. Non potevo pi correre e lo yoga, dopo tutto, sembrava un buon surrogato per fare un po di esercizi. Un indirizzo e-mail, uno scambia di messaggi, un appuntamento alla fine del mio ritiro a Commonweal e di nuovo il bandolo di una bella matassa di persone, posti e soprattutto esperienze che mi hanno portato piuttosto lontano dallobbiettivo iniziale, lo yoga, ma che senza quella ricerca di un maestro non mi sarebbero mai capitate.
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Basta fare il primo passo nella direzione giusta e il resto viene da s. O quasi. Lo yoga non  
diventato parte della mia vita ma, mio Dio, quante cose sono seguite a quel presentarmi una mattina 
alle dieci e mezzo nelle Avenues, un quartiere pulito di San Francisco dal quale la gente sembrava essere stata succhiata via e le cui case, dipinte di bianco o di celeste, mi facevano venire langoscia al solo pensiero che uno potesse essere condannato a viverci. Suonai. La porta si apr. 

Tiziano, disse un uomo pelato, sulla sessantina, con un pizzo grigio e i calzoncini corti, neri. Mi piacque, anche se immediatamente, nonostante il suo sorriso, sentii in lui una grande tristezza. Aveva una bella faccia pulita, un corpo asciutto e le spalle larghe. Solo le sue gambe mi parvero troppo magre e instabili e pensai: Casa forte; fondamenta deboli. Salimmo per una scala stretta. La casa era una sorta di comune con alcuni suoi allievi che vivevano al primo e al secondo piano. Il terzo era il suo. 

Ci sedemmo per terra. Tutto era ordinato e rassicurante tranne una piccola foto di Sai Baba 
infilata nella cornice di uno specchio. I santoni, specie quelli multimiliardari, mi insospettiscono; i loro adepti per lo pi mi intristiscono a causa di quella loro cecit che non riesco a condividere. 

Non volli imbarazzarlo chiedendogli, come per mettere alla prova la sua affidabilit, se era un 
seguace del santo di Puttaparthi a cui vengono attribuiti vari tipi di miracoli, compreso quello di 
materializzare dal nulla dei Rolex doro. Lo feci invece parlare di s e questo  qualcosa che i pi fanno volentieri. 

Ramananda era indiano, ma era nato in Africa, a Dar-es-Salaam, dove il padre era emigrato e faceva 
linsegnante. Il padre gli aveva dato le prime lezioni di yoga e fin da ragazzo, a casa, lo aveva imbevuto di quelle idee e di quei valori che da secoli fanno di ogni indiano un indiano. Lo aveva fatto con un abile espediente: gli recitava a memoria la Bhagavad Gita15 e Ramananda, libro alla mano, doveva controllare se il padre faceva errori.
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La Bhagavad Gita  come un inserto nel grande poema epico indiano il Mahabharata, e descrive la situazione che immediatamente precede la battaglia di Kurukshetra. La Bhagavad Gita  attribuita al forse mitico Vyasa ed  collocabile, almeno nella versione che conosciamo, attorno al quinto secolo avanti Cristo. I diciotto capitoli della Gita sono un continuo dialogo fra Arjuna, il guerriero, e Krishna, apparentemente il suo cocchiere, ma in verit incarnazione di Dio.
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Per poterlo correggere, Ramananda doveva stare attentissimo e aveva finito per imparare a sua volta ogni riga del Canto Divino. 

Seguendo il padre, che veniva trasferito nei vari insediamenti indiani dellAfrica, Ramananda era 
cresciuto nel mondo descritto da V.S. Naipaul in Alla curva del fiume; poi era andato in Inghilterra a studiare ingegneria. Un giorno, dalla sua universit era passato B.K.S. Iyengar, il famoso yogi, e Ramananda era diventato suo allievo. Ramananda ammirava Iyengar; ne parlava come di un genio, ma quando gli chiesi se, visto che avevo casa in India e che Iyengar viveva nel Sud del paese, non mi consigliava di andare da lui, la sua risposta fu tagliente: Se vuoi imparare lo yoga, fattelo insegnare da qualcuno che sorride, disse. 

Parlammo del difficile rapporto fra maestro e allievo e di come questo rapporto in India sia 
ulteriormente complicato dal fatto che il discepolo deve arrendersi, abbandonarsi completamente al guru. Questo mi pareva pericoloso, perch a volte i maestri -e pensavo a Sai Baba -, lusingati dalla assoluta devozione dei discepoli, finiscono per credersi divini e gli allievi per diventarne succubi. 

Era daccordo. Disse che allinizio  utile che il guru prenda lallievo sulle spalle per dargli fiducia e fargli fare i primi passi, ma che poi deve lasciarlo andare perch faccia la sua strada da solo. Alla fine quel che conta  il metodo, non il guru, disse. 

Secondo lui il metodo Iyengar era il migliore. Il suo rapporto col maestro per non era stato ideale e ora che lui stesso era diventato maestro quel ruolo lo inquietava. A forza di insegnare, specie in America, si era accorto che gli allievi arrivavano da lui devoti e pieni di abnegazione, ma che poi, nel giro di qualche mese -di solito sei, disse -cominciavano i conflitti, le tensioni: ognuno voleva essere lallievo preferito. Perch lo yoga, aggiunse, come volesse togliermi ogni possibile illusione, lo yoga non migliora la gente. Mette solo pi in evidenza il carattere di ognuno. Se sei ladro lo yoga raffina le tue qualit di ladro; se di natura sei invidioso, con lo yoga lo diventi ancora di pi. 

Non mitizzava niente. A quel punto mi fu facile, indicando il santino di Sai Baba, chiedergli se era un suo seguace. Niente affatto, mi rassicur. Glielo aveva portato uno studente che recentemente era stato a Puttaparthi. Se mai aveva un guru questo era piuttosto Swami Dayananda Saraswati, un insegnante di Vedanta, lantica filosofia religiosa dellIndia. Aveva un ashram anche negli Stati Uniti e Ramananda ci andava ogni anno a tenere dei corsi di yoga. 

Ramananda mi piaceva. Non cercava di darmi a credere nulla, non che lo yoga guarisse le malattie, 
non che aprisse la porta ai poteri magici, come quello di levitare o di rendersi invisibili, cose che ancora negli anni Cinquanta alcuni praticanti di Hatha Yoga credevano possibili. Ramananda credeva nella perseveranza, nella forza di volont, e con questo ero a mio agio. Gli raccontai che cosa mi aveva portato da lui. 

Il cancro. Hai paura? Dissi di no. Moriamo tutti. Si tratta di riuscire a godere del viaggio, comment. Lo yoga pu essere di grande aiuto nel mantenere in forma sia il corpo che lanima durante il cammino. Poi, come volesse alleggerire il tono del discorso, mi raccont una storia con cui cominciava volentieri i suoi corsi per principianti. Un tale va dal dentista. Quello gli trova dei magnifici denti, ma vede che mangia la cioccolata. Se lei vuole avere dei bei denti per altri cento anni, deve smetterla con la cioccolata. 

Smetto subito, dice quello. Dalla sua tasca prende un pezzo di cioccolata e lo butta via. Bravo. Per altri cento anni lei avr dei denti perfetti, dice il dentista. Luomo esce, ma appena in strada viene investito da un camion. Nellattimo prima di morire ha da scegliere fra due atteggiamenti. Pu dirsi: Accidenti a quel dentista che mi ha impedito di godermi lultimo pezzo di cioccolata della mia vita! Oppure: Meno male che prima di morire sono riuscito a fare quel che ho sempre voluto: smettere di mangiare la cioccolata. Poi Ramananda aggiunse: Nel corso della vita tante cose possono andarci storte, e di solito lo fanno. Ebbi limpressione che parlasse di s. 

Decidemmo di cominciare le lezioni il giorno dopo. Intanto Ramananda mi invit a pranzo, poi per 
il t e finii cos per conoscere gli altri membri della comune, fra cui un anziano signore indiano, suo paziente. Era rimasto semiparalizzato in seguito a un incidente dauto e Ramananda si era impegnato a farlo camminare di nuovo. 

Possibile? chiesi, osservando come quel poveretto trascinava malamente la gamba sinistra, mentre 
il braccio sinistro gli ciondolava inerte. Certo. Tutto sta nel convincere la mente che  possibile, disse Ramananda e mi invit ad assistere agli esercizi che gli faceva fare. 

Ramananda era rigorosissimo, quasi crudele. Obbligava con durezza quelluomo sofferente a fare 
piccoli passi e a bilanciare continuamente il proprio corpo portando avanti la mano destra assieme al piede sinistro, e viceversa. 

Alla fine mi raccont di come Iyengar era riuscito a far ricamminare il figlio ventiduenne, giocatore di cricket, di un amico che in punto di morte gli aveva fatto promettere che lo avrebbe rimesso in sesto. Anche quel ragazzo era stato vittima di un incidente ed era confinato in una carrozzella. Iyengar, con laiuto di Ramananda che lo sorreggeva, lo aveva costretto a mettersi in piedi; poi gli si era piazzato alle spalle e, puntandogli una canna nella schiena, insultandolo, urlandogli, minacciandolo al punto che sia Ramananda sia gli altri allievi pensarono fosse diventato matto, lo aveva spinto e spinto finch quello a piccoli passi aveva percorso lintera stanza. Ho mantenuto la promessa, aveva detto il grande maestro e se nera andato. 

Tutto sta nel liberare la mente dalla schiavit delle verit scientifiche che la condizionano, spieg Ramananda. Quanto a lui, contava in un paio di mesi di ridare al vecchio signore il piacere di camminare senza bastone. 

La giornata che avevamo passato assieme era stata utilissima. Io mero fatto unidea di Ramananda mi piaceva, ma mi pesava la sua tristezza -e lui se nera fatta una di me. Unidea giusta, mi sembr, perch quando il giorno dopo mi presentai alla prima lezione, esord dicendo che ero profondamente teso, che giudicavo troppo e che avevo la testa sempre in frullo: il peggior modo per dedicarsi allo yoga. Bravo. Ma che farci?
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Innanzitutto dovevo imparare un esercizio di rilassamento da fare allinizio di ogni sessione. Mi fece distendere sulla schiena, occhi chiusi, le mani aperte coi palmi rivolti verso lalto. Dio a volte lascia cadere dal cielo delle piccole pepite doro e non vuoi fartele scappare, disse, e quelle pepite mi vengono in mente ogni volta che mi distendo per terra a fare lesercizio o semplicemente a guardare le nuvole. Ci che Ramananda mi insegn sul modo di rilassarmi fu il suo grande contributo al mio benessere.
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Distenditi, vuota la mente di tutto quello che la occupa, rilassa i muscoli, sciogli tutti i nodi. Respira profondamente. Senti il tuo respiro, seguilo, dentro le braccia, le mani, le gambe; senti come pulisce, porta via, risana. Immagina il tuo respiro che spazza via tutte le impurit. Lascia che ogni parte del tuo corpo sprofondi nel pavimento, lascia liberi tutti gli organi, immagina che i reni si adagino sul pavimento, fai s che la pelle sui fianchi si stacchi dalle ossa e nellangolo interno del tuo occhio lascia che sorga una profonda gioia. Lasciati andare. Sei disteso sulle ginocchia di Madre Terra. Resta l, nello spazio delluniverso, senza fare nulla, senza pensare a nulla. Sciogli quel groppo che hai in gola per qualcosa che non sei riuscito a fare. Via, via, ammorbidiscilo. Sei felice anche se nessuno ti capisce. Sei tu che, con tutta la tua energia, lasci andare tutto ci che ha preso posto nel tuo corpo, ma che non appartiene al tuo corpo. Via, via. 

Dopo un quarto dora di questo quieto rilassarmi, mentre una parte della mia mente non rinunciava, 
nonostante tutto, a pensare e a giudicare, Ramananda cominci a insegnarmi alcune asana, le posizioni dello yoga che, secondo lui, potevano aiutarmi innanzitutto con lernia. Mi ritrovai cos per aria, a testa in gi, sospeso a una bretella che pendeva dal soffitto, poi a far la candela contro il muro e, mezzo contorto, seduto su una seggiola. 

Mi accorsi subito che il metodo Iyengar, che a Ramananda piaceva tanto, non era fatto per me. La 
grande invenzione di Iyengar, mi spieg Ramananda, era di aver portato gli attrezzi nella pratica dello yoga. Questo voleva dire che ogni asana richiedeva luso di cinture, bretelle, cuscini, sedie o blocchi di legno su cui appoggiarsi. Tutto il contrario di quel che desideravo. Immaginavo che fare yoga volesse dire aver bisogno solo del proprio corpo e dun quadratino di terra piatta. Quegli attrezzi mi ripugnavano! 

Per pi di trent'anni ogni mattina avevo fatto una corsa di alcuni chilometri e quella era stata la mia forma di meditazione. Viaggiando, mi bastava mettere nella borsa un paio di scarpe, una maglietta, dei calzoncini e potevo correre dovunque fossi, a volte anche in maniera avventurosa, come a Pyongyang, nella Corea del Nord, dove le spie messemi alle calcagna dovettero inseguirmi in macchina sui sentieri di un parco. 

Con tutti quegli attrezzi, non avrei potuto fare yoga dove mi pareva. Dunque non era per me. Ma mi 
ero impegnato a prendere lezioni per una settimana. E restai. Meno male! Avessi deciso di tagliar corto dopo quella prima ora, avrei perso tutto quello che mi  successo poi e anche il seguito di questo libro sarebbe stato completamente diverso. 

Nel corso di quella settimana assistetti ad alcuni significativi miglioramenti fatti dal signore 
semiparalizzato, e questo rafforz la mia convinzione che la mente, fonte per me di grande agitazione, era anche allorigine di una straordinaria forza nella quale credevo sempre di pi: la forza di agire sulla materia. 

Nel corso di quella settimana, poi, Ramananda mi parl di uno speciale seminario su Yoga e Suono 
che lui avrebbe condotto, assieme a un musicista di Calcutta, nellashram del suo guru in Pennsylvania. Volevano studiare, mi spieg Ramananda, i possibili effetti terapeutici della combinazione fra asana e musica classica indiana. Questo mi interessava, come mi interessava incontrare Swami Dayananda, esperto di Vedanta e di tutto quello che in anni di vita a Delhi mi era sfuggito: il pensiero indiano. 

Il seminario si sarebbe svolto da l a qualche settimana. Senza pensarci due volte, chiesi a 
Ramananda di iscrivermi. Da San Francisco andai a New York per lappuntamento con gli aggiustatori. I responsi ai vari esami arrivarono una settimana dopo: eternit prolungata. Dovevo farmi rivedere dopo tre mesi, pi o meno alla fine del seminario di Ramananda in Pennsylvania. Le date tornavano. 

Usai quel tempo per fermarmi, stare in pace e leggere un po sullo yoga e soprattutto sulla 
musicoterapia, una pratica antica, recentemente riscoperta e diventata di moda, come tante altre, 
nellambito della medicina alternativa. Negli Stati Uniti ci sono gi una cinquantina di scuole che la insegnano e centinaia di centri che sostengono di curare una serie di disfunzioni, dallemicrania, allobesit, alla costipazione con laiuto della musica. 

Lidea che il suono abbia in s un potere immenso e misterioso  vecchia quanto luomo e non  un 
caso che in vari miti della creazione, a cominciare da quello biblico, il suono venga indicato come la fonte di tutto. In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo, si legge allinizio del Vangelo di Giovanni. 

Per gli indiani quel suono era il magico OM, il primo di tutti i suoni,16 il suono che riassume ogni suono, il suono con cui Brahman, il creatore, si manifesta ancor prima di manifestarsi nella forma. OM per gli indiani  formato da A (il primo suono emesso da chi apre la bocca), U (il suono delle labbra che si chiudono), M (il rimbombo nella bocca chiusa). Da questo A+U+M = OM, deriverebbe lAmen delle preghiere cristiane.
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Anche per la scienza moderna luniverso  cominciato con un suono: il Big Bang, il Grande Botto. 
La presunta natura divina del suono ha fatto s che in tante antiche civilt luomo abbia visto nel 
suono un legame con gli dei e che campane, campanelli e cimbali, tamburi e gong siano ancora oggi 
presenti nelle cerimonie delle varie religioni, e che conchiglie e comi siano ancora usati dagli sciamani di tutti i continenti per entrare in contatto con gli spiriti. 

Nella cultura di differenti popoli ci sono leggende, molto simili fra loro, secondo cui il suono, usato da chi sappia controllarne il potere, pu uccidere o risuscitare un uomo, pu provocare la pioggia o una tempesta di fuoco, pu creare immagini dal nulla o distruggere la materia; come avvenne con le mura di Gerico. 

Nellantica Cina si attribuiva alla musica il potere di rendere fertile la terra e di cambiare il carattere di una persona. Nellantico Egitto la musica era usata per alleviare il dolore delle partorienti. In India ci sono vecchi testi sanscriti che descrivono il valore terapeutico della musica. Trattati simili esistono anche in arabo. Lo stesso Ippocrate, si sa, ricorreva a volte alla musica per trattare i suoi pazienti sullisola di Cos. 

La teoria delleffetto terapeutico del suono era in origine frutto di intuizioni mistiche che la scienza sembra oggi in qualche modo confermare. Secondo queste ipotesi ogni essere vivente e ogni oggetto, essendo un aggregato di parti in continuo movimento (in continua danza dicevano gli antichi), produce un suono che riflette la natura di quellessere o di quella cosa. Ogni disordine, ogni disarmonia in quel suono  causa di malattia. La malattia pu essere curata se si ristabilisce larmonia originale delluomo attraverso lintervento di un giusto suono che produca appunto la necessaria assonanza. 

Follia? Forse no. Se si pensa allinfluenza che la musica pu avere sul nostro stato danimo, a come le marce militari aizzano i soldati sul campo di battaglia o a come ci inteneriscono le melodie damore, non  difficile immaginare leffetto di una musica il cui suono vada al di l del nostro livello emotivo e magari ci penetri davvero nel corpo fino a fame vibrare, al ritmo giusto, le cellule. 

Valendosi di queste teorie, alcuni musicisti indiani contemporanei stanno cercando didentificare 
quali raga, le strutture musicali classiche, hanno il giusto ritmo per curare quali malattie. Una lunga serie di correlazioni  gi stata stabilita per il trattamento di varie patologie che vanno dallanoressia alle febbri reumatiche. Il raga adatto allinsonnia era gi noto a Omkamath Thakur di cui si racconta che, durante una sua visita a Roma, fece una grande impressione su Mussolini, essendo riuscito con la sua musica a far dormire regolarmente linsonne Duce. 

Fin dalle sue origini, al tempo dei rishi, lo yoga ha riconosciuto lenorme importanza del suono, e 
una delle discipline per trascendere il corpo e far s che lindividuo diventi Uno con lAssoluto  
appunto quella chiamata Nada Yoga, lo yoga del suono. Risalendo con la coscienza fino al momento in 
cui il pensiero di dio si fa verbo, cio suono e creazione, lo yogi riesce a sentire, non con le orecchie fisiche, ma con quelle interiori dello spirito, il suono divino e a unirsi a quella realt trascendente che  il fine ultimo della sua pratica. 

La filosofia dello yoga era certo pi interessante delle contorsioni che Ramananda aveva cercato di 
insegnarmi. Ero curioso di vedere come il seminario in Pennsylvania avrebbe combinato tutto questo e quanto io ne avrei approfittato. 

Il posto mi fece subito pensare a Leopold e alle nostre chiacchierate sulla deterritorializzazione. In un bosco di abeti, allincrocio fra due autostrade, in mezzo alla pianura americanissima della Pennsylvania si ergeva, bianco e pulito, un tempio ind. Attorno cerano file di bungalow prefabbricati di un motel fallito e riciclato in ashram. E l, in quel recinto, fuori dal quale campeggiavano i venditori ambulanti di un mercato delle pulci del fine settimana, iniziava un seminario di yoga! 

Lo yoga: una delle pi vecchie e impenetrabili dottrine esoteriche dellIndia, uno dei grandi segreti, tramandati dopo ardue prove e vari riti di iniziazione; e solo a chi davvero li meritava. Ancora negli anni Trenta, un viaggiatore europeo, andato a Benares da un grande yogi per convincerlo a dargli qualche lezione, si sent rispondere: Insegnare lo yoga a voi occidentali? Mai! Finireste solo per farne un commercio. 

Una cinquantina di persone, la stragrande maggioranza donne, partecipavano al seminario. Tutti si 
conoscevano. Io ero il solo estraneo. Tutti erano stati, anni prima, allievi di Ramananda e ognuno, 
diventato a sua volta insegnante, aveva ora da qualche parte in America il suo commercio: una scuola di yoga. Erano tutti bravissimi nelle asana e bravissimi nelluso dei vari attrezzi del metodo Iyengar. Non mi era mai capitato di ritrovarmi in mezzo a tanti praticanti di yoga cos provetti, ma quellesperienza non fece che confermare i miei pregiudizi. Mi guardavo attorno e non vedevo una faccia serena, non una persona con un bel sorriso, qualcuno che emanasse un sentimento di pace. Ognuno per conto suo era impegnatissimo nel fare gli esercizi, nel migliorare le proprie contorsioni, e il risultato erano tante espressioni di solitudine e di tristezza, tante donne magre e pallide con gli occhi infossati. Qualcosa non quadrava, ma non capivo cosa. 

Certo, c una contraddizione di fondo fra la cultura indiana in cui lo yoga  nato qualche millennio fa e la nostra moderna societ in cui lo yoga  stato appena trapiantato. La prima aveva come massima aspirazione il controllo di ci che  pi immateriale nelluomo: la mente. A noi invece interessa proprio il contrario: il controllo della materia attraverso la scienza e la tecnologia. Lo yoga, che letteralmente significa unione, era inteso a liberare luomo dallillusione di essere unesistenza individuale, separata dal resto delluniverso, per unirlo appunto con dio. Ma come pu questo fine essere perseguito in seno a una societ come la nostra, completamente dominata invece dal principio dellindividualit e della separazione? Forse il solo provarci crea conflitti, schizofrenie e quella tristezza che mi sentivo tutto attorno. 

Ma niente  mai del tutto negativo. E la gioia arriv alla sera, quando Ramananda indic al gruppo 
riunito nel salone delle conferenze un indiano piccolo e magro in un kurta pijama bianco: il suo partner musicista, Mukesh Desai. Stava seduto su un podio davanti a una fisarmonica piatta. Alla sua destra aveva un giovane che lo accompagnava coi tabla, due piccoli tamburi. Si present dicendo che per noi ascoltare la sua musica doveva essere come bere da un fiume: potevamo prendere quello che volevamo e lasciare quando ne avevamo abbastanza. 

Io vendo acqua in riva al fiume, aggiunse ridendo, mentre ancora accordava la fisarmonica ai tabla. O forse gi suonava? Perch quella musica che quasi non si interruppe per pi di due ore sembrava non avere n inizio, n fine: semplicemente scorreva, scorreva come lacqua, come la vita. Le parole che Mukesh Desai cantava non avevano senso, spesso non erano che lequivalente del nostro do, re, mi, fa, sol ma la sua voce dalle mille modulazioni, dai mille colori riempiva di vita lintero salone e penetrava nel petto di ognuno di noi. Lui, Mukesh Desai, era lo strumento e quel che usciva dalla sua bocca era il suono magico che avremmo dovuto combinare con le asana. La serata ci lasci tutti in qualche modo elevati. 

Nei giorni che seguirono Mukesh Desai venne ogni pomeriggio nella palestra e quando Ramananda 
era soddisfatto della posizione che ognuno aveva preso -io ero esonerato dallessere preciso -lui 
intonava i suoi raga. E io mi convincevo che entravano nel mio corpo, arrivavano nelle mie cellule e le facevano vibrare in modo che non si riproducessero pi nel loro modo pazzo. Potere del suono o 
potere della mente? 

Ramananda era bravo. Non fece alcun tentativo di razionalizzare questo rapporto fra asana e musica 
o di spiegarlo nei termini mistici con cui veniva descritto in certi libri. In lui tutto era pi intuitivo. Per esperienza sentiva i nostri corpi e sapeva che la musica aveva su di noi una qualche influenza. Conosceva i vari esperimenti del passato e quelli diventati ora di moda, ma faceva il suo personale esperimento con una cinquantina di allievi provetti. Con me funzion: uno degli ultimi giorni, durante la sessione di pranayama, lesercizio per il controllo del respiro, dove non cera da contorcersi n da usare attrezzi, ma solo da stare immobili e distesi, sentii le modulazioni suadenti della voce di Mukesh Desai entrarmi in ogni poro e tutto il mio corpo essere invaso da una grande gioia come non lavevo mai provata prima a nessun concerto. 

Era la musica a svegliare in me una forza latente che mi pareva potesse davvero essere terapeutica? o era la mente ad associare a quei suoni un potere che entrava in funzione, dandomi limpressione di agire sulla materia? Non faceva alcuna differenza. Trovavo sorprendente il fatto in s e una qualunque spiegazione non avrebbe aggiunto nulla. 

Laltra sorpresa fu il Swami. Sulla settantina, alto, magro, leggermente curvo, avvolto in una tunica arancione, arriv a met della settimana, ma gi col suo primo discorso del tramonto dette una nuova dimensione allintero seminario. Luomo era colto, intelligente, sveglissimo, ma si sentiva che non aveva alcun bisogno di dimostrarlo. Era sereno. 

La ricerca spirituale  la ricerca della conoscenza, e la sola conoscenza che vale la pena perseguire  la conoscenza di s, esord. Noi crediamo di sapere, ma sappiamo solo quello che vediamo, quello che sentiamo, quello che proviamo coi nostri sensi. In verit tutto quello che ci appare come realt non  reale. La materia non esiste; solo ci appare come se esistesse Sapeva bene a chi parlava e presto affront, con notevole ironia, il tema per il quale eravamo tutti l. 

Lo yoga? Certo, fa bene al corpo, disse, ed  piacevole potersi chinare a raccogliere un foglio 
senza dover chiedere aiuto ad altri. Ma il fine dello yoga non  il corpo. Yoga vuol dire controllo della mente, unione fra corpo e mente: non per diventare atleti, ma per mantenere sano il corpo. Il corpo  un mezzo di trasporto, come lautomobile. Va tenuto bene perch si possa arrivare a destinazione. Lerrore  confondere il fine con il mezzo. Era ovvio che non aveva molto rispetto per quello che lo yoga era diventato, n per chi oggi lo praticava. Lo fece chiaro parlando dellossessione occidentale col concetto di propriet, con quel voler definire tutto in termini di io e di mio. Aveva un modo divertente di far capire le cose. 

Voi dite: Questo appartamento  mio. Ma se guardate bene, il suo pavimento  il soffitto di quello di sotto, la parete  anche la parete del vicino. Nulla  davvero vostro. Assolutamente nulla. Tanto meno il vostro corpo. Tanti possono rivendicarne la propriet: vostra madre, vostro padre, il vostro coniuge in base al sacramento del matrimonio, lo Stato verso il quale il vostro corpo ha dei doveri di cittadino, la terra stessa, il fuoco che vi tiene alla giusta temperatura, lacqua, le verdure che mangiate: tutti possono dire: Questo corpo  mio Voi non possedete niente. Non  vostro neppure quello che credete di sapere. Vi  stato dato dai libri o da un insegnante. Eppure voi continuate a dire: Questo  il mio corpo. Il corpo vi pare cos vostro che vi ci identificate. Dite io e pensate al vostro corpo. Ma se lio  colui che identifica il corpo, non pu essere il corpo. Il soggetto che osserva loggetto-corpo non pu essere il corpo. 

Diceva anche: Yoga significa essere coscienti di se stessi in ogni momento, essere coscienti di ogni gesto, di ogni pensiero. E chi non fa attenzione a ogni attimo della propria vita rischia di finire come luomo di una storiella che raccont con una mimica meravigliosa. 

Un uomo sa che al mondo esiste una pietra capace di trasformare, al solo contatto, il ferro in oro.  deciso a trovarla. Si lega attorno alla vita una catena e si mette in cammino. Ogni sasso che vede lo prende e lo batte contro la catena. Il ferro resta ferro e lui butta via il sasso. Ne prende un altro, lo batte e lo butta via. Avanti cos per settimane e mesi, sempre pi distrattamente. Finch un giorno un bambino lo ferma. 

Ehi, vecchio, dove hai trovato quella bella catena doro? Luomo la guarda. Davvero  diventata doro! Ma quale fra le migliaia e migliaia di sassi che ha preso e buttato via era quello giusto? 

Il Swami era molto critico nei confronti dei valori occidentali, specie di quelli americani. Diceva che in Occidente tutto deve essere utile e se non  utile non ha alcun valore. 

Questa  la mentalit dellavvoltoio che vola alto, ma ha gli occhi puntati sempre verso il basso in cerca di qualcosa da ghermire con le sue grinfie. In fondo parlava sempre dello yoga e voleva farci capire che cera in quella pratica molto di pi che le asana e il pranayama. Quelli erano solo due degli otto aspetti della disciplina di uno yogi e, come a sfidare la seriet dei partecipanti, parl degli altri sei: rinuncia alla violenza, distacco dalle cose materiali, rinuncia alla falsit, ritiro dai sensi, concentrazione e meditazione. Solo la combinazione di tutto questo era yoga. 

Lo yoga  un mezzo,  la via con cui luomo unisce il suo s limitato allEssere Infinito. Il cammino  interiore. Il fine  quello di raggiungere uno stato di perfezione, ma uno stato che non  mai fisico. Lo yoga non  fatto per curare questa o quella condizione patologica, questa o quella malattia, ma per ottenere la liberazione da tutte le sofferenze del mondo materiale, sofferenze che nascono ogni volta che lio si stacca dal s per concentrarsi sui sensi e sugli oggetti dei sensi. Per questo lo yoga aspira allunione dellio con lAssoluto, come cura di tutto, come liberazione da tutto. 

I praticanti di yoga del seminario non mi parevano molto interessati a questa visione di ci che per loro era soprattutto un mestiere. Erano l per imparare qualcosa di nuovo con cui reclamizzare un nuovo corso, con cui attirare nuovi studenti. Perch cos  il mondo in cui viviamo. Quel seminario era per loro un investimento. Per me era diverso. Ero in cerca di qualcosa che non sapevo bene cosa fosse ed ero curiosissimo di quelluomo che veniva chiaramente da un altro pianeta. Un giorno, durante la sua chiacchierata raccont di come da bambino sua madre lo mandava nei campi a parlare col riso cos che quello crescesse meglio. Si ricordava il piacere nel vedere come le piante, piegandosi leggermente al vento, gli rispondevano. Il Swami aveva una visione integrata della natura e delluniverso. 

Il suo modo di pensare mi interessava e volevo saperne di pi. Chiesi di vederlo. La risposta venne 
con un bigliettino scritto a mano: che lo andassi a trovare sabato mattina dopo colazione. 

Il bungalow del Swami era prefabbricato come gli altri, ma era lunico a due piani. Quando arrivai, 
notai ai piedi delle scale la catasta di scarpe, sandali e ciabatte di tutti quelli che erano gi saliti da lui. I pi erano indiani, residenti in America, venuti per chiedergli consigli, raccomandazioni, benedizioni o semplicemente per stargli davanti a guardarlo, estasiati. Lui era seduto in poltrona. Nel gruppo che stava per terra, sulla moquette, notai anche alcuni occidentali. 

Mi misi da una parte a osservare landirivieni di tutta quella gente che gli si avvicinava con 
devozione, si inchinava ai suoi piedi, glieli toccava e poi si portava alla fronte o al petto la mano carica della sua santit. Molti, nel momento in cui gli passavano davanti, gli parlavano. Lui era attento, ascoltava, rispondeva, sorrideva, e da un cesto che teneva accanto a s dava a ognuno qualcosa da portar via: un chicco duva, una caramella, un mandarino. 

A un certo punto si alz e fece a me cenno di seguirlo, agli altri di aspettare. Entrammo in una 
piccola stanza disadorna in cui cerano soltanto una poltrona e una sedia. Era ovvio cosa toccava a me, ma era gi consolante che non dovevo sedermi ai suoi piedi. 

Pensai non avesse molto tempo e in poche parole gli dissi chi ero, che ero andato a vivere in India 
pensando che l esistesse ancora una civilt in grado di resistere al materialismo occidentale, ma che mi erano venuti dei dubbi. Volevo capire se il suo paese era davvero una cassaforte di antica saggezza, come molti hanno creduto, e se alla lunga ce lavrebbe fatta a rimanere diverso. 

Era interessatissimo. Parlammo del mito dellIndia come guru delle nazioni, propagato in Occidente 
pi di un secolo fa da un grande personaggio come il mistico Vivekananda; e parlammo della bomba 
atomica che lIndia aveva fatto esplodere da poco. Gli dissi che, dopo essermene occupato per anni, ne avevo abbastanza della politica. Ora volevo dedicarmi alla ricerca di ci che poteva ancora esistere in India e di cui il resto del mondo avrebbe potuto profittare. 

Era esattamente il compito che anche lui si era prefisso, disse. Per questo insegnava il Vedanta, la fonte di tutta la saggezza che io cercavo. Aggiunse che la spiritualit indiana non era legata a un popolo o a un paese; valeva per tutti perch aveva mantenuto la sua originalit e perch, al contrario delle religioni come il cristianesimo e lislam, non sera fatta strangolare dalla teologia. Era sorpreso, divertito che fossi l e mi chiese come cero arrivato. A ritroso gli raccontai la trafila: Ramananda, lo yoga, lernia, il cancro. A quella parola mi ferm. Volle saperne di pi, con precisione: dove, quando, quali cure? Mi accorsi che mentalmente faceva dei calcoli, poi disse che lui ogni anno a primavera, nel suo ashram nelle colline di Anaikatti vicino a Coimbatore nel Sud dellIndia, teneva per tre mesi un corso di Vedanta. Se volevo, potevo andare a studiare con lui. 

Alla tua et, con la tua esperienza di vita potresti trame vantaggio, disse. Poi ti metter in contatto con un medico ayurvedico che potrebbe aiutarti. Si ferm, come avesse avuto un ripensamento. Prese un pezzo di carta, una penna: Dimmi la tua data di nascita, il luogo e lora esatta. Si accorse subito che dinanzi a quella domanda ero rimasto interdetto e aggiunse: Non sono un vero astrologo, ma mi interesso alla astrologia spirituale. 

E cos? chiesi. Non ero contento. Col viaggio descritto in Un indovino mi disse avevo chiuso con quel mondo. Evitavo come la peste ogni sorta di veggenti e astrologi e non avevo alcuna intenzione di ricominciare daccapo. 

 un modo per capire la predisposizione spirituale delle persone, rispose il Swami. Sai, non 
bastano le buone intenzioni. E visto che ti sei messo sulla via della ricerca, sar bene che dia 
unocchiata al tuo oroscopo spirituale. 

Ovviamente era una sorta di esame. Mi ricordai che anche Ramakrishna era stato meticolosissimo 
nella scelta dei suoi allievi e che lo stesso Vivekananda aveva dovuto superare varie prove prima di essere accettato. Era questa la tradizione: leventuale discepolo andava studiato bene, era necessario osservare il suo modo di camminare, di mangiare e persino di digerire. Il suo corpo andava esaminato per vedere se aveva o meno i segni divini di una predisposizione spirituale. 

Il Swami ricorreva alloroscopo, ma lo scopo era lo stesso: rendersi conto se valeva la pena investire le sue energie di insegnante su di me. Lidea che mi prendesse in considerazione come discepolo mi divertiva. Che cammino formativo il mio! Dal Collegio Giuridico della Scuola Normale di Pisa, allUniversit di Leeds in Inghilterra, alla Columbia University di New York: e ora candidato a un ashram, questa volta sottoposto a un esame di ammissione astrologico! 

Il Swami chiam un assistente e gli dette il foglio con tutti i dettagli sulla mia nascita. Quando la porta della stanzina si apr sentii il brusio della gente che era l per terra ad aspettarlo e mi alzai per andarmene. No, lui voleva continuare a parlare dIndia, di politica, voleva sapere che cosa pensavo della Cina, del Pakistan, del conflitto in Kashmir. Ma io ero a disagio. Sentivo la pressione di quei suoi fedelissimi, delusi, e mi venne da chiedergli come faceva a essere sempre cos paziente, cos disponibile con tutti. Avevo osservato, dissi, come passava ore a riceverli, ad ascoltarli. Ognuno voleva la sua attenzione, il suo tempo. 

Il Swami rispose con una frase che fu determinante nel mio rapporto con lui: Io non ho pi 
bisogno di tempo, disse. Ho gi fatto tutto quel che volevo fare. Il tempo che mi resta  tempo 
pubblico. Anche tu ti stai avvicinando allet in cui il tempo che hai puoi dedicarlo agli altri. 

Dio mio, se mi sarebbe piaciuto! Ma ne ero cos lontano. Lo sentii ancora dire: Vedrai, sar cos anche per te.  una questione matematica. Quando avrai scoperto che tu sei la totalit, niente pi ti potr essere tolto. 

Lui poteva insegnarmi questo? Allora avevo davvero trovato il mio maestro! Aggiunse ancora qualcosa sulla pace che va cercata dentro di noi, non fuori, e concluse: Stasera. Rivediamoci stasera dopo la lezione di musica. 

Quando la attraversai, la stanza delle udienze era zeppa di gente. Era un fine settimana e molte 
famiglie indiane erano venute da lontano, facendo chilometri e chilometri di autostrada. Erano tutti sollevati che me ne andassi, ma anche curiosi di chi fosse questo straniero che era riuscito a stare cos a lungo con il Swami. 

La sera aspettai che i compagni del corso di yoga fossero tutti tornati ai loro bungalow per scivolare via dal mio, verso quello del Swami. Il bosco di abeti ronzava di ranocchi e grilli. Mi veniva da ridere al pensiero che in fondo andavo a vedere se ero stato bocciato o promosso. 

Ai piedi delle scale di legno dove lasciai le mie scarpe non ce nerano altre. Il Swami era solo, seduto nella sua poltrona. Stava leggendo in un pacco di fogli che aveva in mano. 

Perfetto. Perfetto. Questo  un belloroscopo, disse vedendomi e indicando il tabulato del 
computer in cui, anno per anno, era riassunta tutta la mia vita in relazione ai vari pianeti. Sorrideva. Era contento di darmi la bella notizia: Tu sei nato senza ombre. Sei nato senza alcun peso delle vite precedenti e questo ti rende adattissimo alla vita spirituale. Puoi persino diventare una guida spirituale. Tutto torna. Non hai mai fatto nulla per fini materiali e cos puoi ora perseguire la liberazione definitiva. 

Era eccitato. Sfogliava avanti e indietro quelle pagine rifacendo la storia delle mie decisioni, delle svolte della mia vita, della malattia. Ma io non volli farci caso, non presi appunti. Disse che fino al marzo del 2006 sarei stato bene e che anche allora, forse, non si sarebbe trattato della mia morte. Mi rifiutai di prendere anche solo in considerazione quellappuntamento. Preferivo quello che mi aspettava alcuni mesi dopo, in India, per linizio del corse di Vedanta nel suo ashram. 

Quando uscii dal bungalow del Swami la notte era chiara e fresca e prima di tornare al mio feci un 
lungo giro del bosco fra le due autostrade. 
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FINE Parte 2.